Assemblea dei Quadri Dirigenti - Intervento del Presidente Nazionale.

Prof. Tommaso Daniele.

Amici e colleghi della Direzione Nazionale, consiglieri eletti dal Congresso, Presidenti Regionali, Presidenti Provinciali, Signore e Signori, benvenuti a Tirrenia, benvenuti all'Assemblea dei Quadri Dirigenti di una grande associazione, bella, pulita, con la schiena dritta; la più grande associazione che la storia dei ciechi ha mai conosciuto in Italia, in Europa e forse nel mondo: l'Unione Italiana dei Ciechi.
Questo incipit, sicuramente roboante, altisonante, comunque forte, non serve a strappare all'Assemblea il primo applauso, che pure è sempre gradito. E neppure rappresenta un cedimento al sentimento della retorica, rappresenta, invece, solo la prima risposta alle tre domande: Chi siamo? Da dove veniamo? Dove vogliamo andare?
Siamo una grande associazione, che viene da lontano, che ha raccolto sotto una unica bandiera tutti i ciechi d'Italia portandoli dalla stagione dell'assistenza, fondata sulla carità, a quella della sicurezza sociale, fondata sui diritti.
Ottantacinque anni di storia scritta da Aurelio Nicolodi, da Paolo Bentivoglio, da Giuseppe Fucà, da Roberto Kervin; leggo i vostri pensieri, neppure la storia è immune da errori.
Ottantacinque anni di storia, dunque, dai gradini delle chiese, dagli angoli delle strade, alle cattedre universitarie. È questo ormai il nostro motto, che dà l'idea di un percorso lungo, difficile, faticoso, sempre in salita, mai compiuto.
Questa storia tanti di noi, che siamo qui, la conoscono pagina per pagina, hanno fatto di essa il loro credo politico, la loro religione. In essa hanno trovato lo stimolo, la linfa, la forza per portare avanti, un po' più avanti, in alto, un po' più in alto, le bandiere dell'Unione Italiana dei Ciechi. Sì, anche noi abbiamo fatto la nostra parte e ne siamo orgogliosi, profondamente orgogliosi, legittimamente orgogliosi.
Questa Assemblea dei Quadri Dirigenti si celebra a poche settimane dal rinnovo delle cariche associative. Abbiamo qui presidenti regionali e provinciali riconfermati e presidenti regionali e provinciali neo eletti, a tutti le felicitazioni del Presidente Nazionale, a tutti l'augurio di successo nel servire i ciechi italiani, a tutti, indistintamente a tutti, l'augurio, il fortissimo augurio, di essere degni del nostro passato, della nostra storia.
Essere degni del passato non significa esserne prigionieri, significa, invece, metterlo al servizio del presente, del futuro: noi siamo dei nani sulle spalle di giganti, nani che hanno il privilegio di non dover inventare la ruota.
Questa condizione ci fa guardare al futuro con fiducia, con speranza, con l'ottimismo della ragione fondato sulla consapevolezza del proprio ruolo, e su una assunzione piena di responsabilità. Questa condizione ci mette al riparo anche dalla concorrenza, dell'altra o delle altre piccole associazioni di ciechi che, incapaci di esprimere una propria linea politica credibile, si rifugiano nel tentativo di disseminare ostacoli lungo il cammino rivendicativo dell'Unione Italiana dei Ciechi. Questa condizione di privilegio ci consente di levare le nostre vele al vento e di continuare la nostra navigazione in mare aperto, dentro l'oceano della vita, guardando alla riva più lontana sapendo che lì dobbiamo andare, che lì vogliamo andare, che lì possiamo andare perché vogliamo andare.
Vorrei che questa Assemblea precongressuale fosse vissuta da tutti voi, da tutti noi, come un momento di festa. Non abbiamo alcun motivo particolare per festeggiare, a parte gli 85 anni della nostra storia, anzi, come vedremo più avanti, abbiamo fondati motivi di allarme e di preoccupazioni. Tuttavia questa Assemblea può essere una festa: la festa della democrazia, la festa della coscienza democratica che prende il volo per le vie della partecipazione attiva, del dibattito appassionato, del confronto dialettico.
Vorrei che, a chiusura di questi nostri lavori, si potesse scrivere sulla pietra del tempo che i ciechi italiani non hanno paura del futuro e si accingono a vivere il loro XXI Congresso Nazionale da protagonisti, con la certezza che ancora una volta troveranno il filo che li porterà fuori dal labirinto, fuori del groviglio di contraddizioni che caratterizzano la società di questo tempo.
È sotto gli occhi di tutti il clima di estrema incertezza e precarietà che respiriamo quotidianamente nelle nostre case, nei luoghi di lavoro, a scuola, per le strade: l'inflazione percepita è assai maggiore di quella registrata dall'ISTAT, il lavoro precario sembra l'unica via di uscita, le lauree e i diplomi conseguiti al prezzo di duri sacrifici sono sempre meno spendibili, la criminalità piccola e grande sembra invincibile.
Siamo un paese malato in una Europa incerta: da tre anni respiriamo l'aria della recessione economica, o quantomeno della stagnazione, e non ce ne accorgiamo. Da tre anni violiamo le regole del patto di stabilità sottoscritto con l'Unione Europea e ci indigniamo quando la commissione minaccia di irrogare le previste sanzioni. Siamo i fanalini di coda di un continente che non crede più in se stesso, l'esito negativo dei referendum sulla Costituzione Europea in Francia e in Olanda ne sono una drammatica testimonianza.
Un continente che ha smarrito la strada e non è più in grado di garantire quel modello sociale che aveva saputo coniugare armonicamente lo sviluppo economico e la giustizia sociale. L'Europa dell'euro e dell'allargamento soffre la sindrome della Torre di Babele: vittima delle furbizie e degli egoismi nazionalistici e incapace di elevarsi alla dimensione di una sintesi che esprima un pensiero forte in grado di animare le sue istituzioni, per farle decollare e volare più in alto, un po' più in alto almeno al di sopra delle nuvole, dell'immenso velo di nuvole che impedisce di vedere il cielo.
Si sciolgono come neve al sole, giorno dopo giorno, i valori che per secoli hanno costituito l'humus fecondo della civiltà mediterranea: la solidarietà, l'uguaglianza, la fraternità, la dignità dell'uomo sembrano un ricordo lontano. Nella scala dei valori ora primeggiamo il denaro, il successo, l'utile individuale. L'uomo è vissuto sempre più come mezzo, piuttosto che come fine.
L'Europa, questa Europa, soffre l'aggressività della competizione economica degli Stati Uniti e soprattutto dell'Asia, dove l'India, la Cina, la Corea, Taiwan hanno mediamente un tasso di crescita almeno quattro volte più alto di quello europeo, costruito però sulle rovine dei diritti umani, sullo sfruttamento dei bambini, delle donne, degli anziani, degli operai che lavorano un numero infinito di ore e non godono di alcun diritto. Di fronte ad una così immane tempesta, l'Europa si è fatta trovare impreparata, non ha costruito uno scudo protettivo, non ha eretto nessuna muraglia, neppure un muro. Una cosa però l'ha fatta: ha rinunciato allo stato sociale, inventando il concetto di sussidiarietà, che in buona sostanza dichiara l'impotenza degli Stati a creare una rete di protezione per i più deboli e delega gli enti locali ad erogare i servizi necessari, senza spostare, però, dal centro alla periferia le risorse economiche necessarie.
Può l'Italia guarire dalla sua malattia? Può l'Europa riscoprire le sue radici, la sua identità, e trovare in esse nuova linfa, nuovo slancio per una nuova partenza, per un diverso approdo? Nessuno lo sa, tanto meno il Presidente Nazionale dell'Unione Italiana dei Ciechi.
Eppure il mondo ha bisogno di qualcuno che accenda la luce della ragione, che metta a nudo la follia di quei pochi che vogliono impossessarsi del mondo per poi perdersi in esso. Il mondo ha bisogno di una voce nuova che scopra la freschezza dell'innocenza dell'uomo e parli il linguaggio dell'amore, come principio e fine di tutte le cose.
La speranza è un dovere, la speranza non può morire, non deve morire, eppure in questa Italia malata, in questa Europa incerta, i ciechi italiani devono continuare a vivere, per studiare, per lavorare, per accedere all'informazione, alla cultura, alla riabilitazione, allo sport, al tempo libero. Devono continuare a vivere, continuare a lottare per conquistarsi le pari opportunità, la pari dignità, la pari cittadinanza, per andare ancora una volta a testa alta nella società, sempre più come produttori di reddito, sempre meno come assistiti dallo Stato.
Non è stato facile per me, avvezzo a cantare la vita, l'amore, a vedere il sole anche quando piove, tracciare un quadro così desolante, venato di tante malinconie, quasi senza prospettive. Eppure ho dovuto farlo, in omaggio alla verità che anche quando è triste esige di essere portata alla luce. Anche il Governo italiano in queste ultime settimane ha scoperto finalmente il valore della verità e ha deciso di parlare chiaro al paese per dire che la nostra economia, nei suoi fondamentali, è in crisi, che il debito pubblico ha invertito la sua tendenza e torna a crescere. Insomma, che non riusciamo a tenere il ritmo dell'Europa, che pure non cammina con passi da gigante.
Chi scrive non è stato folgorato dalla verità sulla strada di Damasco nelle ultime ore. Chi scrive ha fatto della verità il suo primo imperativo categorico e lo ha messo in pratica quotidianamente facendolo diventare uno stile di vita.
Mentre scrivo queste note vado con la mente all'Assemblea precongressuale di quattro anni fa tenutasi ad Acireale all'Hotel La Perla Jonica, quando affrontai il tema del ruolo dell'associazionismo nell'era della globalizzazione. Anche allora dissi la verità: parlai dell'esplosione del miracolo tecnologico, di internet che annullava le distanze consentendo di comunicare in tempo reale con un punto qualsiasi del pianeta, modificando le stesse categorie di spazio e tempo. Parlai della globalizzazione come di un albero da coltivare piuttosto che di un frutto da cogliere: i diritti umani potevano essere affermati e praticati a 360°, il vento della democrazia poteva circolare liberamente e permeare di se la forma di un Governo del mondo.
Ma, citando Geremia Rifkin ed il suo libro "L'era dell'accesso", misi in guardia contro i rischi di un mercato senza regole che avrebbe generato una guerra di tutti contro tutti, per accaparrarsi la ricchezza. Parlai del primato dell'economia sulla politica, dell'economia che dava mano libera alle multinazionali che, applicando le fredde logiche del profitto, saccheggiavano e sfruttavano i più poveri a vantaggio dei più ricchi, ampliando il già enorme divario esistente tra i ricchi del nord e i poveri del sud. Dissi che una tale prospettiva era tutt'altro che remota e che i più deboli non potevano aspettare sulla riva del fiume, ma invece dovevano innalzare la bandiera della resistenza, in nome del primato della politica sull'economia, in nome della dignità dell'uomo, dell'uguaglianza, della fratellanza, della solidarietà.
Dissi che i disabili, i più deboli fra i deboli, avevano la nobile missione di civilizzare il capitale, che per farlo era venuto il tempo di mettere da parte l'io e il tu per ritrovare il noi, per parlare una sola lingua, per avere una sola voce, per reclamare il diritto alle pari opportunità in una società consumista e indifferente come oggi l'ha definita Papa Benedetto XVI.
I focolai di guerra esistenti in Iraq, in Afghanistan, nel Medio Oriente, in Africa e in altre parti del mondo, testimoniano che la luce della ragione non si è ancora accesa; così come il quadro di sfruttamento dell'uomo sull'uomo, sempre più generalizzato nei cinque continenti, testimonia che la voce che dovrebbe parlare il linguaggio dell'amore come principio e fine delle cose, non è ancora riuscita a farsi sentire e ciò nonostante che, le organizzazioni umanitarie non governative del mondo, le Nazioni Unite, il Consiglio d'Europa, abbiano posto in essere una strategia della coesione sociale fondata sui valori della pace, del dialogo interculturale, interreligioso, della democrazia, della cittadinanza attiva, della giustizia sociale, tutta tesa a ridurre l'area delle disuguaglianze e delle discriminazioni.
I disabili del mondo uniti stanno tentando di ottenere dalle Nazioni Unite una convenzione che vincoli gli Stati firmatari all'attuazione concreta e piena dei diritti umani. I disabili uniti d'Europa hanno ottenuto che nella Costituzione dell'Unione Europea la disabilità fosse esplicitamente citata fra le cause di non discriminazione. I disabili italiani, separati in casa, sono riusciti ad ottenere che il 2003, l'anno dedicato alle persone con disabilità, trascorresse tra convegni e seminari senza risultato concreto alcuno.
Le ragioni dello stare insieme delle associazioni che costituiscono la FAND si sono affievolite; i tentativi di dialogo tra la FAND e la FISH sono completamente falliti.
Anche i ciechi hanno mandato in frantumi le cristallerie di famiglia e issano altre bandiere in nome di un pluralismo senza volto. I frutti delle divisioni a tutti i livelli si sono già clamorosamente visti: la Commissione Affari Sociali della Camera, in tre anni di attività, non ha approvato un solo provvedimento, anzi, ne ha bloccati due già approvati al Senato.
Dunque il Mondo, l'Europa, l'Italia, non hanno trovato il filo per andare nel mare aperto delle contraddizioni evitando i rischi di una navigazione a vista. I disabili del mondo hanno perduto la straordinaria occasione di alzare la testa e dire no al capitalismo selvaggio, alla globalizzazione senza regole. I disabili italiani si sono smarriti nella selva dei particolarismi e degli egoismi ed hanno chinato la testa come agnelli sacrificali ogni volta che il Governo ha detto "no, non si può", e anche quando il Governo ha detto "forse, si potrebbe", hanno scelto la politica del tanto peggio tanto meglio. La politica del niente per nessuno piuttosto che qualcosa per qualcuno. Hanno preferito la miopia alla lungimiranza.
Alcuni ciechi italiani stanno rischiando di dilapidare i tesori faticosamente accumulati da Nicolodi, da Bentivoglio, da Fucà; stanno rischiando di dissipare il capitale di credibilità che ha fatto dell'Unione Italiana dei Ciechi un unicum, che ci ha visto primeggiare in Europa e forse nel mondo.
Dunque, occasioni mancate a 360°. Si dice, tuttavia, che spesso le crisi sono salutari e questo è innegabilmente vero a patto, però, che si prenda coscienza delle ragioni che le hanno generate e vi si ponga rimedio. Non abbiamo una ricetta per tutti e per tutto, sarebbe presuntuoso soltanto pensarlo e, tuttavia, riteniamo che se l'uomo tornasse ad essere un fine, piuttosto che un mezzo, la ruota del mondo potrebbe cominciare a girare in un altro verso. Che se l'interesse generale prevalesse su quelli particolari degli stati membri, la stella d'Europa potrebbe tornare a brillare. Che se in Italia tutti si rendessero conto che la casa sta per bruciare, gli appelli del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, del Governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, del Presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo a fare sistema, per salvare il paese, non cadrebbero nel vuoto.
So che ci sono troppi se, eppure la speranza che qualcuno accenda la luce della ragione, che si levi una voce per parlare il linguaggio dell'amore è ancora forte.
All'inizio di questo discorso ho detto "vorrei che alla fine dei lavori di questa Assemblea si potesse scrivere sulla pietra del tempo che i ciechi non hanno paura del futuro che essi si preparano a vivere il loro XXI Congresso Nazionale con la certezza che ancora una volta troveranno il filo per uscire dal labirinto delle contraddizioni che caratterizzano la società di questo tempo". Il filo lo troveremo, sono sicuro che lo troveremo, ma per trovarlo bisogna cercarlo e bisogna andare a cercarlo laddove esso si trova, cioè dentro il labirinto.
Dunque, la prima cosa da fare è prendere coscienza che siamo in un labirinto dal quale vogliamo uscire. Muoversi nei meandri bui del labirinto, nei suoi intrighi, è estremamente difficile e pericoloso; ma se ciascuno di noi accenderà una candela, ci sarà luce e allora qualcuno troverà il filo e ucciderà il mostro.
Dunque, la luce verrà da un impegno unitario dei ciechi. Il riscatto dei ciechi non può che venire dai ciechi, ci ha gridato Aurelio Nicolodi.
Le buone ricette non invecchiano mai. La Direzione Nazionale ne ha percepito la freschezza, ne ha sentito il profumo ed ha proposto il tema del Congresso "L'Unione Italiana dei Ciechi: un laboratorio sempre aperto per dare ai ciechi ed agli ipovedenti una sola voce".
All'arroganza di chi ha usato le forbici per tagliare la tela, faticosamente tessuta in ottantacinque anni di storia associativa, opporremo il lavoro paziente di chi usa l'ago e il filo per ricucire gli strappi, nella speranza che, dal sangue delle ferite inferte al corpo vivo dell'Unione, possa germinare nuova vita.
Useremo ugualmente ago e filo per ricostruire i rapporti esistenti tra le associazioni nazionali che costituiscono la FAND, e utilizzeremo ancora ago e filo per cominciare a tessere le prime trame di una tela con la FISH, assolutamente indispensabile per combattere insieme la battaglia contro l'esclusione sociale.
La lotta per i diritti umani contro le discriminazioni sociali, contro ogni forma di violenza, la lotta per la eliminazione di tutte le barriere fisiche, sensoriali, psicologiche, culturali, è problema che riguarda l'intero mondo della disabilità e non soltanto i ciechi.
Eppure i ciechi, forse solo i ciechi, per primi hanno visto il colore rosso dei segnali di pericolo che vengono dalla politica, dal sindacato dei lavoratori e dei datori di lavoro, dalla società civile. Tutti portatori di un'unica buona novella: lo stato sociale non è più di moda e si comincia a favoleggiare di società sociale, di comunità sociale. Lo Stato deve risparmiare e naturalmente deve risparmiare a scapito dei più deboli.
I ciechi dunque per primi hanno visto il coloro rosso dei segnali di pericolo, per primi, quindi, dovranno alzare le barricate, per primi dovranno dire un no grande come una casa all'esclusione sociale.
I ciechi italiani non ci stanno ad essere esclusi dai programmi televisivi, dalle nuove generazioni dei telefoni cellulari, dalla navigazione in internet, dai giornali elettronici, dai libri elettronici, dai distributori di informazioni, dalle monete elettroniche, dalla patente informatica, dai messaggi visivi negli aeroporti, nelle stazioni ferroviarie e sugli altri mezzi di trasporto pubblico. I ragazzi ciechi italiani non ci stanno ad essere esclusi dalla multimedialità a scuola, i giovani ciechi italiani non ci stanno a non potersi cimentare con i nuovi sbocchi professionali, resi possibili dalle attuali tecnologie. I ciechi italiani di ogni età e di ogni sesso non ci stanno a rinunciare alla gioia di camminare da soli con il bastone bianco, con il cane guida, o con ogni altro ausilio per le strade delle loro città. I ciechi italiani di ogni età e di ogni sesso non ci stanno a rimanere fuori dalla porta del museo, del cinema, del teatro, della palestra, della piscina, della piazza di tutti. I ciechi italiani non ci stanno a perdere il treno del cambiamento, vogliono viverlo da protagonisti, vogliono continuare ad essere quel che sono: cittadini fra cittadini, lavoratori fra lavoratori uomini fra uomini.
E' il sogno di Nicolodi, di Bentivoglio, di Fucà è il sogno di tutti quanti noi, è la prima ragion d'essere del nostro stare insieme, della nostra associazione, della nostra Unione Italiana dei Ciechi. Per questo sogno noi, tutti noi, dobbiamo metterci in discussione ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, per essere migliori, per essere degni di servire la causa dei ciechi italiani che è alta e nobile, perché riguarda la nostra autonomia, la nostra indipendenza, la nostra qualità della vita.
Per questo sogno dobbiamo dare nuova linfa alla nostra associazione, c'è un di più di democrazia sostanziale, c'è un di più di coscienza collettiva, di responsabilità condivise, di trasparenza amministrativa, di credibilità politica, di unità associativa, che dobbiamo costruire insieme.
Questa Assemblea precongressuale costituisce una straordinaria occasione per gettare i primi semi dai quali potrebbe nascere una intera foresta; questa assemblea può essere una straordinaria occasione per tracciare le linee portanti di un progetto che nei giorni del XXI Congresso in Sardegna, ad Orosei, dovrà trovare la sua stesura definitiva, la sua forma compiuta. Ad Orosei dovremo, insieme, accendere la luce che ci farà trovare il filo per uscire dal labirinto e uccidere il mostro. Il mostro dell'ignoranza della gente, che nonostante la presenza di tanti ciechi nella scuola, nei luoghi di lavoro, per le strade, ancora non ci conosce e non sa dirci buongiorno. Il mostro della superficialità dei politici, che non trovano il tempo di conoscere le nostre problematiche e scambiano per privilegi quelle che sono semplici e doverose risposte ai nostri bisogni specifici. Il mostro della incomprensione degli altri disabili che sono gelosi della nostra storia, della nostra struttura associativa che non viene vista come un modello da imitare, ma come un nemico da combattere. Il mostro della ingratitudine di certi soci dell'Unione Italiana dei Ciechi che, alla prima richiesta non soddisfatta sbattono la porta e restituiscono la tessera: questo è un autentico tradimento ad una bandiera che merita solo di essere onorata.
Per concludere, una notizia: ho trovato il tempo di scrivere un libro che sarà pubblicato fra qualche mese. Il titolo è "La casa di vetro". La casa di vetro è la mia anima allo specchio, parole, pensieri, poesie. Questo libro l'ho dedicato a mia moglie, alle mie figlie. Ma c'è un'altra dedica a cui tengo moltissimo: "Con infinita riconoscenza a tutti i ciechi italiani, che così a lungo hanno messo nelle mie mani i loro destini sostenendomi con grandissimo affetto lungo il difficile cammino verso le conquiste civili".
Grazie amici per questo affetto, grazie dal profondo dell'anima, se c'è ancora bisogno di me, io sono qui con l'umiltà di sempre ma con la grande passione civile che merita ogni causa giusta.
Prof. Tommaso Daniele.
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