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UICIECHI.IT: FEBBRAIO 2009 - Numero 2.

Skype e la questione delle intercettazioni.

Scritto da Piero Babudro.

Non è la prima volta che Skype finisce nel mirino di autorità e istituzioni. L’impossibilità di intercettare le chiamate VoIP è vista come una pericolosa seccatura, nonché come un concreto vantaggio nelle mani ora della criminalità organizzata, ora del terrorismo internazionale.

In questo senso, le recenti dichiarazioni del ministro Maroni , disposto a richiedere l’intervento dell’Unione europea, non sono nuove.

Nel gennaio del 2006, a puntare il dito contro Skype e altre piattaforme VoIP era stato il Communication Research Network , gruppo di lavoro fondato presso il Mit di Boston, che comprende imprenditori, esperti, policy makers ed esponenti del mondo accademico. La tesi era la simile a quella usata dal Viminale in questi giorni, ma in qualche modo più ingenua: le tecnologie proprietarie e le comunicazioni criptate, si disse, possono fornire a cybercriminali e malintenzionati una piattaforma sicura per lo spamming oppure attaccare i siti web. Da qui la necessità, sempre secondo il Communication Research Network, di mettere mano ai vari Skype e Vonage e renderli più “trasparenti”, almeno per l’occhio vigile delle cyber-polizie.

L’anno seguente, Joerg Ziercke – presidente dell’ufficio di Polizia federale tedesca – ha rilanciato: Skype crea grosse difficoltà nella lotta contro il terrorismo internazionale, disse, poiché il sistema di cifratura non è pubblico. Da qui la volontà di creare una task force con il preciso compito di mettere a punto una sorta di “spyware di stato” in grado di intercettare telefonate e chat e supportare le indagini tradizionali.

In entrambi i casi, ci siamo chiesti: tra il bisogno di tutelare la sicurezza nazionale e quello di difendere la privacy e i diritti dei cittadini, chi deve avere la meglio? Tuttavia, le dichiarazioni del Communication Research Network e della Bundespolizei tedesca generarono una serie abbastanza contenuta di risposte e prese di posizione.

Niente a che vedere con il polverone nato in un altro momento, quando si è saputo che Skype, assieme alla consociata Tom Online, controllava e “filtrava” il traffico degli utenti VoIP in Cina : la polemica divampò per giorni e lo stesso Niklas Zennstrom (fondatore assieme a Janus Friis) dovette intervenire per placare gli animi. Skype è obbligata a conformarsi alle leggi locali, disse da Londra, e quindi questa era l’unica strada percorribile in Cina. Paese che tra l’altro rappresentava all’epoca uno dei tre mercati principali di Skype, assieme a Usa e Germania.

Ora, se Skype un giorno dovesse consegnare agli inquirenti i codici necessari a decriptare i contenuti VoIP, molto probabilmente perderebbe in termini di credibilità e fiducia da parte degli utenti stessi. E fin qui siamo tutti più o meno d’accordo. Tuttavia l’arcano rimane: perché se la Cina “sorveglia” Skype subito si agita lo spettro della censura, mentre se è il civilissimo Occidente a proporre una cosa simile non ci indigniamo allo stesso modo?

Piero Babudro.