Nuove frequenze alla banda larga mobile: nuove speranze.

Scritto da Giulio Boresa.

Agcom continua ad incalzare il governo e adesso anche il viceministro Romani  d'accordo: "asta al pi presto, prima del 2015", per assicurare prestazioni migliori alla banda larga mobile

Questa tesi era ardita solo fino a pochi mesi fa, mentre adesso viene appoggiata anche dal viceministro allo Sviluppo economico Paolo Romani. Dice che l'asta per assegnare frequenze agli operatori va fatta "subito" e che deve essere vantaggiosa per lo Stato. Le ipotesi sono che lo Stato possa ricavarne 3 miliardi di euro. E' questo insomma il tesoretto che si nasconde dietro le frequenze del dividendo digitale (cio quelle liberate dallo switch off della tv analogica).

Sono grossi passi avanti, visto che fino all'anno scorso ministero e Agcom avevano stabilito che il dividendo digitale andasse tutto solo alle tiv. Di diritti della banda larga mobile si  parlato, istituzionalmente, per la prima volta solo nel nuovo piano frequenze Agcom di giugno. Due le tappe: nell'immediato, rastrellare le frequenze assegnate alle emittenti tv ma da loro inutilizzate o sotto-utilizzate. Nel lungo periodo (l'Unione Europea ordina: entro il 2015) fare un'asta per trovarne ulteriori, 300 MHz, dal dividendo digitale. Romani ipotizza che si possano convincere  le emittenti locali a consorziarsi per far loro usare le risorse in modo pi efficiente.

Agcom aggiunge che questa seconda tappa andrebbe compiuta entro il 2012 (ben prima del 2015, quindi). Gli operatori mobili, del resto, hanno bisogno di queste nuove frequenze perlomeno per avviare a tutti gli effetti la quarta generazione di rete mobile. La stessa Commissione europea sta vagliando, ancora informalmente, di anticipare al 2012 l'obbligo er i Paesi membri a fare un'asta del dividendo digitale a favore della banda larga.

Un'ultima ipotesi, ancora non riconosciuta dalle istituzioni italiane,  infine di creare nuove risorse per la banda larga mobile sfruttando frequenze inferiori a quelle del dividendo, tramite i cosiddetti white spaces.

Giulio Boresa.

