Rifiuti elettronici: Italia rimandata, lo dice ReMedia.
Scritto da Gianni Rusconi.
Il bilancio di un anno di attività del consorzio ReMedia è a luci e ombre. Crescono i volumi di riciclo dei e migliorano i dati relativi all’impatto ambientale ma la raccolta Raee nel Belpaese è ancora (troppo) limitata
Gli obblighi previsti dal D.lgs 151 del luglio 2005 parlano chiaro quanto a pratiche di smaltimento di tutto ciò che è etichettabile come bene hi-tech ma i problemi inerenti la presenta distribuita dei centri di raccolta pubblici, le modalità di raccolta presso i distributori e la qualità del trattamento dei rifiuti non sono del tutto risolti. Anzi.
Il bilancio del primo anno di attività di ReMedia è comunque in attivo e parla di circa 20mila tonnellate di materiale di origine domestica depositati da gennaio a dicembre presso 3.580 punti di raccolta, cui si sommano 830 tonnellate di Raee ritirati presso le aziende. L’85% del materiale raccolto (circa 17mila tonnellate) è stato destinato al riutilizzo industriale e stando ai calcoli del consorzio tale efficienza ha permesso di risparmiare 8500 T E P (tonnellate equivalenti di petrolio) di energia ed evitato di immettere nell’atmosfera 73.000 tonnellate di CO2. Un buon primo passo dunque.
Il problema (grosso) è che in Italia, nel 2008, sono state generate circa 850.000 tonnellate di rifiuti elettronici ed elettrici e questo significa che solo il 14% è stato raccolto. La media italiana è di due chilogrammi di rifiuti raccolti per abitante, contro una media europea di sei e un obiettivo che prevedeva di raggiungere i quattro chilogrammi. Scaricare per strada vecchie Tv o computer dismessi è purtroppo un’abitudine ancora troppo ricorrente fra gli italiani e in attesa delle possibili nuove normative in materia si può fare riferimento a quanto si legifera a livello di Commissione europea. A Bruxelles stanno infatti pensando di rivedere la direttiva comunitaria sui Raee, in vigore dal 2003, per fare maggior chiarezza nella classificazione dei prodotti e nella registrazione dei produttori. La soluzione? Istituire un registro unico europeo, valido in tutti i Paesi membri, il cui obiettivo è quello di garantire minori costi amministrativi e di innalzare le percentuali di raccolta entro il 2016.
Gianni Rusconi.