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Il Progresso

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Numero 7-8 del 2010

Titolo: Politica estera- La California non sogna più

Autore: Antonio Carlucci


Articolo:
(da «L'Espresso» n. 29-2010)
Conti in rosso. Impiegati al minimo dello stipendio. La proposta di liberare i carcerati per risparmiare. E l'eredità scomoda che lascia Schwarzenegger al suo successore che verrà eletto a novembre
Arnold Schwarzenegger, ancora per pochi mesi governatore della California, non ha più soldi in cassa. E allora nel suo ufficio fioriscono le soluzioni più stravaganti per mettere qualche pezza ai conti. L'ultima, che ha anche ricevuto il via libera da una corte di giustizia, ha sentenziato che 240 mila dipendenti pubblici vedranno il loro stipendio di luglio ridotto all'essenziale: in America significa essere pagati 7 dollari e 25 centesimi l'ora, la paga minima stabilita a Washington. Questa fantasiosa misura di risparmio temporaneo potrebbe essere allungata nel tempo. «Fino a quando non sarà approvato il budget del prossimo anno fiscale la riduzione resterà in vigore», ha promesso il governatore che nella vita politica non è riuscito a emulare in nessun modo il Terminator che lo ha reso famoso e ricco a Hollywood. La California è terra di fantasia, innovazione e impresa. Oggi però, chiunque abbia un potere da gestire si sente autorizzato a sfornare idee per ridurre il deficit statale che si è fermato a 19 miliardi di dollari per l'anno fiscale appena finito e che ballerà intorno ai 37 miliardi per il prossimo. Ecco allora tre giudici federali decretare che 40 mila dei 165 mila prigionieri potrebbero essere messi in libertà nel giro di pochi mesi per ridurre le spese mediche, il rischio di infezioni e il sovraffollamento delle carceri californiane. La scelta, però, non è piaciuta a Schwarzenegger che ha chiesto subito aiuto alla Corte Suprema a Washington. E' tempo di elezioni in California. Bisogna scegliere, a novembre, il nuovo governatore, oltre che un senatore e molti congressman. Per la poltrona di Sacramento, la capitale dello Stato, sono scesi in campo la repubblicana Meg Whitman, il cui nome è legato a eBay, azienda della rivoluzione Internet di cui è stata presidente e amministratore delegato, e il democratico Jerry Brown, oggi Attorney General e che è già stato governatore negli anni Settanta. Più che in altri Stati d'America quello che accade nel Golden State, uno dei più ricchi degli Stati Uniti (se fosse autonomo farebbe parte del G8 e del G20), serve a capire il modo in cui il Paese reagisce alle crisi. Per adesso la California dimostra che governando male si può arrivare ad affacciarsi sull'orlo dell'abisso. Se volessimo dare ascolto a Tim Hodson, professore di Government and Public Policy all'università Sacramento State, la spiegazione tutta politica è questa: «Negli ultimi 20 anni sia nel Partito democratico che nel Partito repubblicano hanno preso il sopravvento le ali estreme: gli ultra conservatori e i super liberal. E questo spiega anche la frequenza di scelte politiche che appaiono quanto meno stravaganti rispetto alla realtà delle cose».
L'episodio più eclatante del predominio dell'estremismo politico è accaduto nel 2009. I membri repubblicani del Senato della California si riunirono in tutta fretta la notte del 18 febbraio e defenestrarono il loro capogruppo Dave Codgill con un voto pressoché unanime. Si era macchiato di alto tradimento, ovvero aveva provato a cercare un accordo tra democratici e repubblicani intorno ai 42 miliardi di dollari che mancavano per far funzionare la macchina statale. La mediazione tra interessi differenti è quello che si fa normalmente in politica quando le uscite sono superiori alle entrate: una sforbiciata qui, un'altra lì per distribuire nel modo migliore l'amara medicina delle rinunce. In California no. Il Partito repubblicano insorge come un sol uomo ogni volta che viene pronunciata la parola tasse, e il Partito democratico ha nel suo orizzonte solo più spesa pubblica. «La California assomiglia al regno della Polonia del Diciassettesimo secolo», sostiene John Ellwood, professore di Public Policy all'Università di California a Berkeley: «Il sistema decisionale è completamente bloccato dalla scelta fatta più di 30 anni fa che costringe ad avere una maggioranza dei due terzi quando bisogna decidere in materia di tasse». La madre di tutti i debiti del Golden State sta in un referendum del 1978, la Proposition 13. Promosso dalla lobby degli immobiliaristi, sostenuto da una classe media in espansione, affermò con un voto il principio che le tasse sulle case andavano diminuite e che qualsiasi nuovo balzello aveva bisogno di una super maggioranza del 75 per cento dei voti sia alla Camera che al Senato dello Stato. Numeri che nessun partito possiede e che dunque lasciavano il potere di decidere in materia fiscale alla minoranza anti-tasse. «La situazione si è ulteriormente aggravata perché per approvare il budget annuale basta la maggioranza semplice», aggiunge Ellwood: «Dunque è facile decidere di spendere e praticamente impossibile chiedere un contributo maggiore ai cittadini». Ecco il quadro che presenta la California. Se s



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