Numero 10 del 2002
Titolo: Caro Papa
Autore: Redazionale
Articolo:
Lettere del popolo di Dio
Santità, sono un ragazzo di sedici anni, vivo ad Artimino, un paesino in Toscana vicino a Prato. Ammiro molto la sua forza di uomo e di padre. In questi anni ha vinto molte battaglie. Ha vissuto gioie e dolori, ma sempre rimanendo fedele a Cristo. Ammiro molto la sua saggezza e la sua speranza di un mondo più sensibile e più umano. Io faccio del volontariato, in particolare ogni anno mi reco a Lourdes con l'Unitalsi. Lourdes è un luogo di fede, di speranza e donazione.
La ringrazio di aver istituito la Giornata mondiale del Malato.
Prego sempre la Vergine perché le dia forza di guidarci nel terzo millennio.
Con affetto.
Marco
Caro Santo Padre, sono una signora di trentanove anni, mamma di quattro bambini.
In questi tempi, in cui si pratica con tanta facilità l'aborto, ritengo di dover raccontare la mia storia, perché penso possa aiutare tante mamme ad affrontare le loro gravidanze con maggiore serenità.
All'età di trentaquattro anni mi accorsi, con grave preoccupazione, di aspettare un figlio non desiderato né da me né da mio marito. I tre figli che già avevamo costituivano per noi un peso eccessivo.
Dopo un periodo di penosa lotta interiore, io e mio marito decidemmo per l'aborto, anche perché il metodo anticoncezionale di cui facevo uso poteva far nascere, secondo i medici, un bimbo con handicap.
Era una sera fredda e piovosa di febbraio, ed ero già ricoverata in ospedale in attesa del medico abortista che sarebbe venuto solo per me, quando vidi mio marito, che si era allontanato poco tempo prima, rientrare in ospedale frettolosamente.
Mi disse, con convinta determinazione, che avrei dovuto firmare per farmi dimettere dall'ospedale e rinunciare all'aborto. Commosso ed emozionato, mi raccontò che, mentre era fuori dell'ospedale preoccupato e piangente per ciò che stava per accaderci, aveva visto una luce luminosissima e aveva sentito distintamente una voce che gli diceva: «Fai nascere tuo figlio, a tutto il resto penserò io».
Questa notizia riportò la pace e la serenità nel mio cuore, come già l'aveva riportata nel cuore di mio marito, e contenti uscimmo dall'ospedale.
La gravidanza andò bene fino alla nascita di una bella bambina di nome Roberta, che ora è la gioia nostra e dei fratelli.
Con spirito filiale, mi unisco alla sua preghiere per tutte le mamme in difficoltà.
Sandra
Giovanni Paolo ii, mi chiamo Damiano, sono un ragazzino di tredici anni, nato in Romania. Vivo in Italia da cinque anni e adoro questo paese. Vado sempre in chiesa, dove servo la Messa. Oltre ad andare a scuola, vado alla scuola di musica, dove suono il pianoforte da tre anni, quasi quattro.
Santità, la mia, più che una lettera, è un invito a visitare la Romania. Vorrei che vedesse la tristezza sui volti dei bambini ospiti negli orfanotrofi, i bambini malati e poveri, le tante ingiustizie che ci sono nel mio paese.
In nome dell'amore, della fede e dei tanti romeni, la invito nuovamente a visitare la Romania. Accolga, Santità, questo invito-preghiera nel nome della pace tra i popoli. Suo fedelissimo.
Damiano
Santità, dieci anni sono trascorsi da quando lei ci ha fatto visita nella nostra città di Verona.
Oggi sono salita su in mansarda, ho fatto di corsa i gradini della scaletta a chiocciola, spinta da un desiderio ardente: ritrovare un prezioso trofeo di quei giorni, che avevo riposto in un cassetto. Ho srotolato con gioia, non senza emozione, quel glorioso pezzo di stoffa metà gialla, metà bianca, con al centro lo stemma papale e la scritta «Totus tuus».
Quella bandiera, che tutta orgogliosa avevo confezionato e che avevamo fatto sventolare al suo passaggio in piazza Bra, oggi è triste, a mezz'asta, a lutto. Sì, Santità, l'avevamo sostenuta a quattro mani, quella bandiera che, in segno di vittoria, garriva al sole.
Ora sono rimasta sola: mio marito Giorgio, dopo tante sofferenze, non è più qui; il Signore l'ha chiamato a sé, come servo fedele. Il Signore è venuto a farci visita e Giorgio si è offerto: «Signore, prendi la mia sera!». Era il 2 febbraio 1998, festa della Candelora. Noi, in dialetto veronese, diciamo che «De l'inverno semo fòra» (Siamo fuori dall'inverno). Io ho implorato il nostro Dio, dicendogli: «Ti prego, porta fuori il mio Giorgio dalla sua malattia!».
Il Signore mi ha ascoltato alla sua maniera: dopo una notte e un giorno di dolore l'ha portato in cielo, era ormai sera.
Siamo nel mese di maggio. Ho percorso anch'io da poco il sacro sentiero che porta al santuario della Madonna della Corona, a lei tanto caro, Santità. Ricorda? E' una Madonna addolorata che porta, adagiato in grembo, il suo Figliolo esanime. Il nido che l'accoglie è fatto di spine dolorose. Lo so, non possiamo evitare la sofferenza, ho chinato la testa e ho chiesto alla Madonna di accettare e lenire il mio dolore e quello dei miei figli per la perdita del loro papà.
Oggi, Santità, 24 maggio, è festa dell'Ascensione. Gesù è ritornato al cielo per prepa