Numero 1 del 2012
Titolo: Politica estera- 007 Missione Iran
Autore: Gigi Riva
Articolo:
(da «L'Espresso» n. 50-2011)
Operazioni di guerra sono già in atto sul terreno. Tra omicidi mirati, esplosioni nei siti nucleari, virus informatici. Ad opera degli agenti segreti di Israele. In attesa del conflitto vero
Mohammed Ali Jaafari, comandante della Guardia rivoluzionaria iraniana, ha dato l'ordine ai suoi ai primi di dicembre: «Innalzare lo stato di allerta». La mobilitazione contro un possibile attacco missilistico di Israele e Stati Uniti è in atto. Batterie d'artiglieria e unità di guardia disposte sul terreno nei punti strategici del Paese, missili a lungo raggio preparati sulle rampe di lancio, siti nucleari (quelli dove si teme che il regime degli ayatollah stia preparando l'atomica) sotto stretta sorveglianza. Non si può nemmeno dire che si prepara la guerra perché una guerra, dagli esperti chiamata «di sabotaggio», è già in corso da diversi mesi. E vede attivamente impegnati i servizi segreti. Settore nel quale, proverbialmente, Israele eccelle.
Non potendo attaccare, non ancora almeno, le autorità di Gerusalemme cercano di rallentare i progressi di Teheran verso una bomba a cui dovrebbe approdare in un arco di tempo che va dalla fine del 2012 (ipotesi pessimistica) a quella del 2014 (ipotesi ottimistica). Mentre l'Occidente studia sanzioni che negli anni si sono fatte più strette senza tuttavia risultare efficaci, lo Stato ebraico è già all'opera con alcuni tra i migliori dei suoi soldati. Omicidi mirati di scienziati atomici persiani (almeno quattro), lo stesso capo dell'Organizzazione per l'energia atomica Fereydoon Abbasi-Davani, 53 anni, gravemente ferito. Una serie di «misteriose» esplosioni in caserme e siti nucleari. Solo per stare agli ultimi 15 giorni: due nella città strategica di Isfahan, uno nella base delle Guardie rivoluzionarie nei pressi della capitale (30 morti, compreso un generale, Hassan Moghaddam). Per non parlare del virus informatico «Stuxnet» che ha infettato 30 mila computer iraniani, compresi quelli delle centrali nucleari. Tutta farina del sacco degli agenti segreti? Se non tutta, gran parte. Può darsi che in qualche caso la fretta di arrivare all'atomica faccia commettere errori agli scienziati che si tramutano in incidenti. Ma la sequenza è ormai troppo lunga per richiamare solo la casualità. Tantopiù se fonti militari di Tel Aviv confermano a «L'Espresso»: «L'ultima esplosione a Isfahan non è stata una fatalità». E il generale Giora Eiland, già direttore della sicurezza nazionale: «Non ci possono essere troppe coincidenze e quando degli eventi si susseguono c'è probabilmente una mano che li guida, talvolta è la mano di Dio». Addirittura più esplicito, nella sua frase fintamente sibillina, il ministro dell'Intelligence di Tel Aviv Dan Meridor: «Ci sono Paesi che impongono sanzioni e ci sono altri Paesi che agiscono in altri modi per impedire al programma nucleare iraniano di avanzare». Pare quasi una firma in calce. Sorprende, sul versante opposto, il silenzio di Teheran, sempre pronto in passato a denunciare i complotti. Il potere nega i fatti e anche quando il governatore di Isfahan Alireza Zaker-Isfahani ammette «un'esplosione durante un'esercitazione», viene sbugiardato dall'autorità centrale: «Niente, non è successo niente». Naturale chiedersi il perché di un simile atteggiamento. E la risposta non può stare che nella necessità di abbassare i toni per poter lavorare al progetto. Gli ayatollah, suprema guida Ali Khamenei in testa, oltre che il presidente Ahmadinejad, temono l'isolamento totale dopo la crisi delle ambasciate. E hanno oltretutto bisogno di tempo per completare l'opera della bomba. Semmai i segnali che lanciano all'Occidente riguardano il portafoglio. Il capo della Commissione economica del Parlamento Arsalan Fathipour: «Attenzione, se imporrete restrizioni sul petrolio iraniano il prezzo del greggio schizzerà a 250 dollari al barile». Scenario da incubo per un'economia mondiale in depressione.
Evocata adesso, la crisi petrolifera è un ammonimento anche per il futuro, visto che un'ipotesi non così irrealistica prevede che in primavera si passi dalla guerra di sabotaggio alla guerra vera. I piani sono pronti da tempo (dalla metà degli anni Novanta secondo alcuni, quando si cominciò a parlare del nucleare iraniano). La novità è che adesso si è davvero in una fase preparativa: i piani vengono aggiornati ogni 36 ore e la macchina bellica è oliata al punto che basta un ordine del premier Netanyahu per metterla in moto. Il comandante ora in pensione Zeev Raz, che guidò l'attacco contro il reattore di Saddam Hussein, è sicuro: «L'aviazione è pronta per ogni scenario». Anche quello iraniano complicato dal numero dei siti da colpire (oltre una decina). I piloti si sono addestrati sui cieli di Sardegna, Ungheria e Romania, a distanze simili cioè a quelle che dovranno coprire nell'azione. Partiranno dalla base di Ramat David, presso Megiddo, saranno appoggiati dal basso da due sottomarini, uno già arrivato nel Golfo Persico e l'altro dalle acq