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Il Progresso

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Numero 1 del 2012

Titolo: Spettacolo- La macchina Fiorello

Autore: Denise Pardo


Articolo:
(da «L'Espresso» n. 50-2011)
Uno staff di 350 persone. Lo studio di Fellini. Pullman per portare 1.500 ospiti. Big alla regia e alle luci. Otto autori, e poi il suo talento. Così è nato lo show dei record
Se qualcuno crede al telecomando sovrano o alla sovranità del telecomando, il Pdf ha la maggioranza assoluta nel paese. Il Partito di Fiorello arrivato oltre il 50 per cento di share (con picchi del 60 nell'ultima serata), quattro puntate in un crescendo «twittiano», l'unica velocità che riconosce, che cavalca appassionatamente e continuamente, ha stravinto le primarie, il maggioritario e il proporzionale del piccolo schermo.
Ma al leader Fiorello, 51 anni, generatore di applausi senza nessun discrimine di palcoscenico, radio, tv, sat, Web, teatro, palasport, l'arte di indossare lo smoking come fosse in tuta sbracato nel tinello di casa sua (è un bene, è un male?), colpevole di un peccato originale cioè si diverte e se ne frega (dei critici, dei giornalisti, dei potenti), non interessa la politica. Quando ne parla, lo fa con la leggerezza dell'intrattenimento: tempo fa, lo contattò Silvio Berlusconi, e lui lo raccontò ai quattro venti e ne fece una gag. Fiorello ha un potere del cui peso non si rende o non si vuole rendere conto. Ma «Ilpiùgrandespettacolodopoilweekend» ovvero il più grande successo con numeri da preistoria Rai, dimostra all'opposizione mediatica blasé - è populista, è vecchio, non è innovativo, si dilunga troppo - che si può sbancare e sfondare nella tv generalista data per morta (vedi anche «Vieni via con me», share al 31, minore ma pur sempre poderoso, e quindi, chi non ce la fa, non ce l'ha fatta e basta). E si può anche sbancare e sfondare nell'immaginario degli italiani sano, sia pur borghese, certo normale, zoccolo duro dell'opinione in tutti i Paesi civili, dato per spacciato (se rivisto nell'ottica degli anni berlusconiani e degli amanti del genere al seguito).
Tutto questo e chissà quanto di più, perfino l'essere stato il chiodo della bara del berlusconismo. E' scienza o solo momentaneo fenomeno? «E' uno dei più grandi artisti, è artista completo, è pop e chic» dice, e per forza, Bibi Ballandi, ras dei mega format tv, i migliori in scuderia, l'uomo che lo ha scoperto, assistito, valorizzato e mai più abbandonato dopo esserne stato folgorato in un black out imprevisto al Festivalbar dove Fiorello improvvisò un one man show da ovazione. E' metodo, tempismo o spirito dei tempi? Gli idoli nascono e finiscono nei musei delle cere. Anni prima ci si strappava le vesti per Simona Ventura. Poi per il simbolo dei trionfi azzurri, era Paolo Bonolis allora, il vate, il prodigio, il megafono numero uno del linguaggio sbracato, il talent scout della neo volgarità e dell'ignoranza italiana (la «macchina del tempo» del programma «Ciao Darwin») il padrino delle varie, quante ne abbiamo viste e certo non solo in tv, madre Natura bellissime, mute e molto discinte.
Ora è Rosario, non Fiorello così lo chiamano gli amici e durante le prove. L'emblema, invece, del metodo, zero improvvisazione, ma il provare il riprovare fino alla nausea, per poi magari scendere sul terreno dell'improvvisazione e del dettaglio mancante in diretta, e per un carattere come il suo, allegro ma ansioso, il trac prima di andare in scena, i nervi tesi, il metodo e lo studio sono l'assicurazione e la rassicurazione. E come non vedere anche in questo la novità del nuovo corso politico, la specularità tra la res pubblica e la Rai, e perfino chissà un modello per tigna, studio e preparazione. Per chi non ci crede, in ogni caso, ecco, come si dice, i dati alla mano. Prima della partenza dello show, ci sono stati 45 giorni di prove tra studi di registrazione, serate in teatro (due), e Cinecittà. Sono state coinvolte 350 persone di staff della Rai, della Ballandi Entertainment e risorse artistiche. Per ogni puntata, sono state fatte per sei giorni su sette prove di balletto, orchestra e lavoro autorale, più quattro prove generali. Nell'orchestra, 45 elementi, sul palco, 20 ospiti per quattro puntate. A riprendere lo show, dieci telecamere per 3 mila metri quadri di studio, lo studio 5 di Cinecittà il più grande che c'è, quello di Federico Fellini, non troppo strutturato per muoversi liberamente, con un pubblico di 1.500 persone. Sarà solo varietà ma un kolossal da 12 milioni di euro, compreso il compenso di Fiorello, 300 mila euro a puntata (lo stesso di sette anni fa, ci tengono a ripetere i suoi fino allo stremo), per non parlare della fila, in tempi di ben magra pubblicità, per gli spot.
E fosse solo quello. Per la scenografia Gaetano Castelli, un mago. Per le luci, il direttore della fotografia Rai Pino Quini, un fulmine. E la parte musicale affidata a Enrico Cremonesi, uno stregone del tutto fatto su «misura», arrangiamenti inediti, il trionfo del «mash up», la miscela di due o più canzoni, la progettazione di suoni nuovi, la ricerca della perfezione fino all'ossessione, arrivando persino alla scelta della pelle p



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