Numero 1-1sup del 2012
Titolo: A Rimini la festa di Santa Lucia
Autore: Paolo Muratori
Articolo:
Il giorno 4 dicembre 2011 si è svolta nella nostra città la tradizionale festa del non vedente; ci siamo incontrati in una sala nella zona di Rimini nord per trascorrere insieme qualche ora lietamente. Erano presenti alla festa un numero superiore alle cento persone che hanno partecipato attivamente alle iniziative svolte nel pomeriggio e nella serata. Con la guida del nostro presidente Mini Pierdomenico è iniziato il pomeriggio con lo spettacolo che ha visto partecipare una attrice proveniente da Bologna che ha raccontato delle barzellette con stile di grande recitazione. Ha iniziato poi ad esibirsi Sergio Casablanca con la sua tastiera cantando, suonando e raccontando storielle in dialetto romagnolo ed è riuscito a far cantare a tutti i soci presenti in sala le canzoni dei Pooh, di Gianni Morandi e varie. La festa è proseguita con 3 tombole, quindi la cena cucinata dalla moglie del presidente e altre volontarie ed è finita con una lotteria. Tutti i premi sono stati gentilmente offerti da commercianti e supermercati della zona. Durante la nostra festa una signora ha letto una lettera che la moglie del nostro presidente ha scritto al marito; ritengo sia una dimostrazione di quanto è grande la sensibilità di Luciana, questo è il suo nome, nell'aiutare tutta la nostra categoria in ogni momento di necessità.
Con l'autorizzazione di Luciana unisco la lettera. La lettera di Luciana:
«Mi presento, mi chiamo Luciana e sono la moglie di Domenico, il presidente dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Rimini. Questa lettera in verità non era previsto che la scrivessi io, la mia idea era di farla scrivere ai ragazzi, ma non potevo imporre loro una cosa che non sentivano di fare, o dir loro cosa dovevano scrivere. Così ho pensato assieme a voi di fare una riflessione su questa giornata: la Giornata del non vedente. Avete mai chiesto a un non vedente qual è la cosa che gli manca di più per vivere meglio? O cosa possiamo fare noi (dico noi società) per rendere loro la vita più leggera? Io credo che ognuno di noi abbia la propria risposta.
Io vivo da trent'anni con un uomo non vedente e per me è tutto scontato e normale: sa muoversi bene e fa cose che mio figlio vedente non sa fare. E per lui non ci sono problemi, anzi, quando non è preciso io sono sempre pronta a riprenderlo, oppure quando mi chiede dove ho messo una certa cosa che lui sta cercando, la mia risposta è «sono lì, sono là, sopra o sotto», senza mai indicare il punto preciso, sempre sul vago. Senza poi dire quando lascio la lavastoviglie aperta e lui ci cade sopra e io gli dico: «ma Domi! Stai attento! La prossima volta ti metto i para-stinchi e il casco in testa, visto che lascio sempre gli sportelli aperti; lo sai io sono distratta!». E lui dice: «va bene, ma porca miseria sono 30 anni che vivi con me!». Poi 15 giorni fa ho voluto partecipare alla cena al buio. Non vi dico l'angoscia che ho provato, mi sentivo di legno, a malapena riuscivo a respirare; per i primi 20 minuti non sono riuscita né a mangiare né a bere, ero concentrata solo sulla paura. Poi la persona che sedeva accanto a me è riuscita a trasmettermi la sua serenità e così ho cominciato a rilassarmi. Ora capisco perché le persone che non vedono s'innervosiscono quando c'è molto rumore, infatti io avrei voluto gridare «Fate silenzio! Non capite che date fastidio?»; ma poi ho pensato a quante volte loro hanno detto a noi questo. Adesso capisco quando Domenico mi dice: «Luci mi cambi il bicchiere? Questo è troppo pesante»; oppure: «mi cambi la forchetta? Questa è troppo lunga». E io: «ma cosa sarà mai, non hai ancora imparato a mangiare con questa forchetta?». La cameriera ha iniziato a portare i primi piatti e non vi dico come ho mangiato! Con la mano sinistra mettevo il riso sulla forchetta e per capire se avevo finito, sempre con la mano, la giravo nel piatto; mentre ero impegnata a fare questo, sentivo Domenico parlare al microfono. Sentire la sua voce mi trasmetteva un senso di sicurezza e quando passava ai tavoli con grande disinvoltura, ho pensato a quanto fosse bravo a gestire la serata come se niente fosse. In quelle tre ore di buio mi sono passati davanti 30 anni di vita trascorsi assieme, e ho capito di aver fatto tanti sbagli, l'ultimo dei quali quello di averlo posto davanti ad un bivio. Gli dissi di scegliere me o l'Unione e la sua risposta fu: «se non te la senti, vorrà dire che porterò avanti l'associazione da solo perché credo in quello che faccio, non posso lasciare tutto quello che ho costruito». In quel momento l'avrei voluto ammazzare di botte e continuando a urlare gli dissi di non farcela più. 16 anni di volontariato così impegnativo mi avevano stancata; in fondo si separano coppie dopo solo 2 anni, io dopo 16 non ne avevo il diritto? Alcuni amici e parenti spesso mi dicono «ma chi te lo fa fare?». Sapete chi me lo fa fare? La mia coscienza. Ho capito che essere utile agli altri ti ripaga in senso morale ed emotivo; poi lo faccio per mio figlio, mi fa sentire una madre orgogliosa e coerente in questa scelta. Solo con l'esempio puoi trasmettere i valori nei quali credi. La mia rabbia in questi anni, girando per uffici, riunioni con vari assessori, sindaci e medici, era che venivo sempre vista come la moglie del povero cieco, brava, dolce, a cui mancava solo l'aureola da santa. Poi quando m'incontravano da sola non mi salutavano mai, non esistevo come Luciana-persona individuale, ma solo come sei la moglie di... In questi anni mi sono sentita come se non avessi avuto una identità. Alla fine della cena al buio hanno acceso la luce, c'è stato un mare di applausi per i camerieri, tutti urlavano «bravi, bravissimi siete dei fenomeni!». Una gratitudine nei loro confronti a non finire, poi ognuno di noi ha espresso le proprie emozioni provate in quelle tre ore, l'atmosfera era di vera solidarietà verso i ragazzi. Io credo che loro siano sempre così (straordinari), siamo noi che non sappiamo vedere quello che loro sanno fare quando c'è la luce. Io credo che se avessero servito con le luci accese noi saremmo stati pronti a giudicarli dicendo «lei è più veloce, lui si muove meglio...». Mentre al buio ci siamo fatti trasportare dalle emozioni, ci siamo soffermati sulle sfumature, sul capire quanto sono bravi, leggeri, educati, sicuri e noi ci siamo sentiti un po' meno onnipotenti. Per me la solidarietà è questo: fare sentire e vivere le persone diversamente abili (così si dice) nella normalità, rendendoli partecipi nella vita quotidiana, tenendo conto dei loro limiti senza falsi pietismi. Parlo per esperienza personale e vi posso dire che sono poche le persone che hanno chiesto a mio marito «Vuoi venire al bar? Vuoi fare un giro in moto? Vuoi venire al cinema?». Certo se tu lo chiedi, non ti dicono di no, anzi, ti accompagnano. Però è sempre un chiedere. Allora io vi chiedo, in questi momenti dov'è il Domenico fenomenale, intelligente, super eroe, così come voi lo conoscete? E' qui che contano i fatti e l'esempio. Io non so perché si verificano certe dinamiche, vorrei che qualcuno me lo spiegasse.
Concludo dicendo: «Sapete cosa vorrei come regalo per questo Natale? Vorrei che nel mondo avvenisse un black out per almeno 24 ore e che le persone, alla comparsa della luce, ritrovassero un entusiasmo antico verso la vita, quasi dimenticato, e una nuova consapevolezza. Vi saluto e vi auguro un mondo migliore. Ciao Luciana».
Paolo Muratori