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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ETS - APS

 

Corriere dei Ciechi

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Numero 1 del 2012

Titolo: UNIONE- Niente su di noi senza di noi

Autore: Tommaso Daniele


Articolo:
Lettera aperta ai rappresentanti delle Istituzioni e all'intera cittadinanza L'Atto Camera 4566 contiene le riforme dell'assistenza e del fisco, dalle quali il Governo si prefigge di risparmiare 40 miliardi di euro in tre anni. Il provvedimento colpisce pesantemente i disabili gravi, costretti a pagare due volte: una volta come cittadini, l'altra come disabili. I disabili, tutti i disabili, sono contro la logica ispiratrice della riforma, che limita l'intervento pubblico ai soli casi di estremo bisogno economico non soltanto del disabile, ma anche della sua famiglia. Una logica che ci fa tornare indietro di molti decenni, perché cancella brutalmente i diritti fondamentali conquistati dai movimenti nazionali e internazionali dei disabili in lunghi anni di dure lotte e di grandi sacrifici. Due esempi per tutti: la Costituzione del nostro Paese che al comma 2 dell'articolo 3, in nome dell'uguaglianza dei cittadini, obbliga la Repubblica a rimuovere tutti gli ostacoli che limitano o impediscono la partecipazione attiva al contesto sociale e la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità che vincola gli Stati che l'hanno firmata e ratificata a garantire i diritti delle persone con disabilità senza se e senza ma. Dunque i diritti acquisiti non si toccano anche in presenza di una grave crisi economica. È in questo quadro concettuale che va vista la difesa ad oltranza da parte dei ciechi dell'indennità di accompagnamento, un diritto soggettivo perfetto che prescinde dalle condizioni di reddito della persona titolare del beneficio e della sua famiglia. Il legislatore, per rendere concreto il concetto di uguaglianza dei cittadini, ha concesso alle persone cieche una speciale indennità, definita impropriamente «di accompagnamento». In realtà tale indennità serve per favorire il processo di integrazione dei minorati della vista nella società. Altra natura ha l'istituto della pensione, concessa ai ciechi o agli altri disabili, non in quanto ciechi o disabili, ma in base alle loro condizioni economiche. La pensione infatti è concessa per garantire il minimo dei mezzi economici per la sopravvivenza dei beneficiari. La stessa filosofia che ispira l'istituto della pensione sociale. Non tutti conoscono, né sono tenuti a conoscere la diversa natura e le diverse finalità degli istituti che ho cercato di illustrare. Accade così che una parte non irrilevante di politici, di giornalisti e anche di opinione pubblica condivida il progetto del Governo di assoggettare l'indennità di accompagnamento dei ciechi e degli altri disabili a un tetto di reddito e faccia un ragionamento che a prima vista, ai disinformati, può sembrare giusto. Siamo in una crisi profonda, non ci sono soldi, è giusto che l'assistenza sia garantita solo a chi non ha i mezzi per provvedere da solo: sillogismo semplice, di immediata percezione, indegno però di uno stato di diritto che deve garantire i diritti acquisiti di persone che non aspirano ad altro che alla non discriminazione, alle pari opportunità e alla pari dignità. L'assemblea dei Quadri Dirigenti della nostra Unione, riunitasi a Tirrenia il giorno 29 ottobre, ha scelto la difesa ad oltranza dell'indennità di accompagnamento al titolo della minorazione perché è la più giusta, la più coerente con i diritti fondamentali dell'uomo, la più rispettosa della dignità delle persone con disabilità. Nella ipotesi che l'Atto Camera 4566 venisse approvato dal Governo, nelle casse dello Stato entrerebbero pochi spiccioli, un risparmio davvero irrisorio, perché non ci sono ricchi fra i ciechi, perché la cecità generalmente alligna nelle famiglie con scarsi mezzi economici e basso livello culturale, dove sono pressoché sconosciuti i concetti di prevenzione della cecità e di riabilitazione visiva. Qualora il tetto di reddito fosse così basso da travolgere i redditi da lavoro i ciechi si troverebbero nella condizione di dover scegliere tra il lavoro e l'indennità e non è detto che essi sceglierebbero il lavoro, perché i ciechi lavoratori, a differenza degli altri lavoratori, devono sopportare gravosi costi per andare e tornare dal luogo di lavoro. Tale scelta aumenterebbe smisuratamente l'esercito dei poveri e degli assistiti. Si tratta quindi in ogni caso di un provvedimento inutile perché non porta soldi nelle casse dello Stato, impolitico perché colpisce una platea di oltre 4 milioni di persone, incivile perché scarica il peso della disabilità sulle famiglie, iniquo perché approfondisce il solco delle disuguaglianze sociali e colpisce al cuore il concetto di pari opportunità. Per tutti questi motivi i ciechi e gli ipovedenti italiani chiedono al Governo di stralciare l'articolo 10 dal Disegno di Legge 4566 e di costituire un tavolo tecnico con una qualificata rappresentanza dei disabili nell'intento di trovare una soluzione che sia rispettosa delle esigenze economiche del Paese, ma anche della dignità delle persone con disabilità nello spirito della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità: «Niente su di noi senza di noi».



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