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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ETS - APS

 

Corriere dei Ciechi

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Numero 1 del 2012

Titolo: UNIONE- Intervista a Umberto Broccoli

Autore: Luisa Bartolucci


Articolo:
D: Abbiamo con noi Umberto Broccoli, un Premio Braille che abbiamo consegnato con grande gioia, perché per noi la radio è stata sempre non solo una compagna, ma anche uno strumento per accedere alla cultura e ad ogni tipologia di informazione. Lei, oggi ha evidenziato in maniera davvero magistrale, come l'importanza della radio sia sempre grandissima, anche nella società delle immagini. R: Con gioia reale ricevo un premio del genere perché, l'ho detto tante volte e lo ripeto, forse il più bel complimento che mi viene fatto, e che mi lusinga e in parte mi illude che io stia facendo un buon lavoro, è quello che proprio viene dalle persone ipovedenti o non vedenti quando mi dicono: lei riesce a descrivere delle sensazioni, dei colori e ci restituisce immagini che, o non abbiamo mai visto, o che abbiamo visto e poi perduto. Quindi, non è la gioia da parte vostra di avermi con voi, è la mia gioia di aver ricevuto un premio del genere e un tale riconoscimento perché mi sprona a cercare di fare sempre meglio: non so se ci riuscirò ma è così. D: Ci sta già riuscendo. Ma quanto è difficile, oggi, fare radio, proprio nel mondo delle immagini e, comunque, anche in un panorama in cui le radio purtroppo stanno sempre più appiattendosi? R: Si sta appiattendo un po' tutto; il problema è che la qualità sta scendendo. Secondo me però, bisogna continuare a coltivare questo recinto intorno alla parola. Un grande poeta sudamericano, Pablo Neruda, diceva che nella parola c'è tutto, ci sono i colori, ci sono i profumi, ci sono le sensazioni, ci sono le emozioni; ecco, in questo momento storico, per fare bene la radio, bisogna cercare di rimettere al centro la parola: la parola dettata, la parola raccontata, la parola costruita per ridare colore. Ripeto, nella parola c'è tutto, quindi, se è vero come è vero che c'è un certo appiattimento, ho fiducia e speranza che tutto questo venga anche superato. D: La televisione, invece, ci delude un po'. Che cosa può dire in merito? R: Nella mia vita ho fatto tanta televisione, soprattutto sulla terza rete; in questo momento storico manco fisicamente dalla televisione, dalle reti Fininvest Mediaset dal 2006, dalla Rai dal 2003. Devo dire con franchezza, senza che si offenda nessuno, che non ne sento la mancanza, così come non sento la mancanza della programmazione televisiva, perché, purtroppo o per fortuna, io sono cresciuto con la televisione in bianco e in nero e, oggi, la televisione a colori è molto meno colorata di quella in bianco e nero. Questo è un dato di fatto. Per fortuna, però, esistono le reti satellitari, grazie alle quali possiamo avere anche altro tipo di offerte perché, per il momento, il panorama offerto delle reti generaliste è assai scarso. D: Che cosa occorrerebbe fare per migliorare il livello dei mezzi di comunicazione nel nostro Paese ma, forse, io direi anche un po' in tutto il mondo, perché in realtà c'è anche un'importazione di programmi, di format che sono, dal mio punto di vista, una cosa un po' triste... R: È semplice, è una ricetta antica come il mondo: per ridare colore alla televisione, ai mezzi che mettono l'immagine al centro, bisogna cominciare a ripensare alle parole; sembra un paradosso, parola e immagine, ma non è così perché nella televisione le immagini vanno costruite; bisogna studiare un programma che parta da A e finisca in Z, e non improvvisare, non riempire di contenuti rissosi, non urlare ma parlare con un tono pacato perché si entra nelle case delle persone. Se io entrassi a casa sua e iniziassi ad urlare, lei giustamente mi caccerebbe perché sarei un maleducato. Tutto questo va costruito come se fosse un'architettura; io dico sempre questo: la televisione di oggi è facile, dovremmo tornare alla televisione semplice. La televisione facile è accendere una telecamera e vedere quello che succede, la televisione semplice è studiare un percorso che ti porti da A a Z attraverso una serie di contenuti basati sulla scrittura e sulle parole. Si faceva così fino agli anni ‘60-‘70 riempiendo la televisione di questo tipo di contenuti: il cantante sapeva cantare, chi presentava conosceva l'italiano, il comico faceva ridere; tutti secondo una professionalità. Oggi, francamente, tutto questo mi sembra abbastanza nelle retrovie. D: Forse c'è troppa improvvisazione... R: Sì, c'è troppa improvvisazione, ma non per questo la voglio demonizzare; l'improvvisazione su un qualche cosa di costruito va benissimo, altrimenti non esisterebbe la Commedia dell'arte, però ci deve essere qualcosa di costruito. Accendere una telecamera su una rissa non mi fa piacere, francamente preferisco andare a fare un giro sul Raccordo Anulare o sulla tangenziale di Milano e mi diverto di più...



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