Numero 3-3sup del 2012
Titolo: La storia della mia vita
Autore: Maria Sicignano
Articolo:
Cerco di abbozzare la mia storia. Il non vedente negli anni Settanta era un bimbo da tenere nascosto. Sono del 1964, ed ero una bimba ipovedente fino all'età di 11 anni.
Una vita legata solo al pensiero di come risolvere il problema della vista.
Per la mia famiglia non esisteva scuola, gioco e socializzazione. Fu così che nel 1975, per un errore medico, finii per perdere la vista. Non tanto per me, ma per la mia famiglia fu ancora un trauma. Però io non mi persi d'animo; incominciai a cercare qualcosa per uscire da quel tunnel che mi teneva al buio dal mondo esterno. Qualche volta chiedevo dove avrei potuto trovare le scuole per persone cieche, ma mi veniva detto che non esistevano. Un giorno sentii parlare i miei genitori di una associazione, di nome Unione Italiana dei Ciechi; chiesi a loro qualche informazione in più, ma non mi fu data risposta esauriente. Allora, con l'aiuto di un'altra bimba che abitava vicino casa, una persona che mi permettevano di frequentare, trovai il numero di questa associazione.
Fu così che incominciò la mia vita, e finì la mia vegetazione.
Dopo molti litigi tra le cariche associative e mio padre, riuscirono a inserirmi nel mondo della scuola; ciò non fu semplice all'età di 16 anni, perché fui costretta a fare un corso per centralinista contro la mia volontà. La mia fortuna fu, però, quella di prendere un posto di lavoro all'età di 18 anni. In quel momento i miei genitori non li feci più decidere. Presi in mano la mia vita e incominciai a decidere con la mia testa, pur sapendo di fare molti errori. All'età di 23 anni decisi di lasciare il mio posto di lavoro, visto che era a circa 20 km dal mio paese, ma la mia famiglia non approvò questa decisione. A me, però, non importava più di tanto dei loro consigli, visto che avevo perso la loro fiducia.
Sono cresciuta da sola e con ritardo: una vita venuta fuori con tanti sacrifici, ma con molte soddisfazioni. Mi piace ricordare i tanti divertimenti arrivati dopo gli anni Ottanta; la mia famiglia non riusciva a capire più nulla, comprai un'auto e assunsi un autista. Le storielle con qualche ragazzo non mi sono mancate. Voglio precisare: mai storie con persone di categoria, non per paura, ma per i problemi che potevano sopraggiungere, cioè non accettavo il terzo incomodo nella mia famiglia che si andava a creare. Finalmente all'età di 35 anni arrivò il matrimonio, e anche qui fu ancora la mia famiglia a cercare di intrufolarsi nella mia vita, dicendo che dovevamo andare a vivere con loro. Li feci illudere per circa sei mesi, poi un giorno dissi loro che stavo cercando casa. C'era qualche cosa da andare a trattare, se volevano potevano venire a vederla; mio padre disse che non era d'accordo per quell'acquisto, ma gli precisai che con o senza la sua presenza l'acquisto lo avrei fatto comunque. Oggi posso dire che grazie alla mia forza e alla mia tenacia molte cose sono riuscita ad ottenerle, ma tante sono rimaste solo dei sogni, che grazie al loro egoismo non sono riuscita a recuperare. Oggi arriva un'altra sfida importante e drammatica nella mia vita: quella di dimostrare a tutti che si può essere genitori anche quando si decide di chiedere in adozione un bambino. Il pregiudizio forte che ho potuto constatare in questi anni di dura lotta pone una grande domanda: perché una persona cieca fa così paura? Non è uno stereotipo quello che voglio mettere in campo. E' la constatazione di una dura e spaventosa realtà, cioè la burocrazia e il rivolo delle leggi che la controlla. Tutto ciò quando è unito a persone prevenute sull'handicap crea un vortice mortale nel quale s'infrangono i sogni e le speranze di futuri genitori e la sofferenza silente di anime innocenti in attesa di ritrovare una carezza, un sorriso e quell'affetto che il destino ha negato loro sin dalla nascita. No, questo non è un romanzo: è la vicenda di una mamma per un'ora, che pensava come non vedente di aver finalmente abbattuto un'altra barriera, quando in tribunale insieme a mio marito ricevevo il decreto di adozione per Giulia.
Premettendo che la piccola non sono mai riuscita ad incontrarla, voglio in poche parole raccontarvi come sta crescendo nel mio pensiero: una dolce e stupenda creatura che comincia a muovere i primi passi e comincia a sorridere al mondo e alla vita in casa, dove non è un ospite ma dove amore e voglia di credere ed investire nel suo futuro sono le parole d'ordine. Ma il risveglio da questo sogno è brusco, perché in lontananza odo il suo pianto; percepisco la tristezza e l'angoscia per una solitudine e una vita nuova negata. Ecco il nuovo steccato da superare, ecco la nuova sfida che mi rende forte e capace di non mollare, di combattere e gridare che gli occhi non chiudono la strada del cuore e le vie per avere e donare una vita dignitosa alla pari con gli altri. Non ho paura di mostrarmi, non ho paura di gridare il diritto per le donne non vedenti di poter avere pari accesso alle adozioni così come le altre donne, così come le altre coppie. Sono contenta che questa lotta sia condotta anche dalla mia Associazione, perché questo rende più forte la mia voce che oggi si leva così in alto affinché gli occhi chiusi di persone egoiste e bacchettone non privino Giulia del sorriso della vita e delle carezze dell'amore.
Non mi arrenderò fin quando avrò respiro e non tacerò, perché un minorato visivo non può e non deve mai più essere relegato fra gli alieni o peggio condannato alla solitudine per una capacità in meno che è ampiamente compensata, in questo caso dalla condivisione di un coniuge attento e premuroso che mi ha accompagnato in questa parte di cammino della mia vita, aiutandomi a migliorare le autonomie del passato, costruendo per il presente e guardando al futuro con prospettiva e voglia di diventare genitori che vincano le resistenze di chi vorrebbe privare i minorati della vista del ruolo di genitori adottivi.
Maria Sicignano