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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ETS - APS

 

Corriere Braille

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Numero 22-22sup del 2012

Titolo: Conclusioni alla Relazione Programmatica 2013

Autore: Tommaso Daniele


Articolo:
Ecco l'elenco delle cose che vorremmo fare, dei problemi che vorremmo risolvere, degli obiettivi che vorremmo conseguire. Tuttavia, un elenco della speranza, perché sappiamo già di non poterlo esaurire, perché un anno passa in fretta ed i nostri interlocutori istituzionali sono sempre più distratti e meno disponibili.
L'elenco della speranza, dunque, che serve soprattutto a darci una rappresentazione, più o meno completa, delle necessità più impellenti dei ciechi e degli ipovedenti italiani che, se non venissero soddisfatte, rischierebbero di interrompere la marcia verso le pari opportunità e li farebbero precipitare negli abissi dell'emarginazione e dell'esclusione sociale.
L'Unione Italiana dei Ciechi è nata il 26 ottobre di 92 anni fa proprio per impedire che questo avvenisse. La nostra marcia nel deserto della politica e del governo è stata sempre tormentata e dolorosa; siamo stati, generalmente, lasciati soli di fronte a problemi più grossi di noi, in quanto minoranza sociale. Eppure, la nostra Associazione ha fatto miracoli: l'uno dopo l'altro abbiamo conquistato i diritti fondamentali dell'uomo, che ci hanno fatto sentire «uomini tra uomini, lavoratori tra lavoratori, cittadini tra cittadini». Ed è per questo che i ciechi italiani prima e gli ipovedenti poi, si sono stretti intorno alla nostra bandiera e l'hanno fatta avanzare verso traguardi che le associazioni di categoria e non solo dell'Europa e del mondo ci hanno sempre invidiato e ancora ci invidiano. Di questo nostro lungo cammino ha lasciato una traccia indelebile Carlo Monti nel libro «In cammino verso le pari opportunità» realizzato in occasione dell'80o anniversario della nostra Unione. Un libro ricco di suggestioni che rivela intelligenza politica, storica e filosofica, una lettura assai utile per chi si è affacciato da poco alla vita associativa e decidesse di parlare, con cognizione di causa, della nostra Storia. È fondamentale conoscere il nostro passato per decidere il nostro presente e progettare il nostro futuro.
Dunque, la marcia nel deserto della politica e del governo è stata sempre complicata e dolorosa; ci hanno lasciati, generalmente, soli di fronte a problemi più grossi di noi. La storia si ripete: siamo di nuovo soli di fronte a una profonda crisi economica di livello planetario; siamo di nuovo soli di fronte a Governi che non conoscono la fatica del vivere quotidiano perché hanno avuto in sorte di appartenere al mondo del privilegio; siamo di nuovo soli di fronte ad una società divisa in due, i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri: i ricchi non hanno mai praticato la solidarietà, i poveri non hanno più i mezzi per farlo. In questo contesto non solo è impossibile progettare il futuro ma è anche difficile, assai difficile, gestire il presente. Il nostro presente racconta la storia amara di contributi alla sede centrale tagliati del 98%, perché lo Stato è impegnato a ridurre sempre più la spesa pubblica per impedire che la montagna del debito pubblico diventi ancora più alta; il nostro presente racconta la storia amara di Consigli regionali e Sezioni provinciali privi di qualsiasi intervento economico, nella forma del contributo di funzionamento o di finanziamento dei progetti da parte dei Comuni, delle Province e delle Regioni, che a loro volta subiscono pesanti tagli nei trasferimenti di risorse da parte dello Stato; il nostro presente racconta di personale dipendente della sede centrale in cassa integrazione e di Sezioni provinciali che del personale devono fare a meno per mancanza di risorse.
La storia dei tagli dei nostri contributi risale al tempo del Governo Prodi, ma essi allora venivano praticati in misura accettabile. Ma, con il passare del tempo, sono aumentati a dismisura sino ad arrivare a percentuali assai vicino al cento per cento, il che fa pensare alla volontà del Governo di impedire che la nostra Unione svolga il suo ruolo di tutela e di rappresentanza dei ciechi e degli ipovedenti italiani.
Ecco cosa rimane dei contributi concessi dallo Stato all'Unione:
- legge 282 del 3 agosto 1998 «Finanziamento per il Centro Nazionale del Libro Parlato»: da 2.125.000 a 1.012.000 euro;
- legge 24 «Contributo compensativo» del 1996: da 2.065.000 a 65.000 euro;
- legge 379 del 1993 «Contributo concesso all'Unione ma finalizzato all'Irifor e allo Ierfop»: da 2.300.000 a 291.000 euro.
Queste leggi non sono piovute dal cielo, sono il frutto dell'impegno e dell'intuizione della dirigenza del tempo; insieme decidemmo di andare oltre il ruolo di rappresentanza e di tutela dell'Unione per assumere quello di erogatori di servizi ai ciechi e agli ipovedenti che meglio rispondeva ai bisogni del tempo. Tale scelta si è rivelata fondamentale nel corso del tempo ed è stata sempre confermata in sede congressuale; questo significa che abbiamo il dovere di difenderla con tutte le nostre energie, con tutta la nostra intelligenza, non solo nei confronti dei politici che nella maggior parte dei casi sanno che esistiamo ma non sanno chi siamo, cosa facciamo e dove vogliamo andare, ma anche nei confronti di certi soci (per fortuna pochi) che conoscono la nostra Storia solo per sentito dire e non sentono il bisogno di approfondirla. Dobbiamo dunque difenderla questa scelta! È quello che facciamo ogni giorno, quando incontriamo autorità di Governo, parlamentari, funzionari e spieghiamo loro la differenza tra le altre associazioni e la nostra; quando facciamo sapere loro che l'Unione è l'unica associazione che per legge rappresenta e tutela tutti i ciechi e gli ipovedenti italiani; che è l'unica ad aver compiuto la scelta di andare oltre il ruolo di tutela e rappresentanza e di erogare servizi; che è l'unica ad essere controllata dalla Corte dei Conti e vigilata dal Ministero dei Beni Culturali, del Lavoro, dell'Economia, dell'Interno e dalla Presidenza del Consiglio, attraverso loro rappresentanti nel Collegio sindacale. È stata questa forma di massiccia vigilanza che ci ha salvato da chi ci voleva commissariare e da chi aspettava che ci commissariassero. Non lo dico per amore di polemica, ma solo per evidenziare il pericolo che abbiamo scampato; in questa congiuntura economica un Commissario avrebbe assecondato la volontà del Governo e ci avrebbe solo accompagnati lungo l'arco del nostro definitivo declino, cancellando 92 anni di Storia e consegnandoci alla mercé di partiti e di sindacati che non ci hanno mai rappresentati adeguatamente.
Invece no, i ciechi e gli ipovedenti hanno ancora bisogno della loro Unione, più che mai adesso che la crisi economica con tutte le sue nefaste conseguenze, rischia di cancellare le garanzie presenti nella Costituzione del nostro Paese, nella normativa europea, nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Dunque, i ciechi e gli ipovedenti italiani hanno bisogno dell'Unione, ne hanno avuto bisogno nel passato, ne hanno bisogno ancora di più adesso che la coperta è stretta ed il rischio che non riesca a coprire tutti è più che ipotetico: noi non vogliamo che qualcuno resti al freddo e invitiamo tutti quelli che sono andati via, o per amor di protagonismo o per incomprensioni o per aver subito qualche torto, a tornare da noi piuttosto che esercitare il ruolo di generali senza eserciti.
Nell'Unione c'è posto per tutti a condizione che siano rispettate le regole della democrazia scritte nello Statuto e ciascuno si metta a disposizione per la causa comune. I servizi erogati dall'Unione sono stati e sono a disposizione di tutti, senza distinzione di sigle o di tessere, e sarà così anche per il futuro. Dobbiamo garantire che tali servizi siano erogati con regolarità e magari che ne sia migliorata la qualità, perché questo sia, è necessario che i contributi ad essi finalizzati, che hanno già perduto il loro potere di acquisto per non essere stati mai aggiornati, siano ripristinati almeno nella misura dello stanziamento. È quello che stiamo cercando di ottenere bussando alle porte dei segretari di partito, dei singoli parlamentari, di molti ministri e sottosegretari, tessendo pazientemente una rete di rapporti umani che ci consenta di spiegare chi siamo, cosa facciamo, per chi e perché lavoriamo.
È presto per parlare di risultati, ma per l'impegno profuso, per i riscontri ricevuti con mezze frasi del tipo: «vedremo quel che si può fare compatibilmente con le risorse disponibili», ma soprattutto per l'imminenza delle elezioni politiche del 2013, in me si è accesa più di una speranza e spero tanto che il mio ottimismo sia premiato come per il passato.
Tuttavia, non facciamoci illusioni: la coperta è davvero stretta e nonostante il mio ottimismo sono abbastanza sicuro che le risorse che arriveranno, se arriveranno, non saranno certamente pari alle nostre necessità. Questo significa che dovremo ulteriormente accentuare la nostra politica di risparmio, posta in essere già nel 2012, fino a farla diventare un imperativo categorico. Dobbiamo, inoltre, prendere coscienza che da oggi in poi i finanziamenti pubblici saranno sempre meno disponibili; dovremo, quindi, per il prossimo futuro, integrarli con forme nuove di autofinanziamento. Non partiamo da zero, stiamo sperimentando a livello nazionale un'asta di beneficenza con i quadri offerti dall'associazione dei pittori di via Margutta e con altri oggetti offerti da personaggi pubblici; abbiamo sottoscritto un Protocollo d'intesa con l'Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro per avvalerci del loro Patronato e del loro Caf a condizioni di particolare favore; abbiamo strutturato a livello nazionale un gruppo di lavoro per l'autofinanziamento; abbiamo commissionato un corso di formazione per il fund raising che avrà luogo tra novembre e dicembre. Occorre, tuttavia, un ulteriore sforzo di fantasia per immaginare qualcosa di meglio e di più, per andare al di là delle tradizionali lotterie e delle cene al buio. In attesa, però, che si accenda la luce della fantasia e ci indichi modi nuovi per reperire risorse dal privato, dobbiamo utilizzare al meglio quel che resta del finanziamento pubblico, dobbiamo compiere una approfondita analisi delle spese della sede centrale e ridurre tutto ciò che è riducibile, compreso il personale dipendente e le collaborazioni in esubero.
Le nuove tecnologie, ad esempio, ci consentono di spostare il servizio del Libro Parlato dal livello regionale a quello provinciale, avvicinandolo sempre più ai soci; ciò, naturalmente, comporta la dolorosa decisione di chiudere i Centri di distribuzione, sia pure con la necessaria gradualità e con tutte le tutele possibili dei nostri dipendenti che vi lavorano. Il risparmio derivante dalla chiusura dei Centri di distribuzione, sarà utilizzato per incrementare la produzione dei libri parlati, mentre quello derivante dalla riduzione delle altre spese della sede centrale, sarà impegnato per incrementare il Fondo sociale e dare un po' di ossigeno alle nostre strutture periferiche che, prive di qualsiasi forma di finanziamento, rischiano la chiusura. A tale proposito, ritengo che la recente normativa che riduce il numero delle province, mutandone l'assetto territoriale, ci offra l'occasione per una diversa organizzazione delle nostre strutture periferiche. È ciò che abbiamo pensato quando abbiamo introdotto il concetto di standard minimi di servizi da parte delle Sezioni provinciali, accettato con molte perplessità da parte di più di un dirigente associativo. Una diversa classificazione delle strutture periferiche comporta automaticamente la riduzione e la semplificazione degli oneri burocratici, il che potrebbe consentire la utilizzazione di personale meno qualificato. Il tema del finanziamento, pubblico o privato che sia, è cruciale per la vita dell'associazione: senza di esso l'Unione non potrebbe esercitare il suo diritto-dovere di tutela e di rappresentanza dei ciechi e degli ipovedenti italiani.
La Storia ci dice che solo chi vive sulla propria pelle il dramma della cecità o della ipovisione, ne conosce i bisogni e li può rappresentare dal di dentro con cognizione di causa alle Istituzioni. La Storia ci dice che solo la geniale idea di Aurelio Nicolodi di dare ai ciechi una bandiera, ha fatto sì che essi uscissero dal ghetto nel quale la storia e la società li avevano rinchiusi, condannandoli alla povertà, all'ignoranza, all'emarginazione. La Storia ci dice che i servizi per i ciechi devono essere erogati dai ciechi: Nicolodi, infatti, dopo aver elaborato il Manifesto Programmatico incentrato sull'istruzione, il lavoro, la previdenza e l'assistenza, pensò subito a realizzare la biblioteca per i ciechi, la stamperia braille e i laboratori protetti. Abbiamo bisogno di finanziamenti pubblici e privati per continuare l'opera di Nicolodi, di Bentivoglio, di Fucà, di Kervin e della dirigenza che ha gestito l'Unione in questi ultimi 27 anni. Abbiamo bisogno di finanziamenti pubblici e privati per tutelare il diritto all'istruzione, alla formazione professionale, all'impiego, alla prevenzione della cecità, alla riabilitazione, all'informazione, alla cultura, alla fruizione dei beni culturali e al tempo libero. Perché la nostra azione risulti vincente, dobbiamo prendere coscienza una volta per tutte che senza l'Unione i ciechi sarebbero allo sbando e quel che vale per i ciechi vale anche per gli altri disabili. Senza il mondo dell'associazionismo, non avremmo avuto l'articolo 2, 3 e 38 della nostra Costituzione, non avremmo avuto il principio di non discriminazione che pervade l'intera normativa europea, non avremmo avuto quel monumento giuridico costituito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.
Teniamolo vivo questo mondo, facciamolo prosperare con la forza del nostro pensiero e delle nostre azioni, teniamolo unito questo mondo, ci serve per cambiare la cultura di questo tempo, dominato dalle banche e dalle multinazionali, che fanno del profitto per il profitto la loro bandiera, la loro religione; una cultura dominata dall'economia che la fa da padrona sulla politica e ignora completamente la morale: una cultura così, produce una società di indifferenti e di egoisti, nella quale non c'è spazio per i più deboli e soprattutto per i disabili.
Non possiamo stare a guardare, dobbiamo innalzare la bandiera della resistenza e batterci affinché l'uomo, con la sua dignità torni ad essere il centro di ogni politica e sia considerato un fine e non un mezzo.
Vorrei tanto che i ciechi fossero in prima fila in questa battaglia, anzi, in questa guerra, per una diversa civiltà; abbiamo una vasta gamma di problemi da affrontare nel 2013, tutti elencati nella relazione programmatica: non so se riusciremo a risolverli tutti o in parte, so solo che ne risolveremo molti se ciascuno di noi porterà il suo mattone, che sarà più o meno pesante a seconda del livello di responsabilità che ricopre nella gerarchia dell'associazione.
Il 2012 è stato un anno terribile: i tagli ai nostri contributi nella Legge di Stabilità, la procedura di commissariamento, qualche disorientamento al nostro interno: sono stati necessari nervi saldi e la consapevolezza della propria innocenza rispetto alle accuse per non crollare. Mi auguro tanto che la lezione ci sia servita e che nel 2013 l'Unione parli con una sola voce nei confronti delle istituzioni: quella del Consiglio Nazionale che per Statuto decide la linea politica dell'associazione.
Ne sono convinto, so che tutti vogliamo bene alla nostra associazione, so che tutti siamo innamorati della stessa bandiera perché in essa c'è tutta l'anima dei ciechi e degli ipovedenti italiani.
Tommaso Daniele



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