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Il Progresso

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Numero 2 del 2013

Titolo: Politica interna- Ma guarda chi c'è, il Cavaliere

Autore: Bruno Manfellotto


Articolo:
(da «L'Espresso» n. 3-2013)
E' sempre la stessa storia: dietro ogni scelta di Berlusconi ci sono i suoi guai giudiziari. Ieri la frode fiscale, oggi Ruby, domani chissà. Stavolta sa di non poter vincere, ma si batte perché non vinca nessuno. E il Paese diventi ingovernabile
Ogni volta ti viene il dubbio: parlarne o non parlarne? Assecondare la sua smania di essere onnipresente, invasivo, tracimante; o fare finta che Berlusconi non esista, mettergli la sordina, occuparsi d'altro? Ricordargli Ruby e Tarantino, All Iberian e lo stalliere Mangano; o sorvolare su traffici privati e bunga bunga inchiodandolo invece sulle tasse (aumentate anche da lui) e deficit pubblico (cresciuto anche con lui), incapacità di governo e trionfo dei conflitti di interesse che gli hanno consentito di continuare ad arricchirsi anche nei nove anni di Palazzo Chigi? Se n'è convinto per esempio Marco Travaglio dopo le ore passate a tu per tu con il signor B. nell'arena di «Servizio pubblico», nonostante vent'anni di implacabili requisitorie sulla fedina penale del Cav.: insistere sui suoi processi - scrive - non serve a niente, tanto i suoi lo votano lo stesso, meglio denunciarne pochezze di governo e conflitti di interesse.
E però le due cose si intrecciano continuamente nella storia di Berlusconi perché in lui non c'è scelta politica senza denunce e processi, né «discesa in campo» o ritorno in pista senza l'ansia di liberarsi delle grane giudiziarie gestendo il potere a colpi di leggi ad personam. Anzi alla fine è stata proprio quest'ossessione a segnarne l'azione di governo portandolo a ignorare le promesse elettorali (tasse, spesa pubblica, liberalizzazioni e privatizzazioni) e a concentrarsi solo su avvocati, testimoni e tribunali.
La copertina «Rieccolo» con la quale «L'Espresso» svelava le vere intenzioni di B. quando i più facevano finta di non vedere e lo davano per finito, depresso, desaparecido, porta la data del 29 giugno 2012 e anticipa una decisione che andava maturando da tempo, e sempre condizionata dai guai giudiziari.
Infatti quando pochi mesi dopo, il 26 ottobre, il Tribunale di Milano lo condanna a quattro anni di reclusione per frode fiscale nell'acquisizione di diritti televisivi da parte di Mediaset e all'interdizione per tre anni dai pubblici uffici, la strategia diventa ufficiale. Intervistato dal Tg5 il Cavaliere annuncia: «Ora mi sento obbligato a restare in campo per riformare il pianeta giustizia». In campo. Non ne era mai uscito.
Del resto fu così anche all'inizio di tutto, 1994, quando in pochi mesi fondò e trascinò alla vittoria Forza Italia. E così è oggi che s'avvicina la conclusione del processo Ruby: se la sentenza fosse rapida e sfavorevole, il Nostro si ritroverebbe in campagna elettorale condannato per concussione e induzione alla prostituzione. Azzoppato. Mentre altri processi incombono. Un caso di manifesta incandidabilità continua.
Ha ragione Matteo Renzi, Berlusconi non molla, è un osso duro. E soprattutto è un bugiardo incallito capace di convincersi, come solo i grandi bugiardi sanno fare, che la storia vera è quella che racconta lui e basta, anche se il giorno prima è una e il giorno dopo il suo contrario. L'importante è occupare il campo, condurre il gioco, soffiare messaggi. E poco importa se alle 9,39 di martedì 15 gennaio lancia l'impossibile candidatura di Mario Draghi al Quirinale e alle 9,17 di mercoledì 16 annuncia invece che Mario Draghi non è il suo candidato al Quirinale. Che cosa non si fa per stare in scena.
Insomma, sbagliato mollare la presa e dargli credito, giusto continuare a incalzarlo. Il suo progetto politico è fallito e non è più riproponibile; stavolta non ce la farà, ma il potere di destabilizzazione di cui dispone, alimentato dal facile vento populista che soffia sull'Europa in crisi, è ancora alto. Berlusconi sa che non vincerà, ma ce la sta mettendo tutta per evitare che Monti gli sottragga una parte consistente di voto moderato, per conquistare qualche regione come la Lombardia e impedire così che Bersani si aggiudichi anche il Senato. L'ultimo morso del Caimano: paralizzare il Paese e renderlo ingovernabile, trasformare la vita politica in una campagna elettorale continua. Il prezzo intollerabile della sopravvivenza.



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