Numero 2 del 2013
Titolo: Politica estera- La guerra africana di Hollande
Autore: Pierre Haski
Articolo:
(da «The Guardian» (Regno Unito), su «Internazionale» n. 983-2013)
(da «The Guardian» (Regno Unito), su «Internazionale» n. 983-2013)
Il presidente francese aveva promesso di non interferire negli affari interni dei paesi africani. Ma alla fine ha mandato le sue truppe in Mali
Durante la campagna elettorale del 2012 François Hollande, accusato di essere indeciso, è stato soprannominato «Flamby», dal nome di un budino (che non fa pensare esattamente a un superuomo). Sette mesi dopo ha autorizzato un'operazione delle truppe d'assalto francesi in Somalia per salvare un ostaggio francese e ha cominciato una guerra dagli esiti imprevedibili in Mali. Così facendo si è guadagnato il sostegno dei principali leader dell'opposizione francese, che sono in disaccordo con lui su qualsiasi altra questione, e perfino del Regno Unito, che ha accordato alla Francia un supporto militare per il trasporto delle truppe e dell'equipaggiamento in Mali. Era difficile immaginare che questo dirigente socialista sarebbe diventato un presidente di guerra, soprattutto dopo aver caldeggiato l'immediato ritiro delle truppe francesi dall'Afghanistan, completato poche settimane fa.
Subito dopo la sua elezione nel maggio del 2012, Hollande ha delineato una strategia per la crisi in Mali, esplosa pochi mesi prima con l'occupazione del nord del paese da parte di gruppi fondamentalisti islamici che avevano imposto una rigida interpretazione della «sharia» (la legge islamica) alla popolazione. Il nuovo presidente non voleva che fossero le truppe francesi a condurre le operazioni, com'era successo in passato per esempio nel Ciad minacciato dai carri armati libici. Hollande voleva far vedere che i tempi sono cambiati.
A dimostrazione di questa nuova politica non interventista nelle ex colonie francesi, un mese fa Hollande si era rifiutato di rispondere all'appello del presidente della Repubblica Centrafricana, François Bozizé, che chiedeva l'invio di truppe francesi per bloccare l'avanzata dei ribelli verso la capitale. Hollande aveva dichiarato: «Non siamo disposti a proteggere un regime. Quell'epoca è finita».
Nel frattempo ha cercato con insistenza di ottenere l'appoggio delle Nazioni Unite e di altri paesi africani per la creazione di una forza guidata dagli Stati dell'Africa occidentale da inviare in Mali. Nonostante una risoluzione del Consiglio di sicurezza e un'approvazione unanime, il piano si è arenato finché i gruppi estremisti islamici affiliati ad Al Qaeda hanno lanciato un'offensiva verso sud, vincendo senza troppe difficoltà la resistenza dell'esercito maliano.
Cambiare la storia. A questo punto Hollande ha preso quella che probabilmente era l'unica decisione possibile: inviare un contingente francese per impedire alla colonna dei ribelli, ben armata ed estremamente rapida, di raggiungere la città di Mopti e poi la capitale Bamako, dove vivono circa seimila francesi. Hollande si è assicurato che tutti i paesi interessati fossero dalla sua parte. Forte di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, ha stabilito contatti con i governi africani, con quelli europei e con gli Stati Uniti. Alla fine, però, la Francia si è mossa da sola e ha respinto i ribelli con un raid aereo in cui è morto un ufficiale francese. Da allora i combattimenti non si sono fermati, mentre in Mali continuano ad arrivare nuovi soldati.
Hollande si trova, suo malgrado, nella stessa posizione in cui si sono trovati tutti i suoi predecessori, da Charles de Gaulle a Nicolas Sarkozy: può cambiare il corso della storia in un paese africano impiegando poche centinaia di uomini, elicotteri e aerei. Non è esattamente il cambiamento che aveva in mente al momento della sua elezione. Tuttavia non intervenire dopo la richiesta di aiuto del presidente maliano avrebbe significato correre un rischio che nessun presidente francese vorrebbe mai correre. Sarebbe stato ritenuto responsabile della caduta di Bamako nelle mani dei fondamentalisti islamici, con il conseguente rischio di destabilizzazione di tutta l'Africa occidentale, compreso il Niger, la principale fonte di uranio per l'industria nucleare francese. Anche se nell'Africa subsahariana ha assunto una posizione defilata rispetto ai primi decenni dell'era postcoloniale - quando occupava un ruolo di primo piano - la Francia resta una potenza con cui fare i conti. Se non fosse intervenuta in una crisi come questa, tutti i governi dei paesi dell'Africa francofona avrebbero pensato che Parigi non è più un alleato affidabile.
Una variabile nascosta di tutta questa equazione riguarda la possibilità che il governo francese si sia impegnato in un conflitto che potrebbe avere ripercussioni anche in patria. I politici francesi sono preoccupati che il successo dei fondamentalisti in paesi che hanno stretti legami con la Francia potrebbe avere l'effetto di radicalizzare i giovani musulmani francesi. Tutti ricordano ancora il caso di Mohamed Merah, il killer di Tolosa - addestrato in Pakistan e in Afghanistan - che nel marzo del 2012 ha ucciso otto persone, tra cui tre bambini ebrei. Contestato in patria per le sue politiche economiche, per la disoccupazione in aumento e per il tentativo di introdurre i matrimoni gay, Hollande ha mostrato i muscoli dove nessuno se l'aspettava: sul campo di battaglia.