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Corriere dei Ciechi

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Numero 7-8 del 2014

Titolo: SPORT- Il futuro di Cecilia

Autore: Carmen Morrone


Articolo:
Carmen Morrone intervista Cecilia Camellini

Come da programma. Cecilia Camellini 24 anni sarà agli Europei di nuoto paralimpico a Eindhoven in Olanda dal 4 al 10 agosto. Un obiettivo fissato nel 2013, anno che la campionessa di nuoto paralimpico ha trascorso lontano dalle gare. Ma non dall'impegno: si sta laureando in psicologia e ha incontrato centinaia di ragazzi a scuola e negli oratori come testimonial dello sport. Il rientro agonistico nel corso di questi mesi è stato segnato da buoni risultati. Eindhoven sarà un test decisivo. Non solo per la sua carriera da atleta. Cecilia spiega perché.

D: Per Eindhoven come si sta preparando?
R: Mi sto allenando sei volte la settimana, due ore di piscina, ogni volta. Poi faccio un po' di palestra. Non sono i ritmi di Londra. Per le Paralimpiadi del 2012, infatti, sono arrivata ad allenarmi 12 volte a settimana, significa due sessioni al giorno, tutti i giorni, tranne la domenica. La scelta delle distanze e delle specialità in cui gareggerò in Olanda la farò solo qualche giorno prima della competizione, insieme ai miei allenatori.

D: Lei nuota i 100m stile libero in 1'07'' (Federica Pellegrini quando aveva 24 anni, come lei, li faceva in 54''73. Due cifre che la dicono lunga a chi ancora non crede che lo sport paralimpico sia di livello quanto quello dei cosiddetti normodotati). A Eindhoven chi saranno le sue avversarie?
R: Essendo campionati a cui partecipano solo atleti europei non ritroverò le due mie avversarie storiche: la neozelandese Mary Fisher e la giapponese Rina Akiyama. Spero ci siano nuove leve.

D: Dopo gli Europei, obiettivo Giochi paralimpici di Rio de Janeiro?
R: Dopo gli Europei, penserò se allenarmi per Rio oppure dedicarmi solo alla laurea specialistica. Per preparare bene una Paralimpiade ci vogliono due anni, quindi nel prossimo autunno decido se Rio 2016 sarà un obiettivo. In ogni caso l'anno prossimo ci sono i mondiali di nuoto, altro test importante.

D: Dopo le due medaglie d'oro e le due di bronzo (e un sesto posto per qualche decimo di secondo) ai giochi di Londra del 2012, nel 2013 non ha toccato l'acqua?
R. Ho continuato ad allenarmi. Ma senza l'ansia della gara, dei viaggi, delle valigie, dei fusi orari.

D: Perché una pausa a 22 anni, nel pieno della carriera?
R: Faccio nuoto agonistico consecutivamente da quasi dieci anni. Dieci anni di gare internazionali. La mattina a scuola, il pomeriggio a nuoto, la sera lo studio. In questi ultimi tre anni ho frequentato anche l'università di Bologna facendo la pendolare in treno, da Modena, dal lunedì al venerdì. Ho conquistato medaglie importanti a due Paralimpiadi, oltre ai titoli europei e mondiali. Medaglie, medaglie, medaglie. Ho dovuto allargare lo spazio in casa per contenere premi e trofei. Non mi sento una macchina, sono prima di tutto una persona. Ho scelto di dedicare l'anno scorso a tutto ciò che non è agonismo.

D: A cosa ad esempio?
R: Allo studio. È stato impegnativo, come dicevo, riuscire a laurearmi in psicologia. Dopo questo percorso triennale, mi aspettano adesso i due anni di laurea specialistica in psicologia clinica. Poi dovrò fare un anno di tirocinio prima di diventare psicologa. A questo punto si aprono le porte della scuola di specialità in psicoterapia che dura quattro anni. Vorrei, infatti, lavorare nell'ambito sanitario-ospedaliero. La figura dello psicologo in ospedale sta diventando importante. Mi vorrei occupare di chi ha subito un trauma, oppure ha una malattia degenerativa e deve affrontare un nuovo modo di vivere. In ospedale, lo psicologo ha il compito di accompagnare questa persona perché, una volta a casa, non si senta totalmente impreparata. Durante la scuola per psicoterapeuta, potrei cominciare a lavorare come psicologo nell'ambito sportivo.

D: Di cosa tratta la sua tesi?
R: Il tema è il benessere e la motivazione allo sport. Ho scelto questo argomento perché lo conosco. Anzi, studiando, approfondendo, ho incontrato conferme, ho dato un nome alle mie sensazioni. Anche se la tesi riguarda la motivazione nello sport in generale e non soltanto in quello Paralimpico. Fare sport o semplicemente un'attività sportiva fa sentire bene. Nel fisico e nella mente. Ecco da dove deve partire la motivazione.

D: Perché poche persone non vedenti fanno sport? È una questione di motivazione?
R: Quando la possibilità di fare attività fisica c'è ed è semplice, diventa anche motivante. Se è facile arrivare all'impianto, se la struttura è accessibile, se l'ambiente è accogliente, è più facile arrivare a dire: perché no, ci provo. Quando tutto ciò non è possibile, scatta la demotivazione.

D: Quali sono i principali ostacoli?
R: Il primo è raggiungere gli impianti. Una persona non vedente, ancora troppo spesso, non ha una mobilità autonoma nella propria città. Autobus e strutture pubbliche come scuole, palestre, piscine, quasi mai sono collegati in maniera intelligente. Sembra che i progettisti dei trasporti urbani non riescano a pensare che se c'è una fermata di bus, ad esempio, dove c'è una piscina, tutti devono essere messi in grado di raggiungerla. Tutti dico: ciechi, persone che si muovono in carrozzina, anziani, mamme con passeggini.

D: Gli altri?
R: Il secondo ostacolo è il costo. Chi vuol fare agonismo deve allenarsi molte ore e questo significa pagare l'ingresso all'impianto e un allenatore. Nel mio caso, fortunatamente ci pensano la società sportiva A.S.D Tricolore di Reggio Emilia e alcuni sponsor, altrimenti dovrei pagare l'affitto della corsia della piscina sei giorni su sette per due ore ogni giorno. Poi c'è l'allenatore: discorso complicato.

D: Vale a dire?
R: L'allenatore, come detto, si fa pagare per il suo lavoro. Cosa giusta e sacrosanta. Ma trovare un allenatore preparato a seguire una persona con disabilità non è cosa semplice. Non faccio un discorso di feeling, mi riferisco alle basi. A partire da quelle comunicative. Ai ciechi, ad esempio, il coach non può insegnare a gesti. L'allenatore di nuoto paralimpico deve sapere cosa significa essere non vedenti, sapere di nuoto, sapere di sport paralimpico. Io e i miei allenatori, Alessandro Cocchi e Matteo Poli, abbiamo impiegato mesi prima di arrivare a una comunicazione efficiente. Cocchi e Poli ci hanno messo del loro, studiando, leggendo un sacco di libri. Così è nato un feeling. Negli allenamenti più intensi, come quelli precedenti i Giochi, viviamo in simbiosi anche 14 ore al giorno.

D: Lei ha mai perso la motivazione?
R: Ho cominciato a nuotare perché lo faceva mio fratello. Avevo tre anni. Questa è stata la prima motivazione. Poi nell'acqua ho provato una sensazione di libertà che sulla terra ferma non riesco a provare. Anzi, che nessun altro sport mi dà ancora oggi. Così mi piaceva molto stare in acqua, mi piaceva nuotare. L'allenatore Ettore Pacini ha capito che potevo fare agonismo e a un certo punto mi ha detto: ti porterò alle Paralimpiadi. Ci ho creduto, i risultati sono stati motivanti, appunto. Ho avuto anche la fortuna di avere una famiglia che mi ha aiutato molto. Uno sportivo non vedente è meglio che abbia un accompagnatore, rende tutto più facile. Puoi concentrarti sull'attività fisica.

D: Che rapporto c'è fra motivazione e pressione mediatica?
R: Non sono molto famosa, ma nel mio piccolo ho vissuto una certa insistenza da parte dei giornalisti. Soprattutto erano interessati alla mia vita privata, al mio fidanzato. Sono riuscita a troncare sul nascere qualsiasi gossip. Ma per farlo ho dovuto dirigere verso questa "attività" parte delle mie energie mentali e nervose. E non vorrei ripetere l'esperienza. Per venire alla domanda, rapporto fra la motivazione e la pressione mediatica, penso che non sempre essere sotto i riflettori inciti a fare meglio. A volte ci si può adagiare sugli allori, che vuol dire perdere la concentrazione, fare meno fatica con l'idea di aver raggiunto l'obiettivo. Finire sui giornali prima della gara non significa vincere la competizione.

D: Altri tipi di pressione spingono al doping…
R: Lo sport paralimpico in generale non sente ancora la pressione economica. In ogni caso, confesso: il mio doping è la cioccolata.

D: Diventerà allenatrice?
R: Posso dare consigli sulla tecnica, ma ci deve essere una persona che vede per correggere il gesto atletico. Potrei lavorare in coppia.

D: Mai pensato di cambiare sport?
R: Magari mi darò all'ippica. Dico sul serio. Ho provato e mi è piaciuto. Ma è chiaro che adesso ci sono tante altre cose da fare.

D: Dal nuoto si passa spesso al triathlon?
R: Sono una che dopo cinque minuti di tandem è stanca, dopo qualche centinaio di metri di corsa le fanno male i piedi. Il triathlon non fa per me.

D: Il nuoto è uno sport individuale. Oggi i bambini hanno già comportamenti molto individualisti, allora vengono dirottati verso sport di squadra. Cosa ne pensa?
R: Dipende da come viene svolto. Intanto le lezioni di nuoto sono di gruppo, di squadra. Quindi con i compagni si condividono sessioni di lavoro e si scambiano esperienze. Ci sono le staffette, che va da sé, sono un gioco di squadra dove si impara che ognuno deve fare bene la propria parte per la vittoria di tutti.

D: Davvero lo sport aiuta nei momenti difficili?
R: Io ne sono convinta. Nello sport si fa fatica per raggiungere un risultato. Solo con impegno e costanza centri il bersaglio. Quindi essere uno sportivo ti aiuta a porti un obiettivo - che può essere solo il primo di una serie - e ti permette di capire che per raggiungerlo avrai bisogno di tempo. La cosa importante è avvicinarsi sempre e poi centrarlo. Prima o poi. Ma farlo.

D: Modena nel 2013 è stata città dello sport. Lei era tra i testimonial, abitando a Formigine, un comune del modenese. È cambiato qualcosa in fatto di accessibilità nella città?
R: Qualche rampa in più per chi si muove in carrozzina, ma i semafori sonori sono, per lo più, muti. Alla stazione di Modena non c'è il pavimento segnalatore per noi non vedenti. Mentre in treno c'è quasi sempre l'audio che dice il nome delle fermate. Come madrina della manifestazione ho potuto incontrare molte persone, soprattutto giovani, in scuole e oratori: spero che il messaggio sia arrivato...

D: E qual è?
R: Tutte queste medaglie le porto in giro, perché se rimangono in una cameretta non servono a niente. Cerco di contribuire a far conoscere il nuoto paralimpico. L'anno scorso, mi ha dato molta soddisfazione essere uno dei testimonial di Modena città dello sport e di tanti altri progetti per promuovere il nuoto paralimpico. Ricordo, ad esempio, "EiA" il primo percorso sportivo nella Sardegna del Nord. L'Italia non è ancora pronta allo sport praticato da disabili. Mi capita ancora di incontrare tanta gente che si meraviglia che un cieco possa nuotare.

D: Per informare tante persone, forse sarebbe necessario trasmettere le gare in tv, promuovere la visione delle gare dove si svolgono. Ad esempio per assistere ai campionati europei di nuoto di Eindhoven, il biglietto costa 6-7 euro. Con la possibilità di un abbonamento per assistere a tutto il campionato dal costo di 26 euro. Prezzi abbordabili da tutti, famiglie comprese.
R: Certamente sì. Le Paralimpiadi di Londra 2012 hanno avuto una copertura mediatica molto intensa. Quelle di Sochi dello scorso marzo, molto meno. Vedremo per quelle brasiliane del 2016. Ma nel frattempo, è fra un'edizione e l'altra dei Giochi, che cala decisamente l'attenzione.

D: Ha un cane guida?
R: Sì, si chiama Sally. È stato molto utile per migliorare la mia mobilità in città e anche per andare all'università. Ho potuto dotarmi di un cane guida grazie anche al sostegno del mio Comune, Formigine, e della Regione Emilia Romagna. Perché il costo di un cane addestrato per non vedenti è molto alto.

D: Siamo in estate, al di là degli impegni agonistici. Dove andrà in vacanza?
R: Vado in Terrasanta con un gruppo, un viaggio organizzato dalla Diocesi. Un altro momento per riflettere.



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