Numero 7-8 del 2015
Titolo: LAVORO- Il futuro comincia dal lavoro
Autore: Ida Palisi
Articolo:
L'Italia è uguale all'Europa, dove meno del 35% dei non vedenti in grado di lavorare e in età da lavoro ha un'occupazione. Secondo Philippe Chazal, vice-presidente del Conseil National Consultatif des Personnes handicapées, il nostro Paese aveva fatto qualche passo avanti grazie alla legge sul collocamento obbligatorio ma oggi la situazione di precarietà è generalizzata. La scomparsa dei mestieri tradizionali, come quello del centralinista, la difficoltà ad accedere a una formazione di qualità, l'inaccessibilità crescente tanto nel settore privato che in quello pubblico – anche a causa dell'utilizzo di software sempre più grafici e sofisticati – sono tra le ragioni, secondo l'esperto francese, di questo fenomeno. Autore di Témoignages de Travailleurs Aveugles, una raccolta in lingua francese di testimonianze di persone non vedenti di diversi Paesi, Chazal ha spiegato che «se alcune professioni tradizionali scompaiono, molte altre ci offrono opportunità d'impiego: il massaggio specialistico, le carriere d'insegnamento, le professioni giuridiche, l'interprete, i musicisti nelle scuole o a domicilio. In Francia un assessore del Comune di Parigi particolarmente brillante è cieco, e una ragazza ha incominciato la carriera diplomatica, mentre in Spagna una giornalista non vedente ha vinto la sfida di diventare presentatrice del TG. Con immaginazione, molta volontà e perseveranza i ciechi possono esercitare con successo anche professioni considerate inaccessibili». L'esperto internazionale sulle tematiche della formazione e dell'impiego delle persone con disabilità visiva, al convegno di Napoli dell'Uici ha invitato a dare fiducia ai non vedenti: «Soprattutto - ha concluso - lasciamo i bambini con problemi visivi liberi di sognare quando pensano al loro futuro professionale». La possibilità che una persona non vedente possa ricoprire anche ruoli di prestigio è stata toccata da Vincenzo Zoccano, presidente della Consulta regionale delle associazioni delle persone disabili e delle loro famiglie del Friuli Venezia Giulia. Zoccano ha sottolineato come le tecnologie abbiano raggiunto un livello di competenze notevole «pari a quello dei colleghi normoabili. Ma vedo molti pochi disabili in carriere dirigenziali. Dal 2001 il decreto legislativo 165 ridisciplina le carriere mettendole in ambito privato. Occorrerebbe ridisciplinarle di nuovo rimettendole in un contesto pubblico laddove la persona con disabilità a pari competenza possa essere preferita a una normoabile. Non possiamo fare un discorso di parità di genere e non farne uno di parità di condizione. Come Consulta disabili del Friuli abbiamo proposto al consiglio regionale di emendare questo decreto, altrimenti la convenzione Onu non serve a niente e l'articolo 3 della Costituzione potremmo stracciarlo». Un'autocritica a proposito delle pari opportunità anche per i disabili visivi è venuta da Francesca Beneduce, Presidente della Commissione Pari Opportunità della Regione Campania. «La Commissione è stereotipata e all'antica, basata sulle differenze tra uomo e donna. Il mio obiettivo è di allargare le competenze a tutte le forme di discriminazione. Per questo ho presentato una legge quadro su tutte le forme di discriminazione in cui includere le disabilità. Abbiamo la possibilità di allargare le nostre competenze al di fuori dei confini nazionali, dato che i computer hanno annullato tutte le distanze». Cruciale per il futuro lavorativo dei non vedenti e degli ipovedenti, anche la questione della formazione. Come ha ricordato il presidente dell'Unione Mario Barbuto, l'Uici, insieme all'Irifor, l'istituto che si occupa di riabilitazione e formazione professionale e che ha sostenuto anche finanziariamente l'organizzazione del convegno, vuole fare qualcosa di concreto su questo fronte e, a partire dal prossimo settembre, lancerà un master di alta formazione con la finalità di formare persone responsabili di strutture del terzo settore, aperto a persone disabili e non. Risorse che potranno essere utili «a se stesse e alle nostre stesse organizzazioni», ha sottolineato il presidente. Sulla necessità di una formazione qualificata e accessibile ha insistito anche Paolo Valerio, professore di psicologia clinica presso l'Università degli Studi Federico II di Napoli e Direttore del SInAPSi, un Centro di Ateneo all'avanguardia, rivolto a tutti gli studenti che si sentono esclusi dalla vita universitaria, tra cui quelli disabili. «È importante che le persone abbiano pari competenze e che l'università si attivi per promuovere una cultura realmente inclusiva - ha detto Valerio - Una delle cose fondamentali è abbattere le barriere culturali che fino a qualche decennio fa vedevano la persona cieca solo al centralino mentre oggi va all'università. Da un lato deve esserci l'offerta di servizi diversificati, dall'altro il riconoscimento di competenze». «All'università un aspetto cruciale dell'inclusione - ha proseguito Valerio - è quello di promuovere competenze trasversali. È opportuno che il giovane entri in contatto con altri giovani e non viva l'isolamento della casa. Oggi abbiamo 1200 studenti disabili e il compito di formarli come cittadini». Valerio ha ricordato la legge 17 del 28 gennaio 1999 a integrazione della 104, sulle direttive da introdurre per favorire l'inclusione degli studenti con disabilità in ambito universitario e ha parlato della necessità di avviare «servizi supportivi e non sostitutivi dell'agentività della persona», dell'adeguamento delle tecnologie di comunicazione, nell'ottica di una strategia globale che parta dall'accompagnare lo studente alla laurea fino ad arrivare alla sua inclusione lavorativa. La necessità di percorsi formativi adeguati per i non vedenti è stata rilevata da Silvana Roseto, Segretaria Confederale Uil. «Si ritiene opportuno ribadire - ha detto - l'esigenza di prevedere anche percorsi formativi mirati ad una più completa inclusione nel contesto lavorativo, oltre che sociale, al fine di garantire il benessere e, soprattutto, la tutela dei diritti e della dignità della persona che versa in situazione di disagio». Nina Daita, Responsabile Disabilità della Cgil Nazionale, ha segnalato «una generale rassegnazione e sfiducia, oltre che la paura per il futuro e la paura di perdere i diritti acquisiti», denunciando sia la mancanza di finanziamenti e di politiche di inclusione per il mondo della disabilità da parte del Governo, che il ricorso eccessivo a contratti precari: «La Relazione Isfol - ha spiegato la sindacalista - ci segnala un dato preoccupante ed opprimente: più di 700.000 iscritti nelle liste di disoccupati disabili per il collocamento obbligatorio. Dalla Relazione è evidente che le aziende, soprattutto quelle private, preferiscono assumere disabili, nella percentuale d'obbligo, con contratti a tempo determinato o attraverso le convenzioni, non dando stabilità occupazionale a chi non ha neanche una stabilità di cittadinanza». Infine Giovanni Scacciavillani, Responsabile Disabilità dell'Ugl Nazionale, ha ricordato che la legge 68 non basta e occorre valorizzare le risorse umane nei luoghi di lavoro. «Lo scenario in questo caso è complesso e per molti aspetti scoraggiante dal momento che il lavoratore con disabilità è ancora percepito come un peso e non come una risorsa». Una soluzione potrebbe essere l'istituzione di una unità tecnica all'interno delle aziende di grandi dimensioni, una delle innovazioni proposte nel "Programma di azione biennale" (adottato con Dpr del 4 ottobre 2013). Si tratterebbe di una sorta di osservatorio o ufficio antidiscriminazione che, agendo in stretto raccordo con i sindacati, affronterebbe tutte le questioni legate alle condizioni di lavoro dei lavoratori con disabilità. Si eviterebbero così problemi come il mobbing o l'emarginazione sui luoghi di lavoro.