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Corriere dei Ciechi

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Numero 7-8 del 2015

Titolo: ARTE- Invincibili fragilità

Autore: Ambra Maria Notari


Articolo:
Talenti "irregolari" alla 17ª edizione del Festival internazionale delle Abilità Differenti

"La bellezza è fuori di noi: a noi il compito di darle ospitalità perché se dalla fragilità sgorga la bellezza, rinasce la speranza per ciascuno". Questo il messaggio alla base di Invincibili fragilità, 17ª edizione del Festival internazionale delle abilità differenti andato in scena alla fine di maggio tra Carpi, Bologna, Correggio e Sorbara. Dieci giorni di eventi per sottolineare l'importanza della fragilità umana, con l'accento sull'eccellenza nella differenza di questi artisti.
Nome di spicco della manifestazione organizzata dalla cooperativa sociale Nazareno di Carpi, Silvia Zaru, cantante nata a Milano da genitori sardi: Silvia si è esibita con la band Scià Scià della cooperativa e i giovani musicisti dell'orchestra Alberto Pio della scuola media di Carpi. Insieme hanno portato in scena il cibo in versi, un monologo inframezzato da golosi interventi musicali: "Vita saporita" il titolo, excursus comico musicale a soggetto enogastronomico tra sapori e colori del cibo, per comprendere il valore di ciò che la terra dona. Silvia Zaru è tornata al festival dopo 7 anni: "Ho accettato appena mi hanno chiamato. E poi questo era uno spettacolo molto particolare: come potevo rinunciare a esibirmi con i 100 ragazzi dell'orchestra Alberto Pio? È stato un grande momento di conoscenza e integrazione. Ero emozionata, sebbene io canti e suoni da sempre", racconta l'artista, cieca dalla nascita. Una passione, quella per la musica, che l'artista, in effetti, respira sin da piccolissima, complici i genitori musicisti autodidatti. A 3 anni la prima pianolina, a 5 il pianoforte, a 7 l'inizio degli studi e a 8 il conservatorio, per un totale di 4 diplomi: pianoforte, composizione, didattica della musica e jazz. "Oggi sono una cantante e una pianista, e insegno ai ragazzi delle medie e del biennio di un Liceo musicale a Milano. Amo tutti i miei lavori: ma la gratificazione più grande, forse, è quando sono sul palcoscenico. Lo scambio di energie, il feeling che si crea, sono momenti potentissimi".
Per Silvia la musica è qualcosa di talmente enorme da rendere complicata una sua definizione: "È vita, passione, costanza, aggregazione, condivisione. Per me, e sono di parte, è la forma d'arte più bella. La musica è tutto questo, ma è anche di più: è difficile da spiegare a parole". La cantante - che per "Vita saporita" ha interpretato canzoni a tema gastronomico, scelte con un pizzico di ironia ("Maramao perché sei morto", "Viva la pappa col pomodoro" e "La società dei magnaccioni") - ha tenuto numerosi concerti in Italia e all'estero, sia come solista, sia con diverse formazioni cameristiche. Nel suo repertorio, inediti arrangiamenti, classici, musica leggera e una serie di brani legati a musical e alle colonne sonore di Walt Disney. La cecità ha influito sulla tua carriera? "Di sicuro ha influito molto sul mio percorso di studi: tutto dipende dagli insegnanti che ti trovi davanti, ed io ho incontrato dei bei guai. Sulla carriera, non saprei: una cosa che posso dire, però, è che non amo essere definita prima cieca, poi musicista. È come voler mettere le mani avanti, appiccicarmi subito un'etichetta. Io, prima di tutto, vorrei essere citata come musicista".

"La luce che esce dalle crepe dell'esistenza fragile, ci dona bellezze inattese che il nostro cuore coglie con stupore", racconta Sergio Zini, presidente della cooperativa Nazareno, e per spiegare la forza insita nella fragilità richiama passaggi letterari importanti: Leonard Cohen disse "C'è una crepa in ogni cosa, è per questo che entra la luce", mentre i giapponesi, quando riparano le ceramiche rotte, non nascondono il danno ma lo sottolineano, riempiendo d'oro le fratture: "Questo perché credono che quando una cosa abbia subìto un danno e abbia quindi una storia, diventi più bella", aggiunge. "D'altronde, in pittura quale talento è stato mai regolare? E quanto tempo abbiamo impiegato a "regolarizzare" artisti che all'inizio venivano considerati poco meno che "pazzi"?". Con queste parole Franco Faranda, direttore della Pinacoteca nazionale di Bologna, ha introdotto la mostra "Irregular talents", appuntamento inaugurale del festival. Dopo la tappa in via Belle Arti, la mostra è sbarcata in Polonia e, tra poche settimane, in Austria. "Pensiamo per esempio al giudizio negativo sull'arte bizantina che ha attraversato tutto il Ventesimo secolo. Era considerata piatta e sempre uguale a se stessa, quando in realtà è l'occhio a non essere educato a vedere ciò che sfugge ai canoni di bellezza indicati da certa letteratura". La mostra si inserisce nell'omonimo progetto interculturale di inclusione sociale attraverso l'arte, cofinanziato dall'Unione Europea. È anche un progetto espositivo e di ricerca, portato avanti dal 2013 da un consorzio di partner internazionali coordinati dalla cooperativa Nazareno: lo scopo è quello di studiare e valorizzare le opere di artisti "irregolari". "L'esposizione porta il visitatore a riflettere sul senso del talento" dice il curatore Luca Farulli, docente di estetica presso l'Accademia di Belle Arti di Venezia. "Questi artisti rompono le regole comunemente accettate del linguaggio, della rappresentazione, del dialogo, elaborando una nuova regola che, in quanto artistica, non si impone ma si propone attendendo la conferma dall'approvazione altrui". Tra le opere esposte ci sono anche quelle di Gianluca Pirrotta, 35enne con la sindrome di Down. Palermitano che da anni vive in provincia di Modena con la famiglia, Pirrotta ha iniziato nel 1999 a frequentare uno dei centri diurni dove ha seguito i corsi di falegnameria e ceramica dell'atelier Manolibera. Nelle pause dal lavoro, però, riusciva sempre a ritagliarsi un po' di tempo per disegnare, su qualsiasi supporto. Una passione che è stata incoraggiata dagli educatori e che lo ha portato a esporre a Carpi, Savona, Torino, Milano, Liegi, Londra, Montreuil e Monaco di Baviera. Il suo lavoro più recente è un intervento grafico sulla scocca di un'automobile. Obiettivo principale del progetto "Irregular Talents" è però studiare e valorizzare le opere utilizzando criteri artistici, ponendo l'accento sul valore dell'opera in sé e non sulla biografia dell'artista. "Credo sia giusto accennare alla disabilità di questi artisti" conclude Faranda. "Anche se, così facendo, si rischia di diminuire la portata del loro talento. Forme e colori di queste opere ti entrano dentro, comunicano. Mi è piaciuto riscoprire questa dimensione emotiva dell'arte".

Nel corso di "Invincibili fragilità", spazio anche a letteratura e cinema. A Carpi, Martina Fuga ha presentato "Lo zaino di Emma". Emma è la sua bambina, affetta dalla sindrome di Down: "Emma è un raggio di sole. È una bambina solare, radiosa, felice: una bomba di energia e di entusiasmo. Ha un approccio verso la vita che le invidio molto: sempre ottimista, vede sempre il lato bello delle cose e va incontro alle persone con fiducia. E poi sa cogliere l'attimo: non rimpiange, ma vive il presente", ha raccontato l'autrice. Silvio Cattarina, fondatore della comunità pesarese L'imprevisto, dedicata a persone con problemi di tossicodipendenze, ha presentato "Torniamo a casa": "Sono sempre stato con i tossici, sono cresciuto e invecchiato con loro, non sono mai andato da nessun'altra parte, è più quello che ho ricevuto di quello che ho dato, mi hanno insegnato tutto loro, guai a chi me li porta via. Sono essi l'imprevisto della mia vita, l'imprevisto, un'eccedenza della realtà, una sovrabbondanza di grazia che ci viene incontro avvolgendoci di meraviglia. Anche il male e il dolore - in un certo senso - sono una sovrabbondanza, uno straripante bisogno d'amore. Nel dolore e nella sofferenza vive un mistero da guardare, di fronte al quale inginocchiarsi e chinare il capo", ha raccontato.
In chiusura di festival è stato proiettato "Io sono Mateusz" del regista polacco Maciej Pieprzyca. Il film racconta la storia di Mateusz, un bambino con paralisi cerebrale che dà origine a due posizioni: l'atteggiamento inerme e rinunciatario dei medici e quello dei genitori, che non si arrendono mai. Dovranno passare 25 anni perché qualcuno si renda conto dell'intelligenza imprigionata in quel corpo, e offra a Mateusz gli strumenti per raccontare chi è sempre stato.



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