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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti - ONLUS-APS

 

Corriere dei Ciechi

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Numero 4 del 2016

Titolo: FALSI CIECHI- Basta polveroni e mettiamoci mano

Autore: Luca Ajroldi


Articolo:
Luca Ajroldi intervista Mario Barbuto e Raffaele Migliorini del Coordinamento Generale Medico-Legale INPS

Mario Barbuto

D: Presidente Barbuto, ancora oggi i media tirano fuori, come se fosse uno scoop, la storia dei falsi ciechi. Ma l'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e i giornali, i media in generale, non stanno dalla stessa parte, non combattono la stessa battaglia? Oppure ci sono delle differenze?
R: È una buona domanda. Noi sappiamo sicuramente che battaglia combattiamo, ed è una battaglia di trasparenza per arrivare alla verità, correttezza e all'ottenimento del diritto per le persone che questo diritto lo hanno. Io spero e penso che anche il mondo giornalistico, il mondo mediatico, combatta la stessa battaglia. Certe volte ho però la sensazione che questa battaglia venga combattuta in modo un pochino parziale; capisco che l'effetto mediatico sia importante perché serve a suscitare il clamore e ad ottenere quell'attenzione che spesso si crea con la notizia eclatante, però anche in questo noto comunque una carenza: si parla sempre dei falsi ciechi, dei falsi invalidi, ma non si parla mai delle certificazioni "fasulle". Per ogni falso invalido c'è qualcuno che lo ha certificato come tale, c'è qualcuno che ha favorito il percorso attraverso il quale questa persona arriva ad ottenere le pensioni dall'Inps. Ma questo qualcuno non lo cerchiamo mai? Non cerchiamo mai di capire chi è che commette una "irregolarità"? E secondo, non cerchiamo mai di capire quali meccanismi, quali strumenti, quali modalità dobbiamo attivare affinché questo non accada più?
Io credo che sia importante iniziare a ragionare su questo aspetto e non sempre e solo dei falsi invalidi, che poi non si sa se siano davvero falsi; perché ricordiamoci che l'Inps, quando dava la cosiddetta "caccia" ai falsi invalidi - tra l'altro la caccia non si dà nemmeno agli animali feroci, figurarsi alle persone - l'Inps alla fine ha messo in moto una macchina monumentale per fare le verifiche: ne ha fatte oltre un milione, ha speso una quantità enorme di denaro e di risorse sia per coprire le spese interne e l'organizzazione, sia per coprire tutte le spese di acquisto di servizi all'esterno, sia mediche (davanti ad un milione di verifiche c'era necessità di avere anche presenze esterne), sia legali - perché spesso poi le persone disabili che si sono trovate censurate dall'Inps per quella che si riteneva una falsa invalidità, o comunque una pensione percepita illegittimamente, si sono appellate e hanno fatto ricorso davanti ad un giudice e, caso strano, il tribunale ordinario in più dei due terzi dei casi ha dato ragione agli appellanti e non all'Inps - e tutto questo ha comportato davvero un aumento di spese e di spreco di risorse non giustificabile.
Non è questo il modo di perseguire questo fenomeno per cercare di ridurlo; bisogna coglierlo alla radice, quindi capire che cosa c'è che non funziona nelle Commissioni di certificazione: se ci sono delle disonestà bisogna perseguirle penalmente, se ci sono delle incongruenze, delle incoerenze o delle criticità nella macchina amministrativa che certifica la disabilità, bisogna correggerle ed eliminarle.
Noi siamo in prima linea come Unione, perché ogni persona che percepisce illegalmente l'assegno di pensione è una persona che danneggia il cieco vero, danneggia l'invalido vero, danneggia colui che ha il diritto di percepire la sua pensione.

D: Presidente, Clemente Mastella alcuni anni fa in pratica sosteneva la necessità di queste pensioni di invalidità fasulle, perché era una forma di compensazione per la situazione del sud Italia che era più deficitaria in quanto la spesa sociale è di molto ma molto inferiore a quella delle regioni del nord. Questa sorta di "cassa integrazione", di "ammortizzatore sociale", è giustificabile o no?
R: È una questione complessa, che non è facile affrontare anche perché andrebbe esaminata da molti punti di vista. Diciamo che le pensioni di invalidità sono state, purtroppo ahimè, per tanti anni e probabilmente lo sono ancora, una sorta di ammortizzatore sociale in tante situazioni. Se nella provincia di Avellino, molti anni fa, non ricordo di preciso quando, risultava che sul numero degli abitanti uno su 4 fosse un invalido, certamente qualcosa che non va c'è; che poi la spesa sociale sanitaria nelle regioni del sud sia davvero un decimo di quella del nord, qualche giustificazione allora si può trovare nel senso che magari al nord c'è un costo dei servizi che è un po' maggiore. Ma certamente non si può giustificare in ragione di uno a dieci e quindi io non giustifico - non so se Mastella lo facesse - che vengano utilizzati impropriamente questi ammortizzatori sociali, ed è un fenomeno che deve essere combattuto alla radice, sia da un punto di vista amministrativo e organizzativo che nelle procedure in sé e nei processi in sede di certificazione dell'invalidità.
Più in generale, entrando in un discorso sociale ed economico più ampio, credo che gli ammortizzatori sociali per le condizioni di povertà o comunque di disagio sociale, debbano ricercarsi in altre fonti e attraverso altri canali e non attraverso le pensioni di invalidità, che poi è anche vero che spesso intorno a questi ammortizzatori sociali, distribuiti così impropriamente, si innescavano anche meccanismi clientelari non di poco conto.
Ci sono tanti risvolti e tante sfaccettature di questo problema che potrebbero essere analizzati; io credo che al di là dell'analisi storica che comunque non dobbiamo mai dimenticare perché ci spiega tante cose del presente, dobbiamo oggi provare a guardare avanti, guardare il futuro e invertire questa cosa. Certo la grancassa mediatica che si scatena, spesso anche impropriamente come una specie di caccia all'untore, secondo me non serve, non porta da nessuna parte. Forse farà vendere copie o farà aumentare gli ascolti delle trasmissioni televisive, però non aiuta.
Tra l'altro spesso questa caccia ha portato anche a delle situazioni abnormi, e faccio solo qualche esempio molto semplice: tutte le persone che hanno un qualche pur lontano contatto con persone non vedenti o ipovedenti, sanno che sui dispositivi mobili, per esempio della Apple come l'iPhone, sono installati sin dal momento della vendita dei sistemi di riproduzione vocale dello schermo che permettono alle persone con disabilità visiva di utilizzare questi strumenti in maniera assolutamente corretta e funzionale. Diverse volte però, si è letto sui giornali: "è stato individuato un falso cieco, lo seguivano i Carabinieri, questa persona utilizzava l'iPhone". Se il criterio per individuare un falso cieco è l'uso dell'iPhone non ci siamo e su questo noi abbiamo già offerto anche in passato - e lo facciamo anche adesso - la nostra disponibilità alle forze dell'ordine per corsi informativi, e formativi se si ritiene, per offrire a coloro che procedono alle indagini dei parametri più corretti di quelle che possono essere le funzionalità che una persona non vedente o ipovedente può fare. Non è un falso cieco chi tira fuori la chiave e apre la porta di casa, come non lo è chi pianta un ombrellone sulla spiaggia. Eppure ho letto sui giornali che raccontano dei falsi ciechi, citare quali ragioni questo tipo di cose. Certo poi se un falso cieco ha la patente e guida la macchina, allora temo che qualche problema ci sia. Ma allora cerchiamo il medico o i medici che gli hanno dato la certificazione di cieco.
Se queste persone vengono dichiarate disabili qualcuno li dichiarerà. Ci sono le Commissioni, e queste non possono sbagliare perché oggi hanno a disposizione sistemi e strumenti clinici di accertamento che vanno ben al di là di quello che potrebbe essere un tentativo di finzione da parte dei soggetti interessati: oggi la cecità si accerta, e si accerta in maniera assoluta. E se di questo aspetto non se ne parla nel corso di queste campagne mediatiche, forse c'è un po' di ignoranza anche da parte di chi scrive.
Poi ci sono anche fenomeni strani, come per esempio il fenomeno delle persone con il campo visivo ristretto che è un aspetto del tutto particolare. La legge consente di riconoscere l'invalidità a queste persone, e concede anche una pensione nei casi più gravi. Il campo visivo ristretto è un problema serio e, per dare un'idea di cosa si tratti, dovremmo immaginare come se le persone cercassero di vedere il mondo attraverso il buco di una cannuccia immaginaria. All'interno del buco di questa cannuccia magari vedo perfettamente, e potrei anche vedere una mosca sul muro a distanza di 10 m; ma vedo solo quella mosca mentre non vedo che cosa c'è a 15 cm, e non vedo nemmeno quello che c'è tutto intorno. Questa malattia, tra l'altro, è stata spesso oggetto di polemica nel corso della trasmissione televisiva "l'Arena", condotta da Massimo Giletti. È necessario comprendere questo fenomeno. Perché non si tratta di falsi ciechi. Non è bello guardare la vita attraverso il buco di una cannuccia.

Raffaele Migliorini

D: Dottor Migliorini, sembra che in certe situazioni e in certe regioni la pensione di invalidità venga considerata come un ammortizzatore sociale...
R: Probabilmente lo è stata, ma ora non più e questo da almeno 5 anni. Non lo è più dal 1 gennaio 2010, e voglio un attimo puntualizzare questo concetto. Innanzitutto prima che l'Istituto fosse messo a capo di questa gigantesca operazione che è stata la telematizzazione delle prestazioni assistenziali (già lo era per quelle previdenziali, per quanto riguarda il comparto privato e poi dal 2012 il comparto pubblico) e ha potuto in tal modo ottenere un database - quindi un controllo sul campo - di quelli che erano i flussi delle pensioni di invalidità, rilevando poi peraltro delle disomogeneità che sono state oggetto di ragionamenti in più eventi, anche pubblici, ma anche congressuali e seminariali, perché sapevamo che le invalidità erano valutate in maniera difforme da nord a sud, ma più spesso anche da distretto sanitario/Asl a distretto sanitario/Asl. Questa difformità non era solamente di tipo regionale ma riscontrabile anche a livello di provincia e di comune, o addirittura all'interno degli stessi distretti sanitari. Abbiamo quindi cercato di avere una panoramica di quello che era il fenomeno. Già secondo me, è stato fatto un passo da gigante.

D: Cioè lei mi sta dicendo che un cieco al Nord è un disabile mentre al Sud si fanno valutazioni diverse. Di opportunità, potremmo dire.
R: Le sto dicendo che prima del 2010 (quindi prima della legge 102 del 2009) non avevamo contezza di questo fenomeno, e sono ancora più sincero. Dal 2010, avendone contezza, abbiamo cercato, con le nostre linee guida, di rendere omogenee le valutazioni. Attualmente abbiamo un controllo della situazione direi "agevole". Certamente permangono delle sacche che abbiamo ereditato; peraltro le verifiche straordinarie che sono state fatte in questi anni, che sono state circa un milione, hanno cercato di sanare quelle che potevano essere delle difformità - e qui non parlo di falsi, parlo semplicemente di persone che erano state valutate in maniera idonea e, siccome erano guarite o perlomeno parzialmente migliorate rispetto a quello che era lo stato precedente, gli è stato revocato il beneficio economico. Qualcuno parla di opera di "moralizzazione" ma questo termine non è corretto, l'Istituto non voleva moralizzare; l'Istituto ha un compito, che gli è stato affidato dal Governo, che è quello di omogeneizzare e di dare il giusto a chi lo merita. E questo dare il giusto a chi merita non è semplice, anzi. Talvolta la caccia al vero invalido può essere effettivamente molto difficile perché le situazioni sono quanto mai sfumate, anche le situazioni cliniche. Mi riferisco in particolare all'accertamento della cecità: tutti sappiamo quanto questo accertamento sia complesso; per anni io ho dovuto personalmente affrontare delle situazioni che erano veramente al limite e questo lo dico molto chiaramente. La stragrande maggioranza delle volte erano situazioni dove non solo la menomazione esisteva, ma talvolta era anche alquanto sottovalutata; quindi abbiamo dovuto non solo porre rimedio a quelle che erano le discrepanze diciamo a favore, ma anche a quelle che erano a sfavore di molte persone.

D: Dottore, parliamo delle Commissioni di valutazione. Non è che ci si presenta all'Inps affermando "sono cieco, datemi la pensione". È evidente che c'è stata prima un'analisi, una valutazione, una commissione ha valutato e questa commissione si è espressa. Allora, o ritorniamo all'inizio e diciamo che le pensioni sono state date perché erano considerate ammortizzatori sociali - e anche se adesso non funziona più così, continua ad esistere il pregresso - oppure io devo puntare un riflettore sulle commissioni e sui criteri di valutazione. È tanto difficile stabilire se una persona è cieca o meno? Sarà difficile stabilire il grado, stabilire la sfumatura, però la cecità è cecità, non si discute.
R: Andiamo in ordine. Se dobbiamo parlare dell'accertamento della cecità, dobbiamo dire che, all'interno per esempio della divisione tra ciechi parziali e ciechi assoluti, ovverosia tra il famoso ventesimo e inferiore al ventesimo, e moto mano o la percezione della luce, sembra che vi siano piccole differenze ma in realtà esiste una notevole differenza, non fosse altro che di ragione economica. Determinare però con estrema sicurezza, anche da dati clinici - e guardi che tutti quei casi che sono stati oggetto di attenzione mediatica erano stati oggetto di numerosi controlli da parte di autorevoli centri universitari ed ospedalieri.
Si parla quindi delle commissioni, ma nell'esame medico-legale oftalmologico esiste l'anamnesi, che racconta la storia pregressa. Ci siamo accorti però che per alcune situazioni, per alcune regioni - e lo devo dire chiaramente, per alcune regioni che hanno un sistema sanitario nazionale meno efficiente di altre - la certificazione è più difficile: cioè comprendere effettivamente quale sia la storia clinica di questi pazienti non è così semplice. Se le dico che un paziente vede un dodicesimo invece di un ventesimo, che per lei è un passaggio numerico, questo determina un beneficio economico rispetto al discorso della cecità, non dell'invalidità civile. Ed è qualcosa di ineffabile dal punto di vista anche della misurazione. Ecco perché quando lei mi dice che le situazioni sono semplici e sono così limpide agli occhi di queste commissioni, io le dico che invece queste situazioni sono talvolta molto complesse, tanto è vero che non si parla di decine di migliaia di casi. In realtà si parla di pochi casi sporadici su una popolazione alquanto estesa. Noi sappiamo che su 75.000 ciechi assoluti e 60.000 ciechi parziali, in realtà questi casi sono pochissimi. Diciamo poche decine, o anche un centinaio, sul complessivo sono numeri poco rilevanti.

D: Beh, statisticamente non lo sono, ma mediaticamente invece lo sono, e tanto…
R: Sì, il problema è sicuramente più mediatico. Certamente poi è odioso per chi oggi si trova in una certa condizione, vedere persone che usufruiscono delle pensioni di invalidità in maniera truffaldina…

D: Dottore, il problema non è tanto poi l'odiosità per il cieco vero, ma l'odiosità è per la caccia all'untore che viene in qualche modo suscitata nel cittadino comune, che si sente truffato e defraudato di qualche cosa e comincia a guardare con sospetto il cieco vero. Quando vede uno con il bastone bianco comincia a pensare "ma sarà cieco o sarà uno che finge?", cioè insinua il dubbio. Ecco perché c'è la necessità, secondo noi, di approfondire i controlli, di essere ancora più severi sulle commissioni, per cercare in qualche modo di riuscire a evidenziare il fenomeno, non in termini statistici, perché in termini statistici stiamo parlando di 100 persone. 100 persone però sono 100 casi giornalistici e sono un polverone che non finisce più. Ma il problema si risolve?
R: Voglio essere ancora più preciso. Faccio un esempio: 25 anni fa, ero uno specializzando in una clinica oculistica, e le assicuro che a chi veniva a chiedere certificazioni - io stesso posso dire onestamente - si poneva un'attenzione che non era certamente quella che si pone adesso. Da dove provengono poi queste situazioni? Provengono da certificazioni, come ho detto prima, fatte da centri universitari o ospedalieri. Quello che a mio avviso dovrebbe cominciare a fare veramente da filtro, e ne parlo perché ci sono importanti centri di ipovisione sparsi in tutti Italia, che l'ipovedente - che poi ci si augura non diventi né cieco parziale né cieco assoluto - frequenta a scopo riabilitativo, ed evidentemente lì viene perfettamente conosciuta e sondata la sua condizione. Se questi stessi centri producessero la certificazione sarebbe qualcosa di qualificato che aiuterebbe molto ad esempio le commissioni che poi si trovano ad operare sul territorio. E non stiamo parlando di un'operazione atomica visto che queste commissioni sono già presenti all'interno di quasi tutte le regioni italiane.
In questo forse l'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ci può dare anche una mano a creare dei centri, delle reti (in questo caso possono anche trovarsi nei centri di ipovisione perché sono i più avvezzi a questo tipo di problematica) che diano luogo a "certificazioni di qualità", dove noi stessi possiamo riporre fiducia, anche ponendo il fatto che magari ci possono essere commissioni che si trovano in difficoltà valutative di tipo oggettivo. Con questo non è che voglio togliere niente al singolo medico della Commissione che può essere più o meno brillante; non si tratta di fare nuove diagnosi, si tratta però di comprovare ciò che viene offerto. Non ci scordiamo che spetta all'istante produrre la certificazione, cioè quando io chiedo un beneficio non solo è mio interesse, ma evidentemente è mio obbligo, porre la Commissione nelle migliori condizioni affinché questa formuli un giudizio corretto.

D: Questo vale per i ciechi veri, che si rivolgono alle strutture dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e ai centri per l'ipovisione. Ovviamente una persona che non è cieca non vi si rivolgerà mai, perché il giorno dopo è già scoperto.
R: Per mia esperienza, e ho fatto decine di migliaia di visite in 25 anni e situazioni che non fossero gravate da situazioni anatomiche non ne ho quasi mai viste, quindi non parlerei della situazione "truffaldina" in cui il soggetto si inventa una patologia; io parlerei di quella situazione dove si tende ad aggravare uno stato. Nessuno si è mai trovato in una perizia medico legale in tribunale, credo, trovandosi una retina completamente sana o una struttura corneale completamente sana, insomma una situazione anatomica dell'occhio completamente sana. Ci siamo sempre trovati di fronte a situazioni limite, dove quel limite così esile veniva sorpassato. Allora a quel punto diventa un altro ragionamento, senza alcun riferimento scientifico, ma esclusivamente gossipparo o scandalistico.

D: Allora credo che a questo punto la conclusione possa essere che anche i media dovrebbero smettere di scrivere "falso cieco" ma "fermato un tuffatore", perché questa persona di cui stiamo parlando, se è un truffatore, non rientra in tutti i discorsi che sono stati fatti fino ad adesso. Parlare di falso cieco diventa fuorviante, tende allo scandalistico e sorvola su tutte quelle sfumature che portano ad un risarcimento economico, una pensione di invalidità, graduata a seconda dell'invalidità. Forse si dovrebbe pensare anche ad una forma di "educazione" per informare chi informa.
R: Non c'è dubbio.



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