Numero 7-8 del 2017
Titolo: SERVIZIO CIVILE- Lavorare per gli altri
Autore: Ida Palisi
Articolo:
Voci dal territorio: i volontari tra passioni e prospettive
Solidarietà, partecipazione, inclusione e utilità sociale. Sono queste le parole chiave del Servizio Civile Nazionale, istituito per legge dal 2001 e che forma ogni anno migliaia di giovani alla tutela dei diritti sociali, in particolar modo delle persone più fragili. Nato come alternativa alla leva militare, il servizio civile è proseguito anche dopo la sospensione dell'obbligatorietà di quello militare e si è affermato negli anni come occasione di crescita personale e opportunità di avviamento al lavoro, consentendo alle organizzazioni che ne usufruiscono di testare le capacità dei giovani volontari e a quest'ultimi di individuare e coltivare le attitudini personali. Sono quasi 350 mila i ragazzi avviati al servizio civile dal 2001 al 2015, circa il cinquanta per cento al Sud e nelle isole e il resto distribuito tra il Centro e il Nord, con una piccola porzione di giovani che hanno scelto di prestare servizio all'estero. Molti gli ambiti d'azione per dodici mesi di attività retribuita, dall'ambiente, all'educazione alla promozione culturale ma la maggior parte dei volontari è stato collocato nel settore dell'assistenza. Tra cui quello alle persone non vedenti: anche l'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti è accreditata presso il Servizio Civile Nazionale e si avvale dei volontari nelle diverse sedi locali per i quali, come testimoniano alcuni ragazzi, costituisce un'esperienza formativa e umana importante, oltre che, in qualche caso, un'opportunità occupazionale. Per Valeria Botta, 28 anni, laureata in Scienze dell'Educazione e Pedagogia, il servizio civile all'Uici di Napoli è stata l'occasione per vincere la timidezza e cambiare l'approccio verso gli altri. "Sono una persona che ha sempre basato tutto sulla percezione visiva - racconta - anche per salutare tendevo a limitarmi a un cenno con il capo. Per avere a che fare con una persona non vedente, però, la prima cosa da fare è il contatto, che è necessario per orientarsi. Tra varie voci la mia poteva anche sfuggire, perciò pure per un saluto e per educazione ho cercato di essere un po' più espansiva ed estroversa". Valeria si è occupata di segretariato, accoglienza e di aggiornamento dell'archivio soci presso la sede del centro storico di Napoli, e ha partecipato ai diversi eventi organizzati dall'Unione napoletana dal 2015 fino al novembre dello scorso anno. "Mi sono avvicinata l'anno prima all'Uici - racconta Valeria - perché avevo fatto un tirocinio all'Istituto Martuscelli e sono rimasta affascinata da questo mondo, tanto da scrivere la tesi triennale sull'intervento precoce per i bambini non vedenti, poi mi si è aperta la possibilità di fare il servizio civile all'Uici e li ho sempre ringraziati perché, oltre a essere stata un'esperienza lavorativa lo è stata anche di formazione e di vita. Mi hanno messo subito a mio agio, non hanno mai imposto nulla e io ho partecipato con piacere a eventi e attività dell'Unione, sono stata sempre presente e sono rimasta legata a loro affettivamente". Valeria ci racconta che, nonostante il servizio civile sia finito, è disponibile anche come volontaria, nel caso ce ne fosse la necessità. "Mi sarebbe piaciuto continuare a collaborare con loro" dice. "Ora faccio la tutor per ragazzini con disturbo dell'apprendimento. Sogno di diventare un'insegnante di sostegno principalmente per ragazzi non vedenti: il servizio civile all'Uici mi ha fatto capire bene il mondo della disabilità e l'importanza di sensibilizzare tutti a quelli che sono i suoi problemi, molto spesso sottovalutati. Le persone con disabilità e quelle non vedenti non hanno il giusto sostegno: dalle piccole cose come il parcheggio per l'auto, fino alla mancanza di sovvenzioni da parte dello Stato. Questo mi ha reso molto più sensibile alla questione. E poi all'Uici sono nate delle belle amicizie".
Positiva anche l'esperienza di Anna Mandanici, 29 anni, un percorso di studi in Fisica da completare e un posto di lavoro all'ufficio stampa nazionale dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, conquistato proprio grazie al servizio civile. "Ho iniziato facendo il servizio civile al Libro Parlato nel 2014 - racconta Anna - poi dopo un anno sono tornata a casa come tutti gli altri ragazzi e ho ricominciato a lavorare all'ufficio stampa nel maggio 2015, per una circostanza particolare: una dipendente andata in pensione e un giovane dimessosi per lavorare all'estero. Ho potuto farlo perché il mio è stato un anno di servizio civile particolare, con l'assunzione di lavori di responsabilità ben determinati perciò, quando c'è stato bisogno di introdurre del personale, piuttosto che rivolgersi all'esterno hanno preferito scegliere me e un'altra ragazza che pure aveva fatto il servizio civile. Al Libro Parlato, insieme a Giada, anch'essa al tempo volontaria presso l'Ufficio stampa, ci occupavamo di radio, rassegna stampa e ricerca di articoli, quando ancora non era avviata come ora. Poi ci avevano affidato la redazione della rivista Pub per un breve periodo, quindi qualche articolo lo sceglievamo noi". Oggi Anna e Giada si occupano della grafica di alcune riviste tra cui anche questa su cui scriviamo; Anna fornisce supporto ai coordinatori editoriali per altre riviste dell'Uici come "Voce Nostra" e "Il Progresso".
"Il servizio civile è stato molto proficuo - spiega Anna - dal punto di vista pratico ma anche da quello personale, ha rappresentato una svolta perché cambia il modo di vedere le cose da tanti punti di vista. Ti rendi conto che esistono altre angolazioni, hai una panoramica più ampia della vita, per il fatto di avere a che fare con persone non vedenti ma anche con persone con diverse disabilità, e poi capisci come si muovono le associazioni dall'interno, ti accorgi di tante piccolezze e degli accorgimenti che hanno nei confronti delle persone disabili, che prima o davi per scontate o nemmeno ti ponevi il dubbio che potessero esserci. Il servizio civile - conclude Anna - mi ha aperto orizzonti e sensibilità. E mi ha cambiato anche la vita, prima ero indirizzata a tutto un altro settore invece mi sono inserita qui e conto di rimanerci il più a lungo possibile. Avevo già l'attitudine verso il lavoro attuale ma credevo fosse una cosa personale che non pensavo avrei sviluppato. Anche lavorare all'Uici non era una cosa preventivata, mi era dispiaciuto tanto quando ho finito il servizio civile e sono stata fortunata a tornare. Poi devo ringraziare anche Luisa Bartolucci, la dirigente del periodo, maestra di vita a livello personale. Ci ha indirizzato sulla radio, ad avere un punto di vista critico nei confronti degli articoli di giornale e ci ha formato bene; e poi, una volta arrivate qui all'ufficio stampa grazie al contributo delle colleghe siamo state avviate al lavoro. Oggi siamo autonome al novanta per cento".
All'Irifor (l'Istituto Nazionale di Ricerca, Formazione e Riabilitazione per la disabilità visiva, istituito nel 1991 dall'Uici) nella sede di Torino presta servizio Fabio Panzarea, 20 anni, in attesa di diplomarsi come perito elettronico. "Sono qui su suggerimento di mio padre - racconta Fabio - che è non vedente. Quando si è trattato di scegliere tra due progetti, ho preferito l'Irifor per avere un'esperienza in più anche con persone con altre disabilità, perché quella con i non vedenti posso vantarmi di averla già. Principalmente seguo persone con pluridisabilità dove quella visiva passa in secondo piano perché ce ne sono di più gravi. Quasi tutti hanno anche deficit mentali o abilità motorie compromesse. È stato più facile di quello che pensavo entrarci a contatto, il primo giorno sapevo con chi dovevo avere a che fare ma non come pormi, però loro hanno avuto il merito di darci un caldo benvenuto e di accoglierci bene, facendoci subito sentire a casa. Con altri colleghi li andiamo a prendere - spiga il giovanissimo volontario - li portiamo al centro di addestramento diurno, aiutiamo le educatrici a svolgere le diverse attività con loro, da quelle sportive e motorie alle attività per renderli più autonomi. Ad esempio li accompagniamo a fare la spesa e li aiutiamo a sbrigarsela da soli, ma li portiamo anche in altri luoghi pubblici come le poste, la piscina. Tutto per un percorso verso la maggiore autonomia". Fabio accompagna tutti i giorni otto persone - lui li chiama "ragazzi" anche se hanno tra i 30 e i 50 anni - ed è molto contento dell'opportunità che gli sta dando il servizio civile. "Mi trovo bene, tutti noi abbiamo legato moltissimo con le persone, instaurato un bel rapporto di amicizia con loro e sinceramente mi dispiace che a marzo finisca, fosse per me ci starei tutta la vita! Se ci fosse la possibilità di restare e di avere a che fare con loro e con i colleghi ancora in futuro non dico certo di no, sono ben contento di farlo. Questo servizio - spiega ancora Fabio - mi sta insegnando a conoscere un altro tipo di realtà e mi ha fatto rendere conto che la gente ha tanti pregiudizi sulle persone con disabilità, non osa mai fare domande in più, non si ferma a chiedere se c'è bisogno di aiuto. In pochi lo fanno, quando siamo in giro per Torino e magari siamo in difficoltà mai nessuno ci chiede se abbiamo bisogno di una mano, non capisco se per vergogna o paura o altro. Io dico che non bisogna mai avere paura ma aiutare chi ne ha bisogno. Nel farlo io mi sento più a posto con la mia coscienza, so di aver dato il mio contribuito nella società, mi sento più felice".