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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti - ONLUS-APS

 

Il Progresso

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Numero 23 del 2017

Titolo: Scienza- Toccare per credere

Autore: Ophelia Deroy


Articolo:
di Ophelia Deroy
(da «Aeon», Australia su «Internazionale» n. 1234 del 2017)
Perché dobbiamo toccare le chiavi per essere sicuri di averle nella borsa? Il tatto ci dà davvero il senso della realtà delle cose? Le domande della filosofa della mente Ophelia Deroy
Contrariamente al detto «vedere per credere», è il tatto che ci assicura il controllo e la conoscenza della realtà. La vita quotidiana dimostra che è il senso deputato alla verifica dei fatti. I commercianti lo sanno bene: se un cliente esita ad acquistare un prodotto, è molto probabile che toccandolo si convinca a comprarlo. Capita a tutti di tastare il portafoglio nella borsa anche se ce l'abbiamo appena messo. Malgrado i cartelli che invitano a non toccare le opere d'arte, i sorveglianti dei musei devono stare allerta per impedire ai visitatori di carezzare statue e tele. Ma se la vista rivela già tutto quello che dobbiamo sapere, cosa aggiunge il tatto?
La filosofia sostiene da sempre che è più obiettivo degli altri sensi. Per dimostrare l'assurdità della teoria del vescovo Berkeley, secondo cui il mondo materiale non esisteva, Samuel Johnson sferrò un calcio a un masso e affermò trionfante: «Ecco come la confuto». La resistenza opposta al tatto dagli oggetti solidi rivela l'esistenza di cose indipendenti da noi e dalla nostra volontà.
Quindi il tatto è davvero il «senso della realtà»? Tutt'altro. In genere non offre una conoscenza maggiore o più immediata della realtà rispetto agli altri sensi. L'eventualità che fornisca informazioni più accurate dipende dalle circostanze: a volte funziona meglio il tatto, altre volte la vista. La sensazione del contatto «diretto» con la realtà suscitata dal tatto può anche risultare fuorviante: l'elaborazione tattile è assai mediata e poggia su aspettative e deduzioni inconsce. Le nostre convinzioni ed esperienze sensoriali possono quindi arrivare a conclusioni ingannevoli. Come la vista, anche il tatto è soggetto a illusioni, solo che non si sente parlare spesso di illusioni tattili.
Per fare un esempio, molti sono sorpresi dal fatto che in alcuni smartphone il tasto in basso non si muove quando viene premuto: l'impressione che lo faccia è data dalla vibrazione, che induce il cervello a dedurre che qualcosa è stato premuto. Spegnete, ripetete il gesto e noterete che la superficie non si sposta.
Se nel complesso il tatto non presenta vantaggi rispetto alla vista, perché ci affidiamo così tanto a questo senso? Se non fornisce una rappresentazione più diretta o oggettiva del mondo, come si spiega la diffusa sensazione che lo faccia? Un aspetto importante è che, dal punto di vista psicologico, il tatto è più rassicurante della vista. Ci dà delle conferme. Pur vedendo le chiavi nella borsa, dopo averle toccate siamo più sicuri che ci siano.
Senso di sicurezza
Nel trattato del 1633 intitolato «Il mondo», Cartesio osserva la maggiore difficoltà di confutare le prove ricavate dal tatto. Scrive infatti: «Il tatto è ritenuto il meno ingannevole, anzi il più certo, di tutti i nostri sensi». Per comprendere i vantaggi del tatto vale la pena di ricordare il racconto sull'incredulità di san Tommaso, che per convincersi di avere davanti Gesù volle toccare le sue ferite. L'episodio c'insegna una cosa fondamentale: toccare «per essere sicuri» diventa particolarmente importate quando gli altri sensi o convinzioni generano una situazione d'incertezza. Chi soffre di disturbi ossessivo-compulsivi tocca di continuo l'oggetto della propria ansia anche quando lo vede. Richiude il rubinetto pur vedendo o sentendo che l'acqua non esce.
Perché il tatto suscita maggiore certezza? Dal momento che le certezze poggiano sull'esattezza, ci si dovrebbe fidare più del tatto che della vista solo quando il primo fornisce informazioni più accurate della seconda. Non è questo, però, che suggerisce san Tommaso né chi soffre di disturbi ossessivo-compulsivi. È possibile che i motivi per cui il tatto rassicura e tranquillizza siano riconducibili a quella che, in linea di massima, è la percezione personale del senso di sicurezza.
Forse ci fidiamo più del tatto perché toccare un oggetto, piuttosto che guardarlo, ci fa sentire più attivi e padroni di noi. Equivale a reperire e verificare la prova attivamente piuttosto che recepirla passivamente. Il nostro ruolo attivo certifica l'affidabilità dell'oggetto. Potrebbe esserci anche qualcosa di più elementare ed emotivo, magari da ricollegare all'esperienza dei neonati. È come se ci aggrappassimo al mondo invece di provare a conoscerlo. Quando tocchiamo gli oggetti visibili che ci circondano, convinti di cercare informazioni migliori, forse stiamo solo manifestando il nostro bisogno primario di essere rassicurati.



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