Numero 2 del 2018
Titolo: 70° COSTITUZIONE- Promuoviamo cultura
Autore: Katia Caravello
Articolo:
L'articolo 9 della nostra Costituzione ci introduce ad un tema di rilievo straordinario per il nostro paese, fra i più ricchi al mondo di siti storici, archeologici, architettonici e paesaggistici davvero unici. Questo articolo diviene, quindi, fulcro di un ragionamento più ampio che abbraccia l'essenza stessa della nostra splendida Italia.
Per restare nel nostro campo, ho deciso di utilizzare solo due delle tante definizioni che si danno alla parola cultura. Sotto il profilo individuale è cultura "quanto concorre alla formazione dell'individuo sul piano intellettuale e morale e all'acquisizione della consapevolezza del ruolo che gli compete nella società"; sul piano antropologico, invece, la cultura è "il complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo o di un gruppo etnico, in relazione alle varie fasi di un processo evolutivo o ai diversi periodi storici o alle condizioni ambientali".
Nel 1920, quando Aurelio Nicolodi fondò l'Unione Italiana Ciechi, in Italia non si reputava possibile che una persona con minorazione visiva potesse essere in grado di avere consapevolezza e conoscenze intellettuali tali da renderla protagonista attiva nella società. Furono anni difficili e complicati, nei quali si fecero con tenacia e fatica i primi passi per l'accesso all'istruzione e alla conoscenza. Nessuno si aspettava che i non vedenti sapessero cogliere quest'opportunità e, grazie alla grande invenzione di Braille, sapessero rendere reale quello che sembrava un'utopia: arrivò la possibilità di cambiare la vita di quel cieco mendicante in un essere pronto a lottare per difendere la propria dignità, per difendere il proprio diritto al lavoro, all'autonomia, alla famiglia, insomma alla vita.
Nel '48, quando entrò in vigore la Costituzione Italiana, l'UIC era pronta ad affrontare la nuova sfida all'integrazione, consapevole che la "Carta" aveva introdotto elementi di diritto inalienabili che miravano alla rinascita della società sconvolta, negli anni terribili della guerra, da grandi discriminazioni razziali che avevano coinvolto anche i disabili. La partenza, purtroppo, non fu delle migliori poiché il Parlamento italiano si attardava in discussioni interminabili invece di accogliere le istanze dei ciechi che rivendicavano il riconoscimento della menomazione come difficoltà ad avere una vita normale, quindi non privilegio ma sostegno per poter accedere ai servizi sussidiari che lo Stato non riusciva a garantire per il superamento degli ostacoli che mortificavano la quotidianità dei ciechi italiani. Ci volle la Marcia del dolore del '54 e la grande indignazione degli italiani per fare in modo che la discussione in Parlamento avesse esiti positivi e così il Governo, che sino a quel momento era stato ostile, dovette prendere atto del mutato scenario.
Questa svolta culturale e antropologica avrebbe dovuto mettere al sicuro, almeno sotto il profilo materiale, le persone con disabilità visiva. Cosa che non fu perché nella classe politica e nell'opinione pubblica la passione di quegli anni si andò affievolendo al punto che, fra fine anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta, i ciechi dovettero scendere di nuovo in piazza per rivendicare i propri diritti.
La riforma della scuola, che di fatto cancellava gli istituti speciali, fece venire a galla le debolezze di un sistema sociale che non era pronto ad accogliere e ad accompagnare i non vedenti nella loro conquista di autonomia e prospettiva di futuro. Dov'era finita quella rivoluzione antropologica che gli anni Cinquanta avevano iniziato a disegnare? Dov'era finita la responsabilità dello Stato ben sintetizzata nella prima parte dell'art. 9 della Costituzione? La forza dell'Unione Italiana Ciechi anche in quel caso fu rilevante per evitare che tutti i minorati della vista finissero nell'oblio, dato che il paese era in pieno boom economico e lontano con la mente dagli orrori che la guerra aveva consumato. L'Unione seppe, però, far valere lo spirito dei costituenti esercitando in maniera forte proprio la leva della carta per ottenere significativi riconoscimenti legislativi che garantissero la crescita della cultura della disabilità in forma non solo assistenziale ma come difesa sociale dell'individuo non vedente.
Nel 2007, l'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti riesce a far approvare dal Parlamento Italiano la legge 107 che sancisce, per il 21 febbraio di ogni anno, la celebrazione della giornata nazionale del Braille. Questo ulteriore passaggio doveva rafforzare quel cammino di promozione e difesa anche all'identità dei ciechi e degli ipovedenti. Le leggi, però, non hanno ancora abbattuto tutti gli ostacoli e le barriere che frenano l'inclusione piena dei minorati della vista. Ma l'UICI continua a lottare perché si passi dall'enunciato ai fatti concreti che diano sostanza agli impegni che lo Stato ha assunto quando ha approvato e trasformato in leggi le proposte che vengono portate all'attenzione del Parlamento. Per questo esortiamo tutte le persone di buona volontà ad operare affinché si possa salvaguardare e promuovere ogni giorno la diversità.
Alle istituzioni ricordiamo che non può essere solo la celebrazione del 21 febbraio il vessillo di un'integrazione, non veritiera, della categoria dei non vedenti. Ricordiamo che l'articolo 9 recita "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica[…]".
I ciechi e gli ipovedenti non vanno a caccia di privilegi ma di opportunità!