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Corriere dei Ciechi

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Numero 2 del 2018

Titolo: ATTUALITÀ- L'inclusione lavorativa alla prova dei dati

Autore: Daniela Bucci


Articolo:
Qual è la condizione occupazionale delle persone con disabilità in Italia? Cosa sappiamo oggi degli ostacoli e delle barriere che ne limitano l'esercizio del diritto al lavoro? Quali sono le fonti informative disponibili? E sono davvero sufficienti?
Attualmente le fonti ufficiali per chi voglia conoscere le condizioni occupazionali delle persone con disabilità in Italia sono la Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 68/99 e le indagini ISTAT sull'Inclusione sociale delle persone con limitazioni funzionali.
La prima fonte, la VII Relazione al Parlamento, appunto, è quella relativa al biennio 2012-2013, presentata nell'agosto del 2014, che rappresenta l'ultima e l'unica risorsa informativa sull'applicazione delle norme per il diritto al lavoro delle persone con disabilità. Sebbene ormai datata, essa evidenzia una riduzione del numero delle persone con disabilità iscritte agli elenchi unici provinciali del collocamento obbligatorio, che pone il 2013 ai valori minimi registrati dall'introduzione della Legge 68/99.
Tale contrazione si rileva sia nei valori di stock (676.775 persone iscritte al 31 dicembre 2013, al di sotto della soglia minima delle 700.000 unità registrata nel 2011) sia nei valori annuali (68.020 iscritti nel 2013 a fronte dei 65.795 del 2011).
Allo stesso modo, il numero degli avviamenti al lavoro delle persone con disabilità sancisce nel 2012 e 2013 la ripresa di un trend negativo che aveva precedentemente determinato il minimo storico nel 2009 (20.830) e che porta gli avviamenti delle persone con disabilità a 18.295 a fine 2013.
Ciò significa che nel 2013 circa 27 persone con disabilità vengono avviate al lavoro ogni 100 nuovi iscritti. Questa percentuale nel 2011 risultava più favorevole: era pari al 33,5%.
Anche il rapporto tra risoluzioni (dimissioni, cessazioni, licenziamenti) e assunzioni, pur migliorando nel passaggio dal 2012 al 2013 (circa 1 risoluzione ogni 2 assunzioni nel 2012 a fronte di 1 ogni 3 nel 2013), risulta sensibilmente peggiorato nel confronto con il 2008 (quando si registrava 1 risoluzione ogni 5 assunzioni). Ma quali sono i motivi delle risoluzioni? Sarebbe un dato importante, che non viene però rilevato.
Veniamo alle questioni di genere: non solo le donne con disabilità iscritte al 31 dicembre 2013 risultano numericamente inferiori agli uomini (47,2%), ma la contrazione complessiva del numero delle iscrizioni coinvolge in misura maggiore l'universo femminile.
Inoltre, gli avviamenti interessano le donne con disabilità in percentuale inferiore rispetto agli uomini e il calo registrato tra il 2012 e il 2013 le colpisce in maniera più consistente (-6% vs -3% degli uomini).
Dai dati presentati risulta quindi evidente come, sotto gli effetti della crisi congiunturale, gli strumenti di protezione e inclusione lavorativa delle persone con disabilità dimostrino una ancora maggiore debolezza. E che a farne le spese sia in misura maggiore l'universo femminile.
L'altra fonte informativa è l'indagine sull'Inclusione sociale delle persone con limitazioni funzionali, invalidità o cronicità gravi. Anno 2013, pubblicata dall'ISTAT nel 2015. Dai dati emerge come la presenza di limitazioni funzionali abbia un forte impatto sull'esclusione dal mondo lavorativo.
Nel 2013 (anche qui i dati risultano ormai datati) il 44,0% delle persone di 15-64 anni con limitazioni funzionali gravi o lievi, invalidità permanenti o malattie croniche gravi risulta occupato, contro il 55,1% registrato per l'intera popolazione della stessa fascia di età. Tale percentuale scende però al 19,7% nel caso di limitazioni funzionali gravi, rispetto al 46,9% di chi a limitazioni funzionali lievi, invalidità o cronicità gravi. In sostanza, meno di una persona su cinque con grave menomazione lavora. Inoltre, le persone con limitazioni funzionali gravi che sono inattive rappresentano una quota più che doppia rispetto a quella osservata nell'intera popolazione (quasi il 70% contro circa il 31%).
Soffermandoci anche qui sulle differenze di genere, risulta occupato il 52,5% degli uomini con limitazioni funzionali gravi o lievi, invalidità permanenti o malattie croniche gravi (64,6% nella popolazione totale) a fronte del 35,1% delle donne (45,8% nell'intera popolazione). Tuttavia, in questo caso, l'ISTAT non ci fornisce i dati relativi al gap di genere in relazione alle persone con limitazioni funzionali gravi. Inoltre, dall'indagine non emergono informazioni relative agli ostacoli e alle barriere che le persone con disabilità incontrano nell'accesso al lavoro, nel suo svolgimento e mantenimento, né sugli strumenti di facilitazione. Alcuni dati posso essere ripresi da una precedente indagine ISTAT, Limitazioni nello svolgimento dell'attività lavorativa delle persone con problemi di salute. Anno 2011, pubblicata a maggio 2013, e quindi ancora più indietro nel tempo, che qui non riportiamo e che vi invitiamo a consultare nel sito Condicio.it. Ora, se queste sono le fonti informative esistenti, entrambe presentano delle criticità, rispetto alla possibilità di acquisire le informazioni necessarie a fotografare la situazione reale delle persone con disabilità, individuare le eventuali discriminazioni, programmare gli interventi e valutarne i risultati e gli impatti.
Innanzitutto, esse forniscono dei dati sullo stato di attuazione delle Legge 68 (la prima) e sulla condizione occupazione delle persone con limitazioni funzionali (la seconda), ma non ci restituiscono dati sistematici e periodici, come ad esempio il tasso di disoccupazione (che ormai è rilevato in Italia a cadenza mensile), che siano confrontabili con il resto della popolazione.
Un'ulteriore criticità emerge dalla costruzione degli indicatori.
Nell'indagine ISTAT si dichiara di aver adottato un approccio basato sulla nuova definizione di disabilità proposta dell'ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health) e ripresa dalla Convenzione ONU, per cui "le persone con disabilità «includono quanti hanno minorazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali a lungo termine che in interazione con varie barriere possono impedire la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su una base di eguaglianza con gli altri".
Date le premesse, ciò che l'indagine avrebbe dovuto fare è misurare quella "interazione" cui si riferisce la Convenzione ONU, essendo la disabilità non una caratteristica dell'individuo insita in una patologia o menomazione, ma il risultato di un'organizzazione sociale che restringe le attività e le possibilità di partecipare delle persone con menomazioni, ponendo sul loro percorso barriere comportamentali e ambientali.
Vediamo quindi in che misura tale obiettivo sia stato raggiunto.
La popolazione che ISTAT prende a riferimento è composta da coloro che nell'indagine sulle Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari condotta nel 2012-2013 hanno dichiarato di avere gravi o lievi limitazioni funzionali (confinamento, difficoltà nel movimento, difficoltà nelle funzioni della vita quotidiana, difficoltà nella comunicazione), patologie croniche gravi o invalidità permanenti, per un totale di 13 milioni e 177 mila persone di 15 anni e più che vivono in famiglia. Di questa popolazione circa 3,1 milioni sono persone con limitazioni funzionali gravi, che riferiscono il massimo grado di difficoltà nelle funzioni motorie, sensoriali o nelle funzioni essenziali della vita quotidiana, e che finora sono state comunemente definite "persone con disabilità". A queste si vanno ad aggiungere le persone con limitazioni funzionali lievi, che evidenziano un livello immediatamente inferiore al massimo grado in almeno una delle funzioni sopra indicate. Ma si aggiungono anche le persone con invalidità permanenti e quelle che, pur non avendo dichiarato limitazioni funzionali, soffrono di malattie croniche gravi. Una scelta dunque non in linea con la componente dell'ICF relativa alle strutture e funzioni corporee, dove non si fa riferimento alle patologie, ma che è stata compiuta nell'ipotesi che esse implichino peggiori condizioni di salute e un elevato livello di limitazioni nelle funzioni e nello svolgimento di attività.
Inoltre, per rilevare l'inclusione delle persone con limitazioni funzionali, invalidità o cronicità gravi nei diversi ambiti di vita è stato chiesto agli intervistati i motivi di eventuali restrizioni alla partecipazione riconducibili a fattori personali e ambientali. Ma si è rilevato anche se le restrizioni evidenziate fossero riconducibili agli stessi problemi di salute, patologie croniche o limitazioni funzionali da loro riferiti. Ciò rischia di originare una lettura sbilanciata sulla parte sanitaria, per cui le restrizioni alla partecipazione vengono ricondotte dagli intervistati alle proprie condizioni di salute (quando, infatti, si chiede agli intervistati il motivo della ridotta attività o partecipazione, si lascia aperta la possibilità di indicare come causa la condizione di salute). Stando così le cose, proprio perché la disabilità non è una caratteristica individuale, non coincide con i problemi di salute e non esiste disabilità senza limitazioni alla partecipazione, l'obiettivo ancora da raggiungere è quello di individuare indicatori capaci di analizzare la compromissione nelle attività e nella partecipazione ed evidenziare, ad oggi (non con anni di ritardo), le barriere esistenti soprattutto ambientali (per esempio assenza di politiche e servizi, sistemi di trasporto non accessibili, assenza di politiche per l'inclusione, edifici e spazio costruito inaccessibile ecc.).
Il problema della disponibilità e della qualità dei dati sulla situazione occupazionale delle persone con disabilità è stato affrontato anche in seno all'Osservatorio Nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, che ha identificato specifiche azioni inserite nel 2° Programma di azione biennale per la promozione dei diritti e l'integrazione delle persone con disabilità, da poco pubblicato in Gazzetta Ufficiale.
In prospettiva va anche ricordato che il decreto legislativo 151/2015 (applicativo del cosiddetto jobs act), al capo I concernente "Razionalizzazione e semplificazione in materia di inserimento mirato delle persona con disabilità", ha previsto l'istituzione della "Banca dati del Collocamento mirato". L'obiettivo è raccogliere in modo sistematico i dati disponibili sul collocamento mirato, semplificare gli adempimenti, rafforzare i controlli, migliorare il monitoraggio e la valutazione degli interventi.
Tale Banca dati, alimentata da vari soggetti pubblici, dovrebbe permettere di raccogliere informazioni di natura amministrativa relative sia ai datori di lavoro che ai lavoratori, e pertanto di effettuare delle elaborazioni specifiche (ad esempio relativamente a: iscrizioni, avviamenti, rapporti di lavoro attivati e cessati, competenze ed abilità degli iscritti, posti di lavoro e mansioni disponibili, incentivi alle assunzioni, agevolazioni erogate sulla base di disposizioni regionali, accomodamenti ragionevoli, etc.). Uno strumento importante anche in chiave di restituzione dei dati a chi si occupa di politiche e di servizi.
Ma qual è lo stato di avanzamento dei lavori della Banca dati sul collocamento mirato? Attualmente non è ancora stato emanato il decreto interministeriale che avrebbe dovuto definire (entro 180 giorni dall'entrata in vigore del d.lgs 151/2015) i dati da trasmettere, nonché le altre modalità attuative. E al contempo dell'ultima Relazione sull'attuazione della Legge 68, che dovrebbe avere una cadenza biennale, non vi è ancora traccia.
In conclusione, quindi, non ci sfugge che la regolare alimentazione della Banca dati, e più in generale la disponibilità di analisi mirate e tempestive sulle condizioni occupazionali delle persone con disabilità richieda un impegno condiviso di tutti gli attori coinvolti. Tuttavia, senza tali strumenti, rimane complesso riconoscere in modo tempestivo e scientifico le discriminazioni esistenti, per poter programmare e adeguare le azioni, intervenire sulle barriere che ostacolano la partecipazione e introdurre elementi di facilitazione e di inclusione, nel rispetto del dettato della Convenzione ONU.



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