Numero 2 del 2018
Titolo: RUBRICHE- Il lavoro fa per me!
Autore: a cura di Valter Calò
Articolo:
Ancora una professione, un racconto, due chiacchiere tra noi
La tigre di Matera, alias dott.ssa Paola Labarile, ci racconta brillantemente due chiacchiere con la musica; per tutti noi ha incontrato Piero Buongiorno, pianista nato per suonare. Leggendo questo racconto, mi ha colpito la determinazione di Piero, che pensando e ripensando dovrebbe essere il leitmotiv di tutti noi. La determinazione fa muovere piccole o grandi cose, sta a noi indirizzare le nostre energie nel verso giusto, come ci racconta Piero.
Una vita per la musica
di Paola Labarile
Ho incontrato Piero qualche tempo fa su un gruppo Facebook dedicato ai non vedenti. Un giorno si parlava di quanti utenti di quel gruppo fossero musicisti ed ecco che mi colpì un suo commento in cui diceva di essere un pianista e che trovava molto positivo e fonte di gioia il fatto che tra noi l'interesse per questa meravigliosa arte che è la musica fosse così presente e vivo.
D. Raccontami un po' di te: pianista per scelta? Per caso?
R. Per scelta! Fin da piccolo, manifestai ai miei genitori il desiderio di voler studiare pianoforte. All'età di sette anni, impaziente, un giorno uscendo da scuola per tornare a casa presi l'iniziativa; pensai bene di recarmi presso una scuola di musica a comunicare al Maestro titolare l'intenzione di voler intraprendere lo studio del pianoforte.
D. Com'è nata questa tua passione per la musica e quando hai deciso che ti saresti dedicato ad uno degli strumenti più complessi e belli al tempo stesso, quale il pianoforte? Hai mai desiderato suonare anche altri strumenti oppure il tuo cuore era da subito consacrato al piano?
R. Sinceramente, la mia passione per la musica, non so quando è nata. Mi hanno sempre raccontato che sin dalla prima infanzia, quando veniva riprodotta della musica, in qualche modo tentavo di dar sempre il mio contributo all'esecuzione, utilizzando qualsiasi strumento giocattolo o oggetto in mio possesso. L'amore per il pianoforte credo che si sia manifestato per la prima volta quando, all'età di 4 anni, con l'avvento di una piccola tastiera, rimasi affascinato dalla possibilità di poter suonare varie note contemporaneamente. Poi la conferma l'ho avuta quando, seduto davanti a un pianoforte in un negozio di musica, ho potuto apprezzare le qualità sonore che questo strumento offre. Ricordo che rimasi impressionato, pensai: "ma quanto è grande?"; "quanti tasti sono?"; "quante dita ci vogliono per suonare?". Per me, era molto più semplice contare le dita delle mani che non i tasti che avevo davanti! Ho avuto anche l'opportunità di studiare per un anno fisarmonica e successivamente, in Conservatorio, oltre al pianoforte ho studiato anche per 5 anni violoncello.
D: In una nostra chiacchierata privata, mi hai detto che stai vivendo al momento una fase di adattamento, per cui stai facendo i conti con il Braille. La tua disabilità è quindi sopraggiunta, aggravandosi negli anni? Quando eri studente convivevi già con la disabilità visiva? Quanto essa ha influito nel raggiungimento dei tuoi obiettivi e quanto è stata d'impedimento?
R. Essendo affetto da retinite pigmentosa, una malattia degenerativa che colpisce la retina, la mia disabilità si è aggravata col passare degli anni. Mi è stata diagnosticata a l'età di 12 anni, ma già da piccolo presentavo i primi sintomi dell'ipovisione. Può darsi che questo abbia influito positivamente nello sviluppo della memoria e dell'orecchio musicale, però la progressiva perdita della vista, sicuramente mi ha impedito di svolgere tranquillamente la mia professione, dato che a un certo punto della mia vita ho dovuto fermarmi e apprendere il Braille.
D. Da appassionata melomane, ti chiedo se alla tua attività concertistica hai anche affiancato quella di pianista accompagnatore: è stato difficile concordare respiri e tempi con i cantanti, dovendo mirare ad un lavoro perfetto, all'unisono con loro? Si sa che voi pianisti trovate di tanto in tanto qualcosa da eccepire riguardo a chi svolge la professione del cantante, (battuta scherzosa). È possibile parlare un'unica lingua, appunto il linguaggio della musica, nonostante tu non riesca a scorgere i loro movimenti? La mia è una curiosità, dal momento in cui spesso tra pianista e cantante basta uno sguardo per capirsi perfettamente.
R. Quando studiavo in Conservatorio mi sono sempre rifiutato di accompagnare i cantanti. In questi ultimi anni, invece, ho avuto occasione di farlo e devo dire che pensavo peggio. Sicuramente non è facile accompagnare un cantante. Le difficoltà che eventualmente si possono incontrare, secondo la mia modesta esperienza, non sono legate alla disabilità. In una situazione come questa, dove il pianista presenta una disabilità visiva, è fondamentale per il pianista memorizzare anche la parte del canto, concordare i respiri e tempi, ascoltare bene il cantante e assecondarlo durante tutta l'esecuzione. Al cantante, posso consigliare di cantare tranquillamente, senza preoccuparsi tanto se il pianista ci vede o no.
D. Hai studiato in Conservatorio o privatamente? Qual è stata la tua strada? In caso tu abbia cominciato ad intraprendere i tuoi studi già con una disabilità visiva, quali sono state le difficoltà? Hai incontrato resistenze da parte della tua famiglia? Quanto hanno creduto nell'importanza dello studio della musica? Come sai, sfortunatamente, qui in Italia nelle scuole pare che l'educazione musicale poco sia di casa e a torto si crede che i propri figli debbano coltivare interessi in grado di "portare il pane a casa" un giorno, trasformandosi, appunto, in un lavoro; come se i professori d'orchestra o i pianisti non svolgano dignitosamente una professione, studiando magari per più di 12 ore al giorno. Cosa si potrebbe fare in Italia per incentivare l'educazione musicale e soprattutto, credi che sia importante indirizzare i bambini non vedenti allo studio della musica? Sappiamo infatti che, nella maggior parte dei casi, chi non vede potrebbe avere un udito maggiormente sviluppato. Quanto e come esso dovrebbe essere educato? Studio musicologia e ricordo perfettamente che una mia professoressa, straniera, mi ha detto che all'estero viene data molta importanza ad aspetti pratici, come riconoscere gli intervalli o imparare a posizionare le dita sul pianoforte; molto spesso purtroppo le nostre facoltà musicologiche in Italia sembrano improntate ad aspetti troppo teorici, che forse allontanano uno studente dal vero significato che la musica esprime. Cosa pensi di tutto questo?
R. Sostenuto sempre dalla mia famiglia e dai miei Maestri, ho studiato presso il Conservatorio di Musica "C. Gesualdo da Venosa" di Potenza, diplomandomi in pianoforte nel 2009. Sapevamo fin dall'inizio dove mi avrebbe portato la retinite e penso che sia stata proprio questa a rafforzare l'idea di dover studiare musica. Credo che sia importante indirizzare i bambini non vedenti allo studio della musica, dato che è un'arte accessibile, dove l'uso della vista non è necessario per la sua realizzazione. Oltretutto può, eventualmente, rafforzare l'autostima, la comunicazione e le relazioni con gli altri. Inizialmente un modo per sviluppare l'udito è quello di ascoltare e ripetere, cantando o suonando, prima solo nuclei melodici e successivamente intere frasi musicali.
D. Sappiamo bene quanto la professione di un musicista sia difficile, specialmente se ad intraprenderla è una persona con disabilità visiva. Nella vita sono sempre stata ottimista, ma direi il falso se affermassi che la strada per un non vedente che voglia intraprendere altre professioni, che non siano quelle "storiche", sia in discesa. Come pensi che si potrebbe invertire la rotta? In altre parole, cosa dovrebbe o potrebbe fare la nostra UICI per garantire anni di studio sereni ed inclusione ad una persona con disabilità visiva che vorrebbe svolgere la professione del pianista, come nel tuo caso? Fai parte dell'UICI? In caso tu non ne faccia parte, te la sentiresti di motivare la tua scelta? Quanto oggi la tecnologia è al passo con le richieste o esigenze di chi studia o si appresta a compiere un percorso musicale?
R. Premetto che attualmente non sono informato sulle attività svolte dall'UICI. Qualora ci fossero dei soci dell'UICI interessati ad intraprendere la professione del musicista, penso possa essere utile affiancare allo studente una persona qualificata che lo sostenga durante tutto il percorso di studi. Per incentivare l'inclusione dei musicisti (e non solo), si potrebbe aumentare l'attività musicale nelle varie sezioni dell'Unione, ad esempio organizzando corsi di musica e creando cori, band, mini orchestre, ecc. Da diversi anni ormai non faccio più parte dell'UICI, non per scelta, ma perché risiedo all'estero. Quello che più spaventa un musicista non vedente è apprendere la notazione musicale Braille. Oggi, per fortuna, possiamo dire che grazie a qualche software come il BME2, lo studente può apprendere la musica molto più rapidamente.
D. Ti è stato difficile imparare a posizionare le dita sul pianoforte, evitando una certa rigidità nei tuoi movimenti, che pare essere propria di chi ha una disabilità visiva? Com'è stato il tuo approccio pratico con lo strumento? Hai avuto difficoltà sotto questo punto di vista? Davvero hai imparato a memoria interi spartiti, come pare facciano i musicisti non vedenti?
R. No, non ho mai avuto nessun tipo di difficoltà. Sì, ho sempre suonato a memoria. Quando ho iniziato gli studi musicali, pur avendo un ipovisione lieve, non ho mai potuto suonare con uno spartito davanti.
D. Qualcuno tra i tuoi docenti o anche colleghi, ha mai fatto leva sulla tua disabilità per screditarti? Se sì, come hai scelto di agire?
R. No, per fortuna no.
D. È ancora possibile sognare, pensando di fare della musica un lavoro? Cosa vorresti o potresti consigliare ad un giovane minorato della vista, che sogna di diventare musicista?
R. Penso di sì. Consiglierei di inseguire tranquillamente il suo sogno e di essere disposto a reinventarsi continuamente.
D. Grazie per la piacevole chiacchierata. In bocca al lupo per i tuoi prossimi impegni e buon lavoro.
R. Grazie, anche a te e all'UICI. È stato un piacere.