Numero 7/8 del 2018
Titolo: RUBRICHE- Occhio alla ricerca
Autore: a cura di Andrea Cusumano
Articolo:
L'importanza della plasticità cerebrale nella riabilitazione e nel ripristino della funzionalità visiva
Nelle persone che perdono la vista, le aree della corteccia occipitale normalmente adibite alla ricezione e all'elaborazione delle informazioni visive non rimangono inutilizzate, ma vengono reclutate e "sfruttate" per affinare e potenziare altri sensi, in particolare il tatto e l'udito.
Le facoltà tattili aumentano in modo sorprendente, soprattutto la capacità di "discriminare" e in particolar modo a livello dei polpastrelli; un esempio è l'abilità di leggere la scrittura Braille anche molto velocemente, cosa che nelle persone vedenti risulta difficilissimo se non impossibile.
Anche le capacità uditive si amplificano notevolmente nelle persone che perdono la vista, le persone non vedenti hanno infatti più facilità a determinare l'altezza dei suoni, localizzano più velocemente e con maggiore precisione la fonte di un suono e il suo movimento e presentano una maggiore memoria verbale.
Ciò è dovuto alla plasticità cerebrale, ossia la capacità del cervello di "adattarsi" e "trasformarsi" utilizzando le aree della corteccia cerebrale deputate alla funzionalità di un senso perduto per sviluppare e acuire gli altri sensi residui al fine di compensare la funzionalità sensoriale mancante.
La plasticità cerebrale si verifica a seguito della perdita di uno qualsiasi dei nostri sensi. Nelle persone che perdono l'udito, ad esempio, si ha un'aumentata capacità visiva, ma non in senso "quantitativo" (migliore acuità visiva) quanto in senso "qualitativo", in particolar modo in senso "discriminatorio": maggiore capacità di leggere e interpretare le espressioni dei volti delle persone, incremento della sensibilità percettiva nella visione periferica che permette di captare i pericoli anche se non se ne odono i rumori etc.
Un tempo esisteva il pregiudizio che i bambini affetti da cecità o sordità non potessero sviluppare delle capacità cognitive normali, ma questa teoria si è dimostrata completamente errata e oggi è noto che, al contrario, gli individui affetti da cecità o sordità non solo sono in grado di sviluppare capacità cognitive in modo assolutamente normale, ma spesso sviluppano capacità sensoriali (dei sensi residui) superiori a quelle delle persone vedenti e udenti.
È noto che la plasticità cerebrale è massima subito dopo la nascita e permane per un lasso di tempo piuttosto limitato, definito "periodo critico", per diminuire con il passare del tempo: più precoce è la perdita di un senso, maggiore è la capacità di compensare tale perdita.
Gli studi effettuati in passato sulla plasticità cerebrale avevano fatto credere che nella specie umana la capacità compensatoria per la perdita visiva fosse assente dopo i 14-16 anni d'età, ma molti studi più recenti stanno invece contrastando questa teoria, suggerendo che la plasticità cerebrale permane ed è presente, seppur in grado minore, anche in età adulta.
Poiché la perdita della funzionalità visiva è un evento che riguarda sempre più spesso persone di età avanzata a causa di diverse patologie retiniche legate all'invecchiamento, il tema della plasticità cerebrale in età adulta è di grande interesse medico-scientifico.
La possibilità di sfruttare aree del cervello non più utilizzate e stimolare la formazione di nuove connessioni cerebrali per acuire e interconnettere in modo nuovo gli altri sensi residui è molto importante per offrire alle persone adulte o anziane che hanno perso la visione un percorso riabilitativo di maggiore qualità e in grado di raggiungere obiettivi più importanti, con il risultato di ottenere il maggior grado possibile di autonomia e indipendenza.
Lo sviluppo di una maggiore sensibilità tattile può permettere di imparare il Braille e anche di utilizzare i cosiddetti dispositivi di sostituzione sensoriale (SSD, dall'inglese Sensory Substitute Devices), strumenti in grado di trasformare un'informazione visiva in informazione tattile, ad esempio riproducendo la forma di una lettera o di un oggetto sulla lingua mediante stimolazioni con minuscoli aghi sulla lingua stessa.
La plasticità cerebrale in età adulta o avanzata è importante non solo per le persone che perdono la funzionalità visiva in tarda età, ma anche per quelle che potrebbero recuperarla avendo avuto inizialmente una visione particolarmente ridotta (ciò potrebbe accadere per esempio in persone con una cataratta congenita o con una grave opacità corneale e per qualche motivo non hanno avuto la possibilità di accedere alla chirurgia della cataratta o al trapianto di cornea). Fino a pochissimo tempo fa si è sempre creduto che nelle persone in cui la perdita della vista era avvenuta in età precoce, il ripristino della integrità anatomica a livello oculare non potesse essere accompagnato da alcun ripristino della funzionalità visiva a livello cerebrale, poiché l'area del cervello necessaria era stata ormai adibita ad altre funzioni e non poteva tornare alle sue funzioni originarie. Pertanto, in queste persone la possibilità di poter vedere nuovamente è stata considerata come assolutamente preclusa anche se il loro “problema” era divenuto tecnicamente risolvibile.
Oggi, un numero crescente di studi sta dimostrando che in realtà la potenzialità visiva della corteccia cerebrale permane nonostante il non utilizzo anche per anni (anche dalla nascita) e che la corteccia cerebrale può “imparare” a vedere anche in età più tardiva. Questi studi sono molto importanti anche alla luce del recente sviluppo delle protesi retiniche, un campo che sta offrendo risultati sorprendenti finora dedicati unicamente alle persone che avevano perso la funzionalità visiva in età adulta, ma che ora potrebbero estendersi anche a coloro che hanno subito una drastica riduzione della capacità visiva già alla nascita o nella prima infanzia.
Una maggiore attenzione dovrà essere pertanto dedicata nel futuro agli studi sulla neuroplasticità e sulle potenzialità dei suoi effetti sulla riabilitazione e sul ripristino della funzionalità visiva anche se perduta in età prematura perché le prospettive di riabilitazione potrebbero superare di gran lunga le nostre attuali conoscenze.