Logo dell'UIC Logo TUV

Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti - ONLUS-APS

 

Kaleîdos

torna alla visualizzazione del numero 4 del Kaleîdos

Numero 4 del 2019

Titolo: Vendetta

Autore: Gaia Giorgetti


Articolo:
(da «F» n. 3-2019)
Quella femminile è psicologica, sottile, intelligente. Ma anche se non è violenta, può avvelenarci l'anima
Di fronte a un torto o a un tradimento la tentazione di ripagare l'altro con la stessa moneta è forte. Eppure la soddisfazione che ne deriva è passeggera. Funziona solo nei libri e nei film. O a teatro, come nello spettacolo «Figlie di Eva».
Prima o poi te la faccio pagare. Vi è mai capitato di pensare ora cerco sui social tutte le ex di quel bastardo traditore e insieme gli facciamo un mazzo così? Parliamoci chiaro, se lo becchiamo con un'altra, e in generale se qualcuno ci pugnala alle spalle, il desiderio di vendicarci prima o poi ci sfiora. Non c'è bisogno di emulare Medea, l'icona della vendetta femminile che obiettivamente ha superato ogni limite, uccidendo i figli per punire il marito fedifrago, ma togliersi qualche soddisfazione può essere liberatorio. D'altra parte, la rivincita delle donne ha connotati diversi da quella maschile, guidata dal testosterone, dalla rabbia e - troppo spesso - dalla violenza. Noi siamo capaci di inventare strategie pazzesche, ironiche, intelligenti, persino di classe: non è un caso che la nostra proverbialmente sia una vendetta «dolce» o che «serviamo fredda». Aspettiamo pazienti che arrivi il momento e, zac!, mettiamo il re in mutande. Shakespeare diceva che l'odio è un veleno che prepariamo per gli altri e somministriamo a noi stessi, ma si possono regolare i conti in modo soft, dando piccole soddisfazioni alla nostra autostima offesa?
Come accade nella commedia «Figlie di Eva», che porta in teatro la storia di tre donne coalizzate per farla pagare a un uomo potente che le ha ferite. Una geniale alleanza femminile che vede per la prima volta sul palcoscenico Maria Grazia Cucinotta nel ruolo della moglie del traditore, alleata con Vittoria Belvedere e Michela Andreozzi, entrambe vittime di suo marito, sindaco arrogante, scorretto e traditore. Uno che se la merita. Se nella finzione la vendetta funziona, nella vita come stanno le cose? Se lui ci ha imbrogliate, fargliela pagare ci ripaga? Ne parliamo con la psichiatra Donatella Marazziti.
D. Davanti a un tradimento il desiderio di punire il fedifrago è naturale. La vendetta è un sentimento, un'emozione. Come va gestito questo stato d'animo?
R. La vendetta è un po' come la gelosia, a metà strada tra sentimento e emozione, ha vari gradi d'intensità, dal piccolo pettegolezzo per dileggiare la rivale sino all'architettare strategie e azioni progressivamente sempre più strutturate e gravi.
D. Oggi su internet le vendette si sprecano. Si può innescare facilmente un'escalation che porta a superare il limite.
R. La rappresaglia fa male psicologicamente, rappresenta un fallimento e non serve a nulla. Se lui ci tradisce che vantaggio abbiamo a fargliela pagare? Lui non tornerà e noi resteremo comunque col nostro dolore.
D. Cosa possiamo fare allora?
R. L'unica strada utile, se abbiamo subito un torto, è quella di elaborare, capire perché è successo, accettare, per esempio, che un amore è finito o decidere di farlo finire perché lui è un poco di buono. La rabbia, pur comprensibile, non deve diventare azione. Chi ripaga con la stessa moneta entra in un vortice che sfugge di mano, fino al delirio patologico. Medea è l'esempio emblematico: i greci avevano capito che la vendetta umana porta alla rovina, esiste solo quella divina.
D. Mai vendicarsi? E la rabbia dove la mettiamo?
R. Regolare i conti non è un comportamento virtuoso perché innesca una scia negativa. Ha ragione Shakespeare, l'odio avvelena. Direi che la vendetta è perfetta per scrivere la trama di un romanzo o di un film, nella vita reale lascia sempre l'amaro in bocca, la fregatura di aver amato un traditore resta e punirlo può darci un'apparente soddisfazione, ma solo momentanea.
D. Nella commedia interpretata dalla Cucinotta tre donne architettano una strategia geniale. La vendetta femminile è diversa da quella maschile?
D. Sì, noi donne possiamo usare il pettegolezzo liberatorio, per esempio parlando male della rivale. Piccole rappresaglie che ci sollevano un po', ma servono a ben poco. Però, è vero che la vendetta femminile è diversa da quella maschile, che a volte è addirittura identificata con la giustizia. È un discorso biologico e culturale insieme, la donna vendicatrice, come Medea, è la strega, la folle, l'uomo no: per lui il tradimento è un affronto culturale e per salvare l'onore doveva uccidere, e continua a farlo. Nella mente femminile l'onore non esiste, la voglia di rivalsa nasce quando ci sentiamo ferite sul piano dei sentimenti, l'uomo sul piano dell'immagine: noi perdiamo l'amore, lui perde l'onore. La vendetta femminile è individuale e sentimentale, quella maschile è sociale.
D. Oggi vanno molto di moda le vendicatrici, anche al cinema. Che ne pensa?
R. Stiamo perdendo le differenze tra i sessi e si conferiscono alle donne attributi tipicamente maschili, come purtroppo l'onore.
D. Nella pièce la Cucinotta afferma che l'uomo perfetto è una donna con gli attributi. È d'accordo?
R. No, dovrebbe essere il contrario: l'uomo perfetto è un uomo evoluto, con l'empatia di noi donne, la nostra capacità di emozionarci, di rispettare.
D. Veniamo alla biologia, vendetta maschile e femminile hanno meccanismi diversi?
R. L'odio maschile nasce dal testosterone e è alimentato dalla cultura, è più aggressivo e passa subito all'azione. La nostra rivincita è psicologica, più sottile, persino più intelligente.
D. Finalmente abbiamo una chance: vendette intelligenti. Per esempio?
R. Di recente due giovani donne hanno scoperto di essere fidanzate con lo stesso uomo. Prima ci sono rimaste malissimo ma poi si sono messe d'accordo attuando una vendetta geniale: distruggere sessualmente quel mentitore. Un piano ingegnoso: hanno finto di essere focosissime a letto, pretendendo prestazioni sessuali continue e, dopo un paio di settimane, lui era letteralmente spompato. A quel punto è scattata la distruzione psicologica del galletto, ognuna delle amanti ha cominciato a denigrarlo, dicendogli che non funzionava più a letto. Poi l'hanno mollato.
D. Da terapeuta come la vede?
R. Mi ha fatto ridere, ma solo due donne intelligenti possono pianificare una ritorsione così arguta che in quel caso ha avuto anche un effetto liberatorio.
D. Perciò prenderci una soddisfazione qualche volta ci fa stare meglio?
R. In genere no. È venuta da me una signora di 80 anni che voleva confessarsi perché aveva tradito il marito per vent'anni. Mi ha spiegato che non l'avrebbe mai voluto fare, ma suo marito era molto perverso e, quando era giovanissima, aveva preteso come prova d'amore che facesse sesso con un suo amico. Lei aveva accettato, ma poi si era sentita sporca e piena di rancore, così si è vendicata intrecciando con quel tipo una relazione durata vent'anni. Se per tutta la vita si è tenuta quel peso sulla coscienza vuol dire che la vendetta non è servita a cancellare la sofferenza.
Gaia Giorgetti



Torna alla pagina iniziale della consultazione delle riviste

Oppure effettua una ricerca per:


Scelta Rapida