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Kaleîdos

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Numero 8 del 2019

Titolo: «No, le arti marziali miste non sono uno sport da maschi»

Autore: Gianluca Ferraris


Articolo:
(da «Donna Moderna» n. 13 del 2019)
Mettono insieme boxe, lotta, judo, taekwondo. Con tanti colpi duri, pochi soldi e la fatica di combattere contro gli uomini. Eppure 3 delle nostre campionesse assicurano: «È una disciplina perfetta per potenziare sia il corpo sia la mente»
Roberta non raggiunge il metro e 55, eppure pochi mesi fa ha spedito al tappeto con un pugno un'avversaria più alta e robusta di lei in un match durato appena 9 secondi. Arziko, sangue italiano e albanese, da ragazza ha abbandonato la boxe perché cercava combattimenti più seri. Lucrezia ha un profilo Instagram zeppo di moto e jeep: sogna di trasformare la lotta in un impegno a tempo pieno ma, in alternativa, non le dispiacerebbe diventare meccanico. Ogni giorno rubano tempo allo studio, al lavoro, agli affetti per sudare sul tatami, dove spesso, sono le uniche donne in mezzo a plotoni di testosterone. Nel fine settimana salgono in macchina per disputare i tornei. Nord Italia, Svizzera, Francia. Pugni, calci, ginocchiate. Ma anche sorrisi, abbracci e senso di comunità. Perché l'ultima cosa da dire alle fighter, come si chiamano in gergo, è che le arti marziali miste siano uno sport troppo duro o, peggio, troppo poco «femminile». Niente di più falso, secondo loro.
Le praticanti aumentano del 20% l'anno. Bruce Lee sosteneva che il vero campione non è chi pratica un ottimo kung fu o un ottimo karate, ma chi riesce a esibire il meglio di entrambi. Le arti marziali miste, in gergo Mma, seguono un po' lo stesso principio fondendo diversi sport: la lotta greco-romana, la boxe classica e quella thailandese, che prevede anche i calci e le gomitate, più le discipline orientali come judo, taekwondo e grappling, una particolare forma di combattimento a terra. Gli incontri sono veloci, gli allenamenti duri, l'adrenalina tanta. Negli ultimi anni il numero di donne che si sono avvicinate a questa disciplina è aumentato esponenzialmente, fino a raggiungere la metà dei quasi 4.000 praticanti amatoriali, con una crescita annua del 20%. «Non ci trovo nulla di strano» esordisce Lucrezia Greta Vercelloni, 21enne di Chiavari (Ge) che ha già vinto 3 incontri nel circuito semiprofessionistico e attende il debutto su Venator, la più importante piattaforma pro in Italia. «Le Mma hanno il pregio di mettere insieme tutto ciò che normalmente si cerca nell'attività sportiva: sono una valvola di sfogo, ma ti danno anche benessere psicofisico e strumenti efficaci di concentrazione e autodifesa. Potenziano il corpo, ma ti consentono anche tanta creatività. Qualità che non in tutte le discipline è così immediata». Lucrezia sa di cosa parla: prima di darsi alla lotta ha provato l'atletica e l'equitazione, sempre a livelli agonistici. Arrivata in palestra, è passata in fretta dal kickboxing alle Mma osservando gli uomini che la praticavano. «All'inizio allenarsi con i maschi è dura» ammette. «Ma c'è un rispetto estremo fra gli atleti e non ho mai, mai assistito a episodi di sessismo o machismo. Il rovescio della medaglia è che in combattimento, come è giusto che sia, nessuno ti risparmia colpi duri».
Il sogno è diventare professioniste. Anche Arziko Bregu, 23 anni, è partita dal pugilato per diventare in poco tempo una delle ragazze più promettenti di questa disciplina: dopo una sconfitta ai punti all'esordio, ha vinto 5 incontri di fila e combattuto 2 volte per il titolo iridato Immaf, la principale federazione mondiale che attende il riconoscimento come specialità olimpica. «Tiravo di boxe da quando avevo 14 anni per seguire le orme di mio fratello, ma sentivo come se mi mancasse qualcosa» racconta. «Credo sia nel Dna di famiglia: papà è stato campione albanese di lotta greco-romana». Arziko, che lavora in un supermercato, è nata a Monfalcone (Go) e lì si allena tutti i giorni. «Il pugilato resta il primo amore, non a caso sono molto più a mio agio con i pugni che nel combattimento a terra» continua. «Punto a migliorare in fretta: il sogno è vivere di questo sport». Un sogno di molti, che però diventa realtà per pochi. Nelle Mma i problemi sono gli stessi che attanagliano molte discipline minori, specie sul versante femminile: tanto entusiasmo, ottime potenzialità ma pochi soldi. Nonostante gli sforzi dei promoter e un prodotto così appetibile da dare vita a canali tematici e show dedicati, per quasi tutte le atlete italiane rincorrere ingaggi accettabili significa combattere all'estero: Francia, Svizzera, Germania, Usa.
La concentrazione è la dote che conta di più. Tra le poche che sono emerse da questa parte delle Alpi c'è Roberta Zocco, nome d'arte Diamond. Campionessa italiana nella categoria 52 chili, score di 3 vittorie e 2 sconfitte, combatte da 5 anni e sul ring ha conosciuto suo marito, il coach Agostino De Rosa. «Non cambierei questo sport con nessun altro, e lo consiglierei a tutte le donne» rivela. «Non tanto perché è un efficace strumento di autodifesa, semmai per la ragione opposta. Apprendi l'autocontrollo e contemporaneamente impari a superare i tuoi limiti. Perché la mente ne pone sempre più del corpo». Insomma, non importa solo saper «menare», ma soprattutto come farlo. «A questi livelli tattica e concentrazione contano quasi più della forza: è una cosa evidente sin dall'inizio, quando sei costretta a combattere contro gli uomini. Se riesci a picchiare uno di loro, ce l'hai fatta».
Gianluca Ferraris



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