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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti - ONLUS-APS

 

Corriere dei Ciechi

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Numero 9 del 2019

Titolo: ATTUALITÀ- L'importanza delle parole

Autore: Katia Caravello


Articolo:
Le parole: il loro peso, la loro importanza nella nostra vita quotidiana. Incontriamo Gianrico Carofiglio per comprendere il suo pensiero sull'importanza delle parole.

D. Gianrico Carofiglio, lei è conosciuto dal grande pubblico come scrittore, ma prima è stato Senatore della Repubblica e prima ancora magistrato, che cosa l'ha portata a decidere di lasciare la magistratura per dedicarsi alla scrittura a tempo pieno?
R. In realtà io ho iniziato a scrivere quando ero magistrato e per diversi anni ho fatto entrambe le cose, per lo meno dal 2000 al 2007 le due attività si sono intersecate. Scrivere era il mio sogno fin da ragazzino, anzi da bambino. Nel 2008 sono stato eletto in Parlamento e ci sono stati questi 5 anni nei quali ho fatto il parlamentare e intanto continuavo a scrivere. Alla fine dei 5 anni si trattava di rientrare in magistratura ed è stato a quel punto che mi sono reso conto di quanto la scrittura fosse diventata centrale da tutti i punti di vista della mia vita e si sarebbe verificato un fenomeno bizzarro se fossi rientrato in magistratura. Cerco di spiegarlo: per il tempo in cui ho fatto il magistrato e ho scritto, avevo una gerarchia molto precisa, il lavoro in magistratura veniva prima e nel tempo libero scrivevo, primo e secondo lavoro. Al momento di rientrare mi sono reso conto che la preponderanza della scrittura avrebbe prodotto un'inversione di questo meccanismo. Avrei fatto lo scrittore come primo lavoro e il magistrato come secondo lavoro, che anche soltanto a dirlo suona molto male. Mi è sembrata una cosa giusta e dignitosa decidere di dare le dimissioni, anche se è stata una decisione che mi è costata molta fatica e molta sofferenza, ma credo fosse la cosa giusta da fare.

D. È stata una parte importante della sua vita immagino, per cui è ovvio che chiudere una fase è sempre un passaggio delicato.
R. C'è un lutto in qualche modo che ho dovuto elaborare.

D. Da psicologa dico che l'elaborazione del lutto è essenziale per poter andare avanti, è fondamentale.
R. È senza sconti, bisogna evitare di rimuovere e accettare quello che è successo, bisogna guardare in faccia la realtà, farci i conti e andare avanti.

D. In tutte queste attività che ha fatto nella sua vita, il magistrato, il politico e adesso lo scrittore, le parole sono sempre state al centro, in maniera diversa nei tre campi, ma sempre al centro. Si può dire che lei ami tanto le parole e il fatto di montarle e smontarle.
R. Sin da quando ero piccolo amavo leggere e giocare con le parole, non nel senso dell'enigmistica, ma nel senso di cercare i significati, di vedere che cosa poteva essere nascosto dietro la prima impressione, il primo significato superficiale che una parola o un gruppo di parole comunicavano. Credo, dopo aver riflettuto a lungo e dopo aver fatto lavori diversi al centro dei quali c'era il tema della responsabilità e dell'uso corretto delle parole, di essere arrivato ad una riflessione per me importante, cioè che le parole e la comunicazione, il modo in cui raccontiamo le cose e raccontiamo noi stessi, non è semplicemente un contenitore, ma è costitutivo il modo in cui ci raccontiamo una storia e la raccontiamo ad altri, il modo in cui si racconta il progetto di mondo della politica, che sia buona politica è fondamentale per definire queste cose, le parole sono sostanziali, producono effetti, creano, direi, quasi le cose, e questa credo sia una consapevolezza importante, per chiunque voglia essere cittadino, in particolare chi voglia essere cittadino impegnandosi in politica. È inutile dire che le parole sono lo strumento di lavoro quotidiano per chi fa lo scrittore; diceva Primo Levi: "Dobbiamo rendere conto di quello che scriviamo, parola per parola e far sì che ogni parola vada a segno".
E io sono del tutto d'accordo.

D. Le parole producono degli effetti e bisogna esserne consapevoli, sia se si fa politica, ma anche a chi fa giornalismo. So che lei ha delle parole a cui è particolarmente affezionato, quali sono e perché.
R. In generale sono affezionato alle parole usate bene, alle parole con significati, soprattutto le parole che sono state svuotate dagli usi malaccorti, oppure da deliberate intenzioni di manipolare che sono invece importanti. Alcune le ho analizzate in qualche mio libro. "La manomissione delle parole" è un libro che parte dalla considerazione che alcune parole chiave del lessico civile sono state svuotate di significato, o per usi negligenti o a volte per una deliberata intenzione d manipolare il pubblico. È un dovere, io credo civile, soprattutto per chi con le parole ci lavora, restituire loro il senso. In quel libro c'è una varietà di parole per me importanti, che andavano nell'ordine da vergogna a giustizia, a ribellione, bellezza e poi scelta. Sono tutte parole molto politiche, che all'apparenza non sembrano, come bellezza. Bellezza, ad esempio, è una parola che correttamente interpretata e adoperata allude non solo ad una dimensione estetica ma anche ad una dimensione etica. Il metodo adoperato per ragionare su queste parole è di andare alla ricerca dei loro contrari, per vedere quello che non sono e per restituire loro il significato e ridare loro l'effettiva essenza. Se noi vediamo ad esempio i contrari di bellezza, essi appartengono alla sfera estetica e quanto alla sfera etica, bruttura, squallore, sono espressioni che enunciano il contrario di bellezza estetica, ma anche della bellezza intesa come conformità ad un codice etico e morale.

D. Anche nel suo ultimo libro "Con i piedi nel fango" affronta un altro tema che definisce un po' come una sua fissazione, quello dell'indifferenza, e cita spesso Antonio Gramsci e il suo odio per gli indifferenti.
R. Ho una posizione leggermente diversa da Gramsci, che considera l'indifferenza come torpore morale. L'idea di odiare le persone come categoria definita non mi seduce. Ma l'indifferenza, come dice Gramsci, è il peso morto della storia, è ciò che impedisce i cambiamenti ed è la pratica, l'immobilità di chi rimane a guardare quando le cose accadono e quando si dovrebbe intervenire. Nel libro si cita anche una frase di Don Primo Mazzolari che fu maestro di Don Milani, che dice: "avere le mani pulite non serve a niente se uno le tiene in tasca". Ecco, è un buon modo di dire che si può essere cittadini soltanto se ognuno nel proprio ambito si impegna. Per altro il tema dell'importanza delle parole, oltre che nell'ultimo saggio citato, cioè "Con i piedi nel fango", torna anche nell'ultimo romanzo che lo ha seguito, "La versione di Fenoglio". Anche lì c'è applicata in una storia, in una narrazione romanzesca, una riflessione sull'importanza delle parole nell'attività dell'investigazione, ma dall'attività dell'investigazione si passa poi a riflettere più in generale al rapporto che abbiamo con il reale attorno a noi e come esso possa essere rivoluzionato dall'uso corretto o scorretto delle parole.

D. Condivido tantissimo quello che lei diceva sull'indifferenza e anche sul fatto che anche a me non piace tanto dire odio legato a delle persone. Purtroppo l'indifferenza è un fenomeno che nella nostra società è presente nel mondo della politica, nel mondo del sociale in generale, nel mondo associativo ecc... Secondo lei che cosa si può fare, se si può fare, per cercare di far capire alle persone che per cambiare le cose bisogna fare qualcosa?
R. Intanto fare quello che stiamo facendo adesso per esempio, cioè parlare di questi temi cercando di produrre, di trasferire consapevolezza, che è una consapevolezza di un bisogno di dignità, di cosa significhi essere cittadini a fronte della possibilità spesso purtroppo reale di essere invece sudditi. L'indifferente, colui che tiene le mani in tasca, è colui che nega a se stesso ma anche agli altri la possibilità di cambiare il mondo. Io credo sia entusiasmante l'idea di cambiare il mondo, ognuno per la sua piccola parte se viene trasferita in modo convincente, se viene raccontata in modo giusto, può essere uno dei fattori della riduzione del grado di indifferenza nella nostra società, poi non c'è dubbio che chi comanda, chi ha le leve del potere ha enormi responsabilità, perché quando si comunica quello a cui assistiamo in questo periodo ai cittadini, trattandoli come materiale da manipolare, quando si tratta con il totale disprezzo della verità, quando si dice una cosa un giorno e il giorno dopo è esattamente il contrario, senza trovare non dico un filo di vergogna, ma nemmeno un filo di imbarazzo, non si fa altro che rafforzare, anche se in maniera subliminale, in molti cittadini il fatto che è meglio essere sudditi, star là, di non impegnarsi in nessun modo perché non ne vale la pena. E invece non è vero, vale la pena ed è un dovere e un diritto insieme.

D. Un'ultima domanda, o meglio una riflessione, un altro fenomeno particolarmente odioso che però è reale nel nostro mondo è quello dell'odio in rete. Il fatto di utilizzare l'esposizione, il palcoscenico dei social media, diffondere odio e questo succede in qualsiasi campo purtroppo, dalla politica ai tanti post contro le persone con disabilità, contro i più fragili. Cosa ne pensa?
R. Mah, normalmente, questi individui sono loro stessi i più deboli, i meno capaci di entrare in un rapporto sano con il mondo che li circonda e credono di trovare una forma di identità e sicurezza con l'aggressione, l'offesa, l'espressione di odio. È molto interessante notare quello che succede quando qualcuno di questi, se non sono account falsi ma persone reali, viene scoperto, individuato, tirato fuori dalla penombra della rete, normalmente per non dire sempre, si ritraggono, si spaventano, si scusano, mostrano tutta la fragilità che è alla base di questo modo di comportarsi. Questo naturalmente non giustifica cose terribili che a volte leggiamo, è necessario per affrontarle una strategia su più piani, intanto l'intelligenza di chi sta nella rete con intenzioni diverse, di non dare nessun tipo di sponda, nessuna possibilità di circolazione a questa roba, anche per esempio evitare di entrare in polemica con costoro, perché è esattamente quello che vogliono, ignorare del tutto dal punto di vista dei singoli che sono in rete per partecipare ad un dibattito sano, ignorare tutto questo è un primo passo per ridurne la capacità diffusiva, poi naturalmente ci sono gli strumenti del diritto, le sanzioni, è necessario segnalare ai gestori, ma è necessario e doveroso in certi casi rivolgersi alle autorità, sia di polizia sia giudiziarie.
C'è un libro di un grande filosofo del diritto della fine dell'Ottocento, e il concetto di questo libro è che noi possiamo pretendere di vivere in una società regolata dal diritto se avvertiamo la responsabilità, quando il diritto viene offeso, di reagire. Credo che ci sia un versante di diritti di ciascuno di noi, fra i quali quello di non essere offesi e di non vedere offese le persone più fragili, è un dovere quello di reagire e di attivare il sistema delle sanzioni che ci sono; non è una battaglia che si vince in un giorno e che si vince del tutto mai, ma io sono anche qui fiducioso nella capacità dell'intelligenza, nel senso delle regole e dell'umanità di reagire con efficacia a questo mare di volgarità e di violenza.

Noi la ringraziamo tantissimo per averci concesso questo tempo, per questa breve ma bella chiacchierata.
Ai nostri lettori dico che molti dei libri scritti da Gianrico Carofiglio sono presenti nel catalogo del Centro Nazionale del Libro Parlato, quindi vi invito a leggerli perché al di là di quelli che abbiamo citato, sono tutti bellissimi, e si possono anche ascoltare raccontati dalla voce dell'autore.



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