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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti - ONLUS-APS

 

Kaleîdos

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Numero 10 del 2020

Titolo: Il dovere di essere liberi

Autore: Mario Barbuto


Articolo:
Liberi. Parola grande, immensa, dai confini inarrivabili...
Esseri umani d'ogni epoca, razza, latitudine hanno lottato e si sono sacrificati per dare concretezza a questa parola. Hanno messo in gioco la propria vita su questo valore. Dai re ai mendicanti, dai potenti agli umili, dai ricchi ai poveri...
Da qualche decennio, perfino «gli ultimi della terra», «gli scarti della società», gli «inutili», gli «invisibili», i più umili e indifesi hanno cominciato a cullare il sogno, a formulare la pretesa di essere liberi. Di divenire cittadini liberi: le persone con disabilità.
Man mano che questa moltitudine di persone conquistava, otteneva, strappava brandelli del proprio Diritto, un nuovo anello si aggiungeva alla catena di libertà alla quale ogni essere umano ha il desiderio di legarsi e tenersi stretto.
Oggi, in un clima di emergenza sanitaria e sociale che ha investito l'Italia e il mondo, quella catena di libertà pare volersi interrompere, quegli anelli faticosamente agganciati gli uni agli altri sembrano sgranarsi e sgretolarsi sotto il peso della necessità, dell'obbligo a tutelare e difendere la salute e la sicurezza delle comunità.
Nasce e cresce così una parola al contempo necessaria e terribile: «distanziamento sociale». Una pratica da osservare e rispettare perché intende tutelare appunto salute e sicurezza. Quella pratica del tutto contradittoria rispetto a quanto abbiamo coltivato e inseguito per decenni: «inclusione sociale».
In epoca di distanziamento, dunque, ci troviamo a fronteggiare una realtà inaspettata e sorprendente che minaccia di travolgere e annullare d'un colpo le conquiste di civiltà raggiunte con decenni di pazienza, tenacia, determinazione.
Per una persona non vedente o ipovedente, come pure per tutte le persone con una disabilità grave, conciliare il termine «distanziamento» con parole come assistenza e accompagnamento diviene davvero complicato e in molte circostanze potrebbe risultare così poco praticabile da mettere in forse perfino i Diritti umani di base appartenenti in modo sacro e inviolabile alla sfera individuale di ciascuno di noi.
Tenersi almeno a un metro di distanza, infatti, per un «accompagnatore» è impossibile quando si deve accompagnare un cieco o dialogare con un sordomuto, solo per fare un esempio comprensibile a tutti. Così come diviene complicatissimo per chi non vede scegliere il proprio posto distanziato su un mezzo di trasporto pubblico quando i contrassegni indicatori non sono tattili, come pure attendere alle fermate o nelle stazioni, occupando la propria piazzola distanziatrice se questa non è stata tracciata mediante un sistema tattiloplantare rilevabile al tocco del piede.
Quali prospettive reali di apprendimento conserva un alunno cieco che deve imparare a leggere e scrivere in Braille, che deve esplorare con le mani il «mondo» intorno a lui, guidato necessariamente da altre mani, sovrapposte, intrecciate, incrociate alle sue?
Quale futuro di inclusione avranno gli alunni con disabilità quando la pratica della didattica a distanza tende a cancellare proprio l'elemento più prezioso della frequenza scolastica e cioè la relazione? Quell'insieme di rapporti quotidiani con i pari e con gli adulti che spesso costituisce la ragione principale, se non unica, di quel processo inclusivo che abbiamo perseguito proprio per spezzare segregazione e isolamento?
Considerato che la fase storico-sociale presente non sarà probabilmente né breve, né circoscritta, accertato il rischio reale insito nella modificazione di profili e comportamenti collettivi che tendono appunto a distanziare, cioè a «escludere», tocca a noi, alle Associazioni rappresentative degli interessi delle persone con disabilità, sviluppare in modo nuovo e propositivo quelle idee e indicazioni capaci non solo di difendere e salvaguardare, ma soprattutto di ricollocare i Diritti conseguiti, all'interno di un contesto sociale in evoluzione nel quale nulla deve essere dato per scontato e tutto può variare in senso negativo per le categorie più deboli della società.
Le istituzioni e le componenti più sensibili di questa società dovranno essere disposte a lavorare insieme a noi per individuare e porre in atto tutti quegli accomodamenti ragionevoli, volti a garantire l'inviolabilità della sfera personale dei Diritti di ciascuno, sia pure in presenza di necessità sanitarie indiscutibili, proprio perché, appunto, nessuno sia lasciato indietro.
Il Diritto alla salute e alla sicurezza mio e di tutti, non dovrà mai soverchiare quel Diritto naturale e basilare alla propria libertà di pensiero, movimento, azione, riservato a ciascuno di noi in modo intangibile, anche quando, e se, portatore di una disabilità.
Occorre innanzitutto convincersi che la disabilità, in molti casi, non è una malattia da curare con terapie mediche, ma una condizione personale che causa uno svantaggio sociale tutto da colmare mediante l'adozione di misure, norme, regole, dispositivi, accorgimenti, per ridurre tale condizione di svantaggio e tendere al conseguimento della parità di opportunità.
Ecco la ragione per la quale oggi, in questo contesto improvvisamente mutato in maniera inaspettata, la libertà diviene, non soltanto un Diritto, ma soprattutto un «Dovere» individuale e collettivo, da assicurare a tutti, nessuno escluso, con senso di responsabilità e di misura.
Compromessi praticabili e accomodamenti ragionevoli si possono accogliere e accettare, considerata la situazione di emergenza; isolamento, emarginazione e distanza sociale, no.
Oggi come non mai, dunque, abbiamo il Dovere di essere liberi.
Mario Barbuto



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