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Numero 11 del 2020

Titolo: Smart Working è anche un fattore culturale.

Autore: Carlo Sist.


Articolo:
Smart Working è anche un fattore culturale.

Di Carlo Sist.

Notizie da Hardware Upgrade - Il Sito Italiano sulla Tecnologia, https://www.hwupgrade.it/

Smart working: la sfida è tutta culturale.

05 giugno 2020

Durante il webinar SMART WORKING: TECNOLOGIE, ORGANIZZAZIONE, RISORSE UMANE dirigenti di importanti aziende hanno fatto il punto sulla situazione dello smart working in Italia. La tecnologia è matura, ma la mentalità deve cambiare.

Nel corso del webinar  SMART WORKING: TECNOLOGIE, ORGANIZZAZIONE, RISORSE UMANE, The Innovation Group ha realizzato un sondaggio per comprendere come le aziende italiane hanno affrontato la sfida e, a più di due mesi dallo scoppio dell'emergenza, come pensano di gestire il graduale ritorno alla normalità. 

Il primo dato che spicca è che lo smart working è qui per restare: metà delle aziende interpellate avevano già attivato politiche di lavoro remoto prima dell'emergenza COVID-19, mentre la stragrande maggioranza delle rimanenti le ha adottate proprio in occasione del lockdown. Il rimanente 3% non ha ancora attivato queste politiche sul posto di lavoro, anche se due su tre prevedono di farlo. Per il 47% del campione, in ogni caso, attivare modalità di lavoro da remoto è una delle principali priorità per il 2020, insieme all'aumento dell'efficienza e un maggior utilizzo del digitale in azienda.

Va però anche sottolineato un aspetto da non trascurare: solo un'azienda su tre ha esteso il lavoro da remoto a tutta la forza lavoro e, nella maggior parte dei casi, lo smart working non ricopre il 100% dell'orario lavorativo, ma solo una parte. Una situazione probabilmente destinata a cambiare nel breve termine: il 65% del campione ha dichiarato di voler incrementare il ricorso allo smart working una volta terminata l'emergenza, e solamente il 6% lo esclude a priori.

Lavoro agile: il punto di vista di Tito Boeri.

Al webinar è intervenuto anche Tito Boeri, Economista e Professore Ordinario dell'Università Bocconi, che sino a febbraio 2019 è stato anche Presidente dell'INPS. Boeri ha spiegato come nel tessuto italiano non sia possibile estendere il lavoro agile a tutte le figure: secondo le sue stime, solo il 30% dei lavori possono essere gestiti da remoto, un valore leggermente inferiore alla media europea, dovuta anche al fatto che in Italia l'industria ha un peso importante e, per quanto l'automazione continui a fare passi in avanti, è ancora necessaria la presenza fisica di operai e altre figure in fabbrica.

Al momento in Italia sono più le donne rispetto agli uomini che lavorano in modalità agile, un aspetto che secondo Boeri è positivo, come è positivo il fatto che i lavoratori sopra i 55 anni siano, al contrario delle aspettative, sovrarappresentati, cioè c'è una concentrazione maggiore della media di over 55 che lavorano da remoto. A essere sottorappresentati, invece, sono i lavori caratterizzati dai salari più bassi. Un dato che non stupisce, se messo in relazione con i settori che più adottano lo smart working: finanza e assicurazioni, mondo scientifico, media e comunicazione.

Boeri si è soffermato sul concetto di sostenibilità economica, alla base di ogni business, sottolineando che per adottare una modalità di lavoro agile e valutarne l'impatto è fondamentale misurare l'output, i risultati. L'obiettivo di ogni azienda è inevitabilmente quello di incrementare la produttività col tempo, ma per farlo, è necessario misurarla. Facile sulla carta: non ci mancano certo gli strumenti. Più difficile, però, applicarlo nella pratica: i sindacati infatti si oppongono a una misurazione individuale delle performance. Una soluzione, secondo Boeri, potrebbe essere quella di proporre la misurazione collettiva dei risultati. 

Rimane il fatto che non tutte le aziende sono abituate a ragionare sui risultati e sulla produttività, spesso perché ancora legate al concetto di "ore passate in azienda", più che agli obiettivi raggiunti. Non è infatti un caso che tutti gli intervenuti al webinar si siamo soffermati su un concetto importante: quello che abbiamo visto applicare nella maggior parte dei casi non è smart working, ma semplice lavoro da remoto. La differenza non è solo lessicale: lo smart worker dispone a piacimento del proprio tempo e lavora in ragione degli obiettivi. Al contrario di chi fa telelavoro, che è invece legato alle classiche logiche aziendali e si limita a svolgere il suo compito a distanza.

Fonte: https://edge9.hwupgrade.it/news/innovazione/smart-working-la-sfida-e-tutta-culturale_89909.html


Per ulteriori spiegazioni, scrivere a: Carlo Sist



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