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Kaleîdos

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Numero 15 del 2020

Titolo: Donne coraggiose

Autore: Redazionale


Articolo:
Da questo mese inizieremo un viaggio al femminile attraverso le storie appassionanti di donne che hanno attraversato l'inferno senza mai perdere il coraggio e la forza di uscirne. Esempi di vittoria della luce sulle tenebre, ma anche dello sforzo che ciascuno di noi è chiamato a fare per guarire le proprie ferite e quelle del mondo. Perché, tutte insieme, sono un affresco della nostra società, un mosaico della potenza del femminile, espressa in tutte le sfumature. Queste storie sono tratte dal libro di Silvia Gavino, giornalista del settimanale «F» e del mensile «Natural style», dal titolo «Coraggiose: storie di donne che non smettono di combattere», Cairo Editore.
In prima linea contro la camorra
Storia di Lucia
«Vi ammazziamo se non andate via!»
Parole minacciose ci raggiungono da finestre semichiuse. Siamo a Giuliano, nel Napoletano, a pochi metri dal complesso delle ville con piscina del boss Francesco Rea.
Si tratta di beni confiscati dallo Stato ma che ancora sono nelle mani della criminalità organizzata, nonostante il capo clan sia stato arrestato e si trovi in prigione. Almeno dodici famiglie di suoi gregari continuano ad abitare indisturbati quest'area di 33 mila metri quadrati, simbolo immutato del potere camorristico. Per giorni con la mia squadra abbiamo effettuato sopralluoghi, provato a parlare con questa gente, ma per risposta ci hanno tirato pietre e pezzi di mattone. Ora, però, ho ottenuto la notifica dal tribunale: è deciso, oggi inizierà lo sgombero coatto. Con cautela, muovo i passi nell'area circostante, insospettita da un silenzio greve. Una minaccia squarcia l'aria: «Fuori da qui!».
Tre grossi pitbull corrono verso di noi abbaiando furenti. Ora ci sbranano, penso.
Fisso i cani abbaiare a pochi metri, cercando di mantenere saldi i nervi anche se avverto la paura pulsare nelle vene.
È la stessa sensazione che ho vissuto all'inizio della mia carriera, quando dopo l'università ho lavorato nella stonaca giudiziaria. È stato il mio primo modo di lottare contro la camorra.
Giornalista, tra intimidazioni e minacce
Per mesi, dopo la laurea, ho svolto attività d'indagine e denunciato persone nei miei articoli. «Tu la pagherai» mi ha detto, dopo avermi trascinata in tribunale, la madre di due malavitosi che avevo indicato come estorsori. La violenza del suo sguardo e delle sue parole è bastata a uccidere la mia sicurezza. A livello giudiziario è stato tutto archiviato ma nel giro di poco tempo ho iniziato a ricevere lettere anonime e telefonate d'intimidazioni.
«Devi cambiare mestiere, Lucia» hanno detto i miei genitori, con cui vivevo a Pomigliano d'Arco, che erano più allarmati di me. Uno stillicidio durato mesi, finché ho capito che stavo davvero rischiando la vita.
«Hanno dato fuoco alla tua macchina!» È stato mio padre ad avvertirmi al telefono che la mia 127 blu parcheggiata sotto casa era stata incendiata in pieno giorno. Una minaccia inequivocabile.
Ho proseguito la mia battaglia contro la camorra concentrandomi nella ricerca universitaria in economia criminale. Ma tempo un paio di anni sento l'esigenza di tornare di nuovo in prima linea. Supero il concorso ed entro in polizia.
Inizio a lavorare anche con gli studenti: tengo corsi per spiegare che il lavoro facile lo offre soltanto la mafia perché in cambio si prende la loro libertà. Spesso la loro vita.
Li sprono a riflettere su una prospettiva di legalità che inizia dall'indossare il casco in motorino a non accettare favori da personaggi compromessi. Racconto delle case sottratte ai capi clan, di come vengano convertite in beni preziosi nelle mani di associazioni e cooperative sociali che offrono lavoro onesto. Ma per ogni confisca e recupero sono necessari anni d'indagini e sopralluoghi dove si rischia la pelle, come ora, davanti a questi pitbull inferociti. «Non potete continuare a vivere qui» dico risoluta ai gregari dietro ai cani, cercando di non far trapelare il mio terrore di essere azzannata.
So che in queste ville ci sono anche famiglie con bambini, persone anziane: combattere la camorra significa anche non diventare come loro, non perdere la propria umanità. Le mie armi sono perseveranza e durezza, convincerli che possono offrire un futuro diverso ai loro figli. Finché si arrendono e, finalmente, procediamo con lo sgombero.
Ieri malviventi, oggi ragazzini
Nel giro di qualche anno, il complesso delle ville di Giuliano è stato trasformato in un meraviglioso progetto sportivo: nella piscina in cui ieri sguazzavano i camorristi, oggi nuotano felici ragazzini e disabili.
È stata la mia più grande vittoria. E la villa bunker del boss è stata intitolata ad Antonio Ammaturo, il poliziotto ucciso a Napoli nel 1982.
«Grazie, ci ha regalato una vita serena» mi ha detto uno dei vicini delle ville poco tempo fa, durante una delle mie visite al centro. Ormai sono quasi trenta i beni che abbiamo recuperato. Erano rimasti nelle mani dei clan dopo la confisca, ora sono stati assegnati a diverse organizzazioni, soprattutto per la valorizzazione del territorio e l'occupazione giovanile.
Nel 2013 ho scelto di festeggiare il mio matrimonio in uno dei simboli più eclatanti della perdita del potere camorrista, il castello del boss mafioso Raffaele Cutolo che, dopo la confisca e il recupero, è diventato un palazzo principesco, parte del Parco Nazionale del Vesuvio. E il mio pranzo di nozze è stato preparato dall'Associazione Nuova Cucina Organizzata che coltiva le terre confiscate alla malavita, sulla scia dei valori trasmessi da Don Peppe Diana, assassinato per il suo impegno antimafia. Perché la camorra si arricchisce anche ai danni della nostra salute, non rispettando le norme e avvelenando i nostri terreni.
Lotto contro i reati ambientali
Una passione nata grazie a un mio professore universitario, il senatore Giovanni Lubrano di Ricco, che ha combattuto storiche battaglie in Campania contro le cave selvagge. Dall'abusivismo edilizio fino all'utilizzo di materiale tossico nei generi alimentari, non passa settimana che non sia impegnata in qualche blitz. A volte non faccio in tempo neppure a indossare la mascherina: qui, nella Terra dei fuochi, respiro aria contaminata e rimango ore a contatto con l'amianto pur di cogliere in flagranza un'irregolarità. Spesso parto con la mia squadra in piena notte: una delle ultime indagini che ho condotto ha permesso di bloccare un'azienda alimentare locale che utilizzava acqua inquinata. La sera mi sono resa conto che erano quasi due giorni che non vedevo i miei due figli gemelli di 4 anni. Ma ogni volta che riesco a fermare un traffico illecito, a scovare un reato ambientale, a convertire un bene confiscato in un simbolo di legalità, sento di aver lottato anche per loro, perché forse così gli consegno un mondo leggermente migliore. Una terra da difendere e in cui non smettere di credere.
Lucia Rea, 53 anni, vive a Napoli con il marito e i loro due gemelli. È comandante del corpo di Polizia Metropolitana di Napoli e provincia, con competenze territoriali anche a Bene vento e Caserta. Coordina circa cento persone.



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