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Il Progresso

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Numero 04 del 2021

Titolo: Viaggi- Vacanza in Abruzzo: neve, natura e antichi borghi (sognando di avvistare i lupi)

Autore: Elena Bianco


Articolo:
(da «Corriere.it» del 17 Febbraio 2021)
Con le ciaspole sui pendii selvaggi della Majella. Il sogno: avvistare il lupo, signore incontrastato dei boschi. La realtà: scoprire eremi, borghi di pietra, insediamenti antichi. Dove aleggiano spiriti e presenze magiche. A ogni passo, i denti d'acciaio delle ciaspole mordono la neve gelata. In Val Cerreto, la valle dei lupi nel Parco nazionale della Majella, si respira a pieni polmoni l'aria dell'inverno. La meta, a meno di due ore di cammino da Campo di Giove (L'Aquila), è il Pine Cube, un osservatorio di vetro e acciaio a forma di cubo, che si innalza sopra la distesa candida, seminascosto dai rami di un pino.
Vacanze in Abruzzo, sport ed emozioni
È un pensatoio, anzi un incubatore di espressioni creative per William Santoleri, l'artista abruzzese che l'ha concepito come studio privato dove ispirarsi per il suo lavoro sul «cammino», inteso proprio come porre un piede davanti all'altro.
Vacanza in Abruzzo: alla scoperta dei borghi più belli
«Sono nato sulla Majella, terra di eremi, dove da millenni camminare è anche ascesi mistica, e ho assorbito il legame profondo fra paesaggio e spiritualità», racconta Santoleri. «Sono anche guida alpina e con le ciaspole accompagno le persone al Pine Cube. Si guarda il tramonto che arroventa il monte Porrara sorseggiando una tisana alle erbe abruzzesi; si cena davanti al fuoco con pane, vino, formaggi e carni locali; si trascorre la notte nel sacco a pelo, al caldo del camino, in attesa di veder sorgere il sole. E, soprattutto, si prova ad avvistare il vero padrone di questi boschi, il lupo».
Vacanza in Abruzzo. Tra ululati e leggende
Sostare al Pine Cube è probabilmente il modo più suggestivo per entrare in contatto con questo animale, simbolo della Majella. Nel parco nazionale vivono infatti dieci branchi, per un totale di un centinaio di esemplari. L'inverno, poi, è il periodo in cui è più facile individuare i lupi, grazie alle orme lasciate sulla neve, rimanendo nascosti a osservare le radure aperte, dove i mammiferi amano talvolta fermarsi al sole. In questo parco l'uomo ha realizzato un modello di convivenza sostenibile con un animale sensibilmente diverso dall'immaginario popolare, che lo vede eterno contraltare del pastore, sempre affamato, impegnato a percorrere luoghi impervi in condizioni atmosferiche proibitive.
Vacanza in Abruzzo: le abitudini dei lupi
«I lupi sono creature schive e molto territoriali», spiega Antonio Antonucci, zoologo e responsabile dell'ufficio monitoraggio e conservazione della fauna dell'ente parco.
«Genitori e cuccioli vivono in branco, ogni membro ha un ruolo e accudisce i soggetti più deboli. Come nel consesso umano, a una certa età i giovani se ne vanno e cercano un territorio per formare una nuova famiglia».
I lupi, più timorosi che aggressivi, sono spesso una presenza-assenza che attraversa la mente quando si percorrono i sentieri della Majella: impronte, ciuffi di peli, ululati lontani che risuonano con sonorità ancestrali. L'inverno, in questa parte d'Abruzzo, regala dunque emozioni forti, e la chiara percezione di essere su una montagna diversa da quelle, molto antropizzate, a cui si è abituati nei comprensori sciistici.
Vacanza in Abruzzo: la Majella nel mito e nella storia
La Majella è spirito e mito. È lo spirito dei pellegrini che l'hanno percorsa nei secoli, recandosi agli eremi aggrappati alle pareti di roccia. Alcuni dei più suggestivi furono abitati dal mistico Pietro da Morrone, che il 29 agosto 1294 fu eletto papa con il nome di Celestino V e, dopo nemmeno quattro mesi, rinunciò («il gran rifiuto» di cui parla Dante nell'Inferno). La Majella è anche la leggenda di Maja, la dea madre che corse in soccorso del figlio Ermes ferito in battaglia, ma non riuscì a salvarlo perché non poté trovare le erbe officinali necessarie a curarlo. Lui morì e dal suo corpo di gigante nacque il Gran Sasso. Disperata, Maja cominciò a vagare e si accasciò poco distante, diventando la «montagna madre», la Majella, appunto.
Vacanza in Abruzzo. Una passeggiata nei secoli
Camminare è il gesto più naturale per scoprire questi luoghi, fondendo esercizio fisico e della mente: le cose preziose, qui, sono un po' nascoste e bisogna guadagnarsele. Sa infatti di conquista attraversare la valle Giumentina, una grande depressione carsica dove nel Paleolitico gli uomini andavano a caccia. Partendo dal paese di Decontra si ciaspola nella neve intonsa, sperimentando una solitudine rotta solo da qualche fugace apparizione di cervi, caprioli, volpi, lepri, tassi e linci.
Vacanza in Abruzzo. Le vette del Gran Sasso
Lo sguardo si perde all'orizzonte verso le vette del Gran Sasso, fino a quando all'improvviso ci si affaccia sull'eremo di San Bartolomeo in Legio, che emerge a mezza costa dalla parete calcarea di fronte, come se la roccia prendesse forma in un morphing creato dalla natura. Qui Pietro da Morrone visse prima di diventare papa e una risorgiva, all'interno della cappella, è nota ai fedeli per le proprietà taumaturgiche. Un'altra ora di cammino porta ancora indietro nel tempo, quando l'uomo di Neanderthal visse, cacciò e si rifugiò nelle grotte della Majella, lasciando numerosi reperti degli strumenti usati.
Le capanne dei contadini e l'ecomuseo
La roccia, lavorata da primordiali architetti, diventa capanne in pietra a secco che s'incontrano ovunque sulla Majella: sono i tholos (in greco, cupola), pajare in dialetto, ricovero per i contadini al lavoro nei campi e per i pastori che da secoli reiterano la transumanza, portando le greggi a sud, lungo il Tratturo Magno. Un rito necessario alla sopravvivenza di esseri umani e animali, che scandisce le stagioni con il cammino, dividendo il tempo della neve da quello della rinascita primaverile. Sul sentiero di chi ciaspola, l'ecomuseo del Paleolitico mostra un villaggio di tholos e racconta gli uomini, l'ambiente naturale, le tecniche costruttive e la flora rigogliosa: ben 1.700 varietà, il 30 per cento di tutte quelle presenti in Italia.
Declivi immacolati e borghi medioevali
Sulla Majella anche gli sciatori devono camminare, con le pelli, nelle escursioni di scialpinismo, lungo itinerari di bellezza selvaggia: anche i percorsi più accessibili regalano il sapore della conquista. Partendo da San Nicolao, contrada di Caramanico, in direzione di Guado Sant'Antonio, si risale attraverso faggete maestose alla cresta del monte Rapina, finché il panorama si apre su morbidi declivi innevati. Il rifugio Barrasso è un bivacco perfetto per rilassarsi al sole o fare merenda accendendo il camino. Un ulteriore sforzo dà la soddisfazione di arrivare in cima (2.027 metri) e godere del magnifico panorama che si apre sul Morrone e sulla sottostante valle dell'Orfento. Ma il vero premio è la discesa sulla neve soffice, disegnandola per primi con la traccia degli sci.
Il sentiero delle scalelle e Caramanico
È vero che le montagne sono «i personaggi più prepotenti della vita abruzzese», come le definì Ignazio Silone, originario di questa regione. Però la Majella sa regalare gradite sorprese anche a chi preferisce svaghi meno «muscolari» dello scialpinismo. Come la passeggiata che conduce lungo il sentiero delle scalelle (i gradoni di roccia, in dialetto) fino alla gola del fiume Orfento. Un percorso in discesa, agibile anche in inverno, si inoltra in un canyon profondo in un paesaggio dal fascino primordiale, da cui si esce con una serie di ponticelli e scale che riportano, in un'ora e mezzo, nel paese di Caramanico. È un antico insediamento longobardo, famoso per le terme del XVI secolo, con acque sulfuree e salsobromoiodiche, ottime per i reumatismi. È uno dei tanti borghi medioevali aggrappati alle pendici della Majella come presepi fermi nel tempo.
Roccacaramanico e il primato della neve
Così è anche Roccacaramanico, abitato da una manciata di persone in poche case in pietra, all'ombra del muraglione del monte Morrone. A causa del fenomeno meteorologico Stau (un vento che superando una montagna si raffredda, si condensa e sfoga in precipitazioni), questo paese vanta il primato di luogo più nevoso d'Italia, da quando il 17 dicembre del 1961 il meteorologo Edmondo Bernacca dichiarò che erano caduti 365 centimetri in 24 ore.
Manoppello, il santuario misterioso
Si respira un alone di mistero raggiungendo Manoppello e il suo santuario del Volto Santo, frequentato da pellegrini da tutta Europa. All'interno si conserva un'immagine del volto di Cristo dipinto su una tela sottilissima, che secondo la tradizione è acheropita, cioè non realizzata da mano umana. Per alcuni studiosi di iconologia si tratterebbe del sudario poggiato sul volto di Cristo, dato che è perfettamente sovrapponibile ai tratti dell'uomo della Sindone. Sempre a Manoppello, miracoli molto più terreni escono dalle mani di Giulia Scappaticcio, che nell'agriturismo Casale Centurione, una bella casa del Settecento dagli archi in pietra, serve agli ospiti pallotte cacio e ove (polpettine di formaggio al sugo), ravioli alla ricotta di pecora, spaghetti alla chitarra preparati da lei. Ma il vero gioiello della cultura gastronomica (e non solo di quella) è Guardiagrele, paese sul versante orientale della Majella, noto per gli artigiani del ferro battuto e dell'oro, che Gabriele D'Annunzio, nel romanzo Il trionfo della morte (1894), definì «nobile città di pietra».
Dolci e specialità semplici e squisite
La tradizione dolciaria obbliga a un assaggio delle «sise delle monache», decantate dallo scrittore Mario Soldati, di passaggio in veste di gastronomo. Sono tre protuberanze di pan di Spagna soffice, ripiene di crema e spolverate di zucchero a velo, simili, secondo molti, al seno delle monache, imbottito con una terza protuberanza per essere dissimulato. Si contendono il primato di bontà di questo dolce le pasticcerie Lullo e Palmerio, sulla centrale via Roma, da visitare anche per il fascino degli arredi. Sempre a Guardiagrele brilla una stella Michelin, Villa Majella, dove Peppino Tinari, la moglie Angela, i figli Arcangelo in cucina e Pascal in sala, sanno essere ospiti accoglienti e traghettatori della tradizione pastorale nel mondo gourmet: basta assaggiare il brodo di castagne, i ravioli di burrata allo zafferano de L'Aquila e lenticchie di Caprafico oppure l'agnello al timo, per scoprire come questa cucina semplice sia altamente creativa quando è in mani capaci.
Arrosticini, lo street food ancestrale
L'eco del vate D'Annunzio ritorna a Pacentro, nella sala adorna dei suoi cimeli della Taverna De Li Caldora, nel cinquecentesco palazzo Pitassi. È il luogo ideale dove mangiare il piatto simbolo delle montagne d'Abruzzo, gli arrosticini di pecora o di castrato. Bocconcini di carne succulenta, impilati su uno stecco, ebbero origine in una lontana notte in cui alcuni pastori, colti dal gelo sui pascoli, dovettero cibarsi delle loro pecore più vecchie, cuocendole sulla brace a piccoli pezzi. Poi, pensarono di vendere questa estemporanea ricetta infilzando la carne su sottili arbusti per comodità di cottura e asporto. Nacque così un cibo di strada ante litteram: l'arrosticino. Ancestrale, come molte delle emozioni sulla Majella.



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