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Kaleîdos

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Numero 8 del 2021

Titolo: Mamme del mondo

Autore: Roselina Salemi


Articolo:
(da «F» n. 13 del 2021)
«Non si deve per forza partorire per essere madre: una donna senza figli è una madre cosmica». Così parla di infertilità la nostra psicoterapeuta, Erica Poli. Con lei leggiamo cinque storie tratte da un libro scritto su (e da) chi ha cercato un bambino (quasi) sempre senza successo
C'è quella che ha sposato un uomo più giovane, non riesce a restare incinta e si sente in colpa verso di lui, come se gli avesse «dato una fregatura». C'è quella che vorrebbe conforto e invece le dicono: «Hai perso tempo, e adesso è tardi». C'è quella che resta annichilita da una diagnosi di endometriosi. Ci sono tante storie dietro i numeri dell'infertilità, un problema che ha il 15 per cento delle coppie, un dato destinato a crescere. L'invidia della «pancia», l'impressione di essere aride, difettose, sbagliate, sono sentimenti diffusi, un carico non sempre sopportabile di dolore. Ne parliamo con Erica Francesca Poli, psicoterapeuta e firma di «F» che ha affrontato l'argomento nel saggio «Mille giorni d'oro» (La Torre).
Jessica
«Signorina, tocca a lei!», mi dissero quando mio marito uscì dalla sala operatoria. «Il prelievo è andato a buon fine, ora dovrà portare il materiale biologico nell'ospedale che vi seguirà». «Io? E come lo trasporto?», chiesi in preda all'ansia. «Avrà una borsa, lo metta lì».
Lanciai uno sguardo al mio bauletto Louis Vuitton e provai a farmi coraggio. Avevo 27 anni, non avevo mai sentito parlare di Pma, e mi ritrovavo ad avere un'ora di tempo per portare al sicuro il seme di mio marito. Sapevo che innamorarmi di un ragazzo in sedia a rotelle mi avrebbe messa davanti a numerose sfide: ero pronta.
Loredana
La rinomata dottoressa scuoteva la testa sfogliando le mie carte. La sua superficialità, nell'afa di agosto, mi faceva mancare l'aria. «Signora, lei non ha alcuna possibilità. Io non posso aiutarla». Basta visite, basta luminari e verdetti dati senza nemmeno il coraggio di guardarti negli occhi. Rientrai in auto, sentii una goccia sul parabrezza, si scatenò un temporale. «Ma cosa sta succedendo?», mi chiesi. Scesi, presi un chicco di grandine tra le dita. Ero fradicia e sbalordita. Sentii una grande forza. «Sono capace di scatenare gli elementi, sono una strega». E sorrisi. Io ci riesco.
Sonia
Cambio casa, cambio vita. Si dice così no? Dopo gli aborti era giunto il momento di mettere un punto alla mia paura, ovvero non parlare di bambini poiché non riuscivo ad averne uno. «Non qui, questa sarà la camera da letto del bimbo», rispondevo come se l'avere un bambino fosse diventata una certezza. Fu un pomeriggio di complicità e di leggerezza ritrovata. Cambio casa e cambio vita. Un anno dopo, nella stanza più luminosa della casa, dormiva Siria.
Martina
Siedo davanti alla finestra del soggiorno, vorrei prendere qualcosa che sia in grado di confortarmi. Una centrifuga o una birretta? Titubo, come se avessi perso la mia naturale inclinazione nel decidere. Eppure sono sempre stata brava a scegliere. Invece questa storia dell'endometriosi mi ha destabilizzata. Ho sempre pensato che avere un figlio sarebbe stato un atto di estrema naturalezza, nulla di più lontano da quel che mi sta accadendo. Mentre le lancette dell'orologio scorrono impietose devo scegliere se diventare mamma o no. Resto congelata nel dubbio.
Laura
Dei due anni di ospedale, i cinque primi mesi li ho passati in terapia intensiva. Dopo il lento risveglio dal coma ero convinta di aver partorito quattro figli. Ressero il gioco per qualche giorno, prima di dirmi che non avevo avuto bambini, ma un incidente che si era portato via una gamba e il mio compagno. Questa miscela esplosiva, a 19 anni, richiedeva spirito di adattamento e voglia di rimettersi in gioco. «Potrò mai avere figli?», chiesi. «Sarà molto complicato». «Complicato non significa impossibile», stabilì mia cugina anni dopo, quando le confidai che io e mio marito pensavamo di metter su famiglia. «Hai mai sentito parlare della maternità surrogata?».
D. Dottoressa, lei sostiene che, nonostante i progressi, non poter avere un figlio è visto ancora come un enorme limite, personale e sociale, una perdita di femminilità. Perché?
R. Perché anche se le donne senza figli non sono stigmatizzate come un tempo, c'è una tale esibizione della «pancia», gridata e mostrata anche dalle celebrità, che è impossibile non confrontarsi. C'è l'ansia di perfezione, c'è la pressione sociale. E non credo sia stato superato l'archetipo che vede nella maternità una realizzazione, un traguardo, un valore aggiunto, una necessità. È un'esperienza potente, certo, una grande trasformazione: non può essere dimenticata in una società moderna. Manca però una riflessione profonda.
D. Quale?
R. Guardiamoci attorno. Abbiamo rinunciato alla ricerca interiore a favore degli aperitivi e dei tutorial. Viviamo in superficie. Quando non riusciamo a comporre il puzzle perfetto, quando il bambino non arriva, entriamo in crisi. La maternità è un tema immenso, se non altro perché da questo dipende la specie umana, e ci dobbiamo confrontare nel modo giusto con ciò che rappresenta.
D. Abbiamo gli strumenti per farlo?
R. Ecco il problema. Prima c'era la religione che, pur con i suoi limiti e regole, dava un senso anche all'infertilità. C'era una memoria femminile collettiva. Oggi le donne vivono la loro condizione in assoluta solitudine. Vengono da me dopo otto, dieci fecondazioni assistite senza risultato, sofferenti. Alcune, all'ennesimo tentativo fallito, si sono separate. Mi dicono che non si sentono abbastanza donne. Raccontano storie diverse eppure simili. Tutte hanno cercato aiuto con gli stessi approcci.
D. Quali sono?
R. Uno è ipermedicalizzato e scientista. Un gioco al rialzo per passaggi successivi, dall'ovodonazione all'embriotransfer, che le portano a cedere pezzi di sé, utero compreso - succede con la maternità surrogata - sacrificandoli sull'altare di un sogno impossibile. L'altro approccio è spiritualista - psico-genealogia, costellazioni familiari: si va alla ricerca di un perché, di una spiegazione, per attenuare il senso di perdita. Questi percorsi hanno un prezzo altissimo. Le donne, invece, hanno bisogno di essere accolte nella loro sofferenza, di qualcuno che si occupi della loro storia.
D. C'è un modo?
R. Io riparto dal mito. Nel nostro Dna c'è il Neanderthal, ci sono gli uomini antichi, le donne antiche. Riparto dalle dee, bellissime e forti, spesso non madri. Artemide (Diana) è la cacciatrice, non ha marito né figli. Nell'infertilità ci potrebbe essere un significato profondo, non necessariamente conflittuale. Quando una donna scopre che la sua non è una sconfitta, ma un altro modo di esprimersi, comincia una nuova avventura. Il femminile non può essere definito soltanto dalla maternità. Il bambino non ti appartiene. Non puoi metterlo nell'elenco delle «cose» da avere. A un certo punto, da adulto, se ne va.
D. Dove ci porta questo viaggio nel mito?
R. A dare un senso all'esistenza. Tra le donne che ho seguito, alcune sono diventate madri, altre hanno scelto l'affido, grande gesto d'amore, o l'adozione. Ecco una storia. Arriva da me un'insegnante, sposata. Viene da una famiglia rigida con dinamiche repressive importanti. Ha scelto un uomo dolce, morbido, che vuole figli, ed è sconvolta perché non resta incinta. Si rivolge alla fecondazione artificiale. Non riesce. Arriva piena di rabbia, con un dolore incredibile. Avendo avuto una madre fredda e bloccata non è riuscita a specchiarsi in un altro femminile. È ancora in cerca di riconoscimenti, con dentro l'urlo dei suoi bisogni infantili. Ora è una meravigliosa mamma affidataria. È riuscita a incontrare la mancanza.
D. Che cosa significa?
R. Il femminile è prima di tutto una mancanza, un vuoto da riempire (eventualmente) con un figlio, uno spazio che può contenere e accogliere tutto. Si può dire che cosa non è una donna, non che cosa è. Le società patriarcali sono violente perché decidono che cosa «deve» essere e come. La donna è oscura, segreta, imprendibile. Si esplicita nel figlio, ma poi deve recuperare la sua oscurità. Per fare un paragone, penso all'universo che per il 95 per cento è materia oscura, vuoto, e il pieno è appena il 5. Le donne danzano nel vuoto, in ogni caso. Quelle che hanno avuto i figli certe volte non stanno meglio di quelle che non li hanno avuti, perché non hanno fatto i conti con il femminile. Non sono diventate davvero donne.
D. Chi lo può insegnare?
R. Nessuna madre può insegnare alla figlia a diventare donna. Può ascoltarla, accoglierla, comunicarle la sua esperienza. Nessuna donna è uguale all'altra, neanche fisicamente. Ciascuna deve trovare la strada. La psicologia del profondo apre gli occhi su cose che non avevi visto, ma puoi chiedere aiuto all'ipnosi, ai viaggi, ai libri, allo yoga.
D. Sempre in solitudine?
R. La donna che vive il travaglio di diventare se stessa è sola. Ma non abbandonata. Il maschile le offre protezione. Il cerchio femminile le permette di ricevere il racconto delle altre, anziane, compagne, sorelle. Si deve incarnare in una dea. Può non essere facile.
D. A che cosa si arriva? All'accettazione?
R. All'inizio le donne piangono per la perdita di un sogno, del figlio a lungo desiderato, e io piango con loro, se serve. Ma non bisogna avere paura della tristezza. Passata questa fase, capiscono che l'infertilità è un dolore non un fallimento. Anzi, può essere un messaggio. Perché questo fenomeno è in crescita? Forse perché c'è bisogno di energie femminili, di madri del mondo e non soltanto di figli in carne e ossa. La donna senza figli è una madre cosmica. È diversamente madre.
Roselina Salemi



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