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Kaleîdos

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Numero 8 del 2021

Titolo: Il poeta che amava le donne

Autore: Gabriella Vezzosi


Articolo:
(da «F» n. 13 del 2021)
«Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura...»
Aveva 35 anni Dante - la metà degli anni rispetto all'aspettativa di vita dei suoi tempi - quando iniziò il suo viaggio nell'Aldilà, il 25 marzo del 1300. Il sole, quel giorno, sorgeva nella costellazione dell'Ariete, nell'equinozio di primavera, come lui stesso dice. Oggi, a 700 anni dalla sua morte, per la prima volta questa data è stata scelta per celebrarlo: il Dantedì sarà il giorno per ricordare al mondo il sommo poeta.
Un genio, orgoglioso di esserlo dal momento che, invocando nel Paradiso la costellazione dei Gemelli, suo segno zodiacale, dice: «O gloriose stelle, o lume pregno di gran virtù, del quale io riconosco tutto, quel che sia, il mio ingegno». In effetti, l'astrologia riconosce ai nati sotto questo segno doti come la curiosità, la voglia di conoscenza e la superiorità intellettuale. Ma anche la propensione ai colpi di fulmine. E non c'è in letteratura colpo di fulmine più precoce e potente di quello del poeta per Beatrice, la donna che lo rende «moralmente superiore» e capace di «cogliere la bellezza e la bontà».
Vista la prima volta quando entrambi avevano 9 anni, rivista a 18 e continuamente pensata, cantata, Dante l'ha amata ben oltre la morte di lei - forse di parto all'età di 24 anni - e nonostante fossero entrambi sposati: Beatrice con Simone de' Bardi e Dante con Gemma Donati.
Nella vita di Dante, le altre donne sono figure sbiadite se paragonate a Beatrice. Della madre Bella degli Abati si sa solo che era preoccupata del carattere difficile del figlio. Una delle due sorelle, Tana, lo aiuta, anche economicamente, negli anni dell'esilio, ma nelle sue opere non viene mai citata. Con la moglie Gemma Donati il matrimonio era combinato: lei gli porta un nome nobile ma una dote scarsa, in compenso però salva i primi otto canti della Divina Commedia, facendo sì che li riavesse durante l'esilio. Beatrice, la «donna angelicata», è quindi l'unica che appartiene sia alla vita reale, sia alla poesia. Lo accompagnerà nel suo percorso lirico, acquistando sempre più potere su di lui per «la bellezza dell'anima», ma anche del corpo (in un'altra opera, «Vita nova», il poeta sogna di vederla nuda).
Ma è nel Paradiso che Dante realizza il massimo legame con Beatrice: grazie a lei, luce ormai divina, accede al senso dell'Amore di Dio che è sostanza ed energia di tutto il creato. La cerca, la insegue tra i cori angelici, tra i trionfi dei Santi, fissa gli occhi nei suoi che lo folgorano di «faville d'amor». A riprova di quanto il bel corpo di Beatrice lo colpisca, e che il vero Paradiso sia in lei, bastano queste parole con cui la donna lo stuzzica: «Mai non t'appresentò natura o arte piacer, quanto le belle membra in ch'io rinchiusa fui». E a lui, perso nella visione del suo sorriso: «Volgiti e ascolta che non pur nei miei occhi è Paradiso». Peccato che la vera Beatrice Portinari non ne abbia mai saputo nulla.
Nella Divina Commedia, Dante fa qualcosa di davvero incredibile: chiama con il loro nome i femminicidi dell'epoca. Come l'assassinio di Francesca e l'amato Paolo, travolti da passione amorosa, per mano del marito di lei tradito, Gianciotto Malatesta:
fino a tempi recenti sarebbe stato assolto come delitto d'onore, giustificato dall'adulterio della moglie, invece Dante lo relega nell'Inferno più profondo. Anzi, sviene ascoltando il racconto struggente di Francesca: «Caddi come corpo morto cade». E quando incontra i due amanti è la parola «amore» a trionfare: l'Amore che è proprio di un cuore nobile («l'Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende»), l'Amore che costringe l'amato a contraccambiare sentimento («Amor, ch'a nullo amato amar perdona»), l'Amore che può avere un tragico destino («Amor condusse noi a una morte»).
Poi c'è Pia de' Tolomei, fatta gettare dal marito dalla finestra del castello, forse per passare a un nuovo matrimonio. Dante ne fa un ritratto di struggente tenerezza: è il riferimento all'anello nuziale che avrebbe dovuto sancire un amore, e che fa balenare il dramma di un altro femminicidio.
Ci sono anche donne rovinate dall'amore e dagli uomini nella Commedia, e Dante le comprende perché «hanno sottomesso la ragion al talento», e lui conosce bene il «talento» amoroso. Come Didone, suicida dopo essere stata abbandonata da Enea. Cleopatra, rovina sua e del suo grande Paese, l'Egitto, per amore di Marco Antonio. E ancora Elena, che per seguire Paride scatenerà la guerra.
Alla fine, attraverso le parole di Ugolino Visconti nel Purgatorio, il poeta fa una pratica considerazione: «quanto in femmina foco d'amor dura, se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende». Vale a dire: per mantenere l'amore di una donna, non bisogna smettere di guardarla e di toccarla. Un monito modernissimo, e sempre molto attuale: cari uomini, se volete tenervi stretta la vostra amata, non trascuratela.
Gabriella Vezzosi



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