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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ETS - APS

 

Kaleîdos

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Numero 8 del 2021

Titolo: Donne coraggiose

Autore: Redazionale


Articolo:
«Sono io la tua vera madre»
Storia di Loredana
(tratto da «Coraggiose» a cura di Silvana Gavino - Cairo Editore)
«Sai chi sono?»: la voce femminile all'altro capo del telefono si rivolge a me in modo confidenziale. Non ne ho idea, finché lei mi rivela un segreto che il mio inconscio ha custodito per diciotto anni.
«Loredana, io sono la tua vera madre». Con il cuore in gola corro dai miei genitori. Papà arrossisce e nega, mentre mamma mi rivela che sì sono figlia di una storia extraconiugale tra la donna che mi ha chiamato e mio padre.
«All'inizio sei stata in orfanotrofio, tua madre biologica era già sposata con due figli e non poteva tenerti» mi spiega lui, cercando di tamponare il mio sconcerto.
Avevo poco più di 2 anni quando papà ha preso coraggio: ha raccontato in famiglia cosa fosse accaduto e quella che io chiamo mamma ha accettato di accogliermi in casa, nonostante avessero già due figli, mia sorella e mio fratello più grandi.
«Non può essere vero» mi ripeto sconvolta. Ecco il perché della mia inspiegabile paura di essere abbandonata. E di quell'arcano vuoto dentro di me, una prigione peggiore del carcere di massima sicurezza in cui sono cresciuta.
La nostra vita sotto scorta
Mio padre era il comandante della Polizia penitenziaria di Novara negli Anni di piombo e il nostro appartamento si trovava sopra il carcere: affacciandomi vedevo solo agenti o detenuti. Ogni volta che uscivamo da casa, sotto scorta, dovevamo passare dai carabinieri di guardia e quando rientravamo, venivamo perquisiti. Il mitra tra le loro mani e i loro giubbotti antiproiettile scolpivano le mie fantasie infantili precipitandomi nell'angoscia per le continue lettere di intimidazione delle Brigate Rosse a mio padre. Nel pieno della notte spesso ero svegliata dalle sirene per le rivolte dei detenuti: mi nascondevo impietrita, tappandomi le orecchie per non sentire la disperazione, l'odio, la violenza che eruttavano dal carcere.
A scuola ero esclusa e diversa, le guardie mi accompagnavano pure in classe. Più di una volta la nostra auto è stata bersagliata da proiettili che mi hanno sparato. Fino alla notte più infernale, quando mio padre viene preso in ostaggio durante una sanguinosa rivolta capeggiata da uno dei più temuti criminali di quegli anni: Renato Vallanzasca.
«Chiudete a chiave le porte, serrate tutte le finestre!» È sera, ho 10 anni e sono sola in casa con mia madre quando un brigadiere ci intima al telefono di non uscire per nessun motivo: dei detenuti sono scappati dalle loro celle.
Nel buio fuori è il finimondo: sirene, elicotteri, urla strazianti. E poi l'ambulanza, i soccorsi, la concitazione. Un delirio che dura ore.
La mattina dopo, dalla finestra, scorgo delle bare: due detenuti, raccontano i giornali, sono stati massacrati a colpi di punteruolo. Un regolamento di conti tra boss della mala milanese.
Quella notte mio padre e il direttore si sono offerti in ostaggio in cambio di sette guardie catturate dai rivoltosi. Saranno rilasciati dopo ore di trattative.
Attacchi di panico e crisi d'ansia
L'orrore vissuto mi turba profondamente: trascorro l'adolescenza tra attacchi di panico e crisi di ansia, ingabbiata nella nostra casa caserma.
«Non vali niente, non meriti di vivere» mi grida ogni notte in sogni terrificanti un uomo bestia. La mia paura ha creato un mostro nella mia mente che solo io posso combattere. Ma barcollo nel mio vuoto interiore che come una voragine magnetica attrae ogni mia energia mentale e fisica.
Mio padre mi porta da un medico che m'imbottisce di tranquillanti: trascorro le giornate a dormire e perdo l'anno scolastico. È l'amore di un ragazzo della scorta a portare un filo di luce nelle mie giornate ma quando papà ci scopre, lo fa allontanare. Il rammarico per la sua perdita mi conduce all'autolesionismo: m'infliggo tagli con una lametta, vorrei annullarmi. Trovo pace solo quando scrivo, riempio pagine e svuoto lacrime. E ora, dopo la telefonata della mia madre biologica, l'angoscia mi soffoca.
Aver scoperto di essere stata abbandonata in un orfanotrofio mi fa sentire tradita, l'unica mia certezza è l'amore della mia madre adottiva.
Papà è andato in pensione e non viviamo più sotto scorta, continuo a essere prigioniera dei miei incubi: decido di lasciare Novara, complice l'amore di un ragazzo con cui ho una storia di sette anni. Non lo amo, ma mi aiuta ad allontanarmi, amplificando i miei sensi di colpa.
In cerca di risposte, concordo un incontro con la mia madre naturale, senza però ottenere una versione chiara su come siano andate le cose con mio padre.
La confusione si mischia alla rabbia
Comincio a ingozzarmi: cerco di sanare con il cibo quel senso di vuoto che ormai mi divora. Arrivo a pesare oltre cento chili e divento bulimica. Mi guardo nauseata allo specchio mentre frugo nei miei lineamenti la somiglianza con colei che mi ha tenuto in grembo per nove mesi. E capisco che devo ripartire da qui, smettendo di cercare lei in me, e continuando così di riflesso a rifiutarmi. Voglio trovare solo me stessa, diventando la donna che io deciderò di essere.
Ho poco più di 20 anni quando intraprendo un lungo percorso psicanalitico. È stato indispensabile affidarmi a dei professionisti per risanare la mia psiche, ma la volontà di combattere contro la depressione è stata una mia battaglia, sostenuta dai miei sogni.
«Diventerò una scrittrice» dicevo quando ero bambina. E oggi, dopo aver pubblicato tre libri, ce l'ho fatta. In questi anni di terapia ho faticosamente costruito la mia autostima, prefiggendomi traguardi graduali, dal conseguimento del diploma fino alla patente di guida. Ai successi si sono alternate ricadute difficili ma è stato quando ho iniziato a volermi bene che ho incontrato l'uomo che poi è diventato mio marito.
Ho deciso che la mia madre biologica non può far parte della mia vita: la frattura insanabile che il suo allontanamento ha provocato nella mia anima e il modo in cui mi ha rivelato la cruda verità non sono compatibili con il mio benessere psicologico.
Oggi so che è stato il suo distacco a rendermi così vulnerabile agli eventi che hanno marchiato la mia esistenza.
Negli ultimi anni ho perso la mia mamma adottiva e il dolore ha fatto vacillare il mio sofferto equilibrio interiore. Mi sono guardata allo specchio e ho visto in me una donna che ha saputo lottare, che riuscirà a superare anche questa prova. Perché forte di un amore materno di un'intera vita.
Loredana Berardi, 48 anni, vive a Novara con il marito Daniele. Lavora in una radio e ha pubblicato tre libri. L'ultimo s'intitola «Dentro l'oscurità» (Gruppo Albatros Il Filo).



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