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Kaleîdos

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Numero 11 del 2021

Titolo: Perché i medicinali sono pensati per gli uomini

Autore: Letizia Magnani


Articolo:
(da «Grazia» n. 24 del 2021)
Superare le disuguaglianze tra uomo e donna e dare a tutti, senza differenze e pregiudizi, pari accesso alle cure. È l'obiettivo della medicina di genere, oggi sempre più importante. La pandemia, infatti, ha dimostrato quanto le cure e la ricerca farmacologica siano tagliate sugli uomini. I motivi sono tanti, anche pratici. I nuovi farmaci si testano su volontari, in genere giovani maschi, per questo da sempre le donne sono le grandi escluse dalla ricerca e sono soggette a effetti collaterali. Ma per loro è più difficile anche l'accesso alla sanità. Il Covid ha avuto un prezzo sociale alto per il mondo femminile. Tra sovraccarico di lavoro, occupazioni in casa scaricate solo su madri, figlie e compagne, perdita di lavoro e violenze, molte pazienti non hanno avuto accesso alle terapie o le hanno ricevute tardi.
Per ovviare alla disuguaglianza è nato da poco, in seno all'Istituto Superiore di Sanità, un Osservatorio, che monitora l'attuazione delle pratiche utili per superare le diversità di trattamento. La cura personalizzata sarà la sfida del secolo, racconta Elena Ortona, direttrice del reparto Fisiopatologia di Genere. «Uomini e donne sono diversi e quindi necessitano di cure differenziate, ma devono avere le stesse opportunità, non solo sanitarie, anche lavorative e sociali», dice l'esperta del Centro di riferimento per la Medicina di Genere dell'Istituto Superiore di Sanità.
Scende in dettaglio, con esempi, Teresa Mazzei, farmacologa di fama mondiale, ordinaria all'Università di Firenze. «La ricerca farmaceutica per prassi, e anche per comodità, si fa su volontari. In genere si tratta di uomini adulti, giovani, di circa 70 chili. Quindi, se testo un nuovo farmaco o un vaccino su un uomo di 30 anni, di peso medio, è chiaro che poi non so in modo altrettanto completo quali effetti avrà su una paziente. La donna è vittima della ricerca farmacologica», dice la studiosa. «Si fanno test di preferenza su uomini perché le donne fertili hanno sbalzi ormonali e quindi la loro risposta al farmaco può essere diversa a seconda del periodo nel quale si trovano. Ma le cure devono essere sempre più personalizzate».
Lo conferma anche Antonella Vezzali, presidente dell'Associazione italiana Donne medico, associata alla Federazione italiana Società mediche. «È più difficile fare sperimentazione sulle donne per vari motivi, tra cui l'attenzione a non esporre a rischi di tossicità donne potenzialmente fertili». Durante la pandemia sono emerse altre zone grigie, segnalate in passato per farmaci e trattamenti destinati a patologie diverse dal Covid. Spiega Ester Cois, prorettrice dell'università di Cagliari, delegata alle questioni di genere: «Il nostro ateneo ha scelto di lavorare a un progetto europeo sul genere, Horizon 2020 Supera, che si occupa proprio di superare le differenze nella ricerca accademica. Un esempio concreto? Prendiamo le mascherine anti Covid che arrivarono negli ospedali all'inizio della pandemia: erano grandissime. Il motivo? Erano state progettate per uomini adulti; così è successo con i camici, grandi, enormi. Studiando il fenomeno, ci siamo resi conto che non solo la medicina, ma anche la progettazione dei presidi medici e delle tecnologie è testata sui maschi, per i maschi».
Un altro esempio riguarda il vaccino AstraZeneca, il Vaxzevria. Il prodotto anglo-svedese non è stato testato sotto i 55 anni e sopra gli 80 e il test è stato fatto prevalentemente sugli uomini. «Per evitare effetti negativi e polemiche», dice Cois, «sarebbe bastato non somministrare alle donne giovani questo tipo di vaccino, che invece è del tutto efficace sugli over 56 e sugli uomini di tutte le età».
La medicina di genere copre ogni definizione dell'identità delle persone, al di là del sesso alla nascita. «Un altro aspetto fondamentale da tenere in considerazione riguarda infatti l'impatto negativo della pandemia all'interno di popolazioni marginalizzate, come quella transgender», spiega Elena Ortona dell'Istituto Superiore di Sanità. «Sono almeno 400 mila persone in Italia che già prima della pandemia incontravano difficoltà di accesso all'assistenza sanitaria». Sono soprattutto gli uomini Lgbt a sentirsi discriminati: su di loro, infatti, pesa un maggiore stigma sociale.
Lo dice senza mezzi termini Teresa Mazzei: «Lo abbiamo visto anche durante l'emergenza: tanti malati hanno rinunciato alle cure. E, fra chi lo ha fatto, ci sono soprattutto donne e persone Lgbt, per paura del contagio, ma anche per il timore di non essere presi in carico con amorevolezza, senza pregiudizio».
C'è poi il problema della prevenzione, trascurata nei mesi di lockdown e zone rosse. La salute passa soprattutto da esami di controllo e screening per età e sesso. La medicina di genere si occupa di riequilibrare le disuguaglianze a favore di tutti. Da una parte molte donne hanno posticipato gli esami per la diagnosi precoce dei tumori femminili e ora i medici stanno cercando di recuperare velocemente il tempo perduto. Dall'altra, storicamente, gli uomini si sottopongono a meno controlli delle donne. «Anche loro andrebbero inseriti nelle osservazioni periodiche», raccomanda Mazzei. La medicina del futuro andrà oltre le differenze di genere? È l'augurio di Celeste Condorelli, amministratrice delegata dell'ospedale Gemelli Molise, a Campobasso. «Il tempo dell'emergenza ci ha insegnato a personalizzare sempre di più la cura. Le esigenze di uomini e donne sono diverse, va riconosciuto e occorre intervenire con risposte adeguate». E aggiunge: «Le persone si sono trascurate, soprattutto le donne, e arrivano in ospedale spesso tardi. Occorre dare una risposta con la medicina di territorio di genere, dire che gli ospedali sono sicuri, che occorre tornare a fare esami. Le disuguaglianze sono molto aumentate. Sta a noi aiutare tutti con cure più personalizzate e più giuste».
Letizia Magnani



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