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Kaleîdos

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Numero 11 del 2021

Titolo: Donne coraggiose

Autore: Redazionale


Articolo:
Ho corso migliaia di chilometri per i diritti degli ultimi
Storia di Ivana
(tratto da «Coraggiose» a cura di Silvana Gavino - Cairo Editore)
Un tamburo di palpitazioni sembra sfondarmi il torace.
«Dobbiamo operarti al cuore, Ivana. Mi spiace, non puoi assolutamente correre» mi spiazza il medico. Sono stordita da un'orchestra di emozioni fuori tempo, 25 mila extrasistole al giorno alterano il ritmo del mio respiro. E la paura di un intervento chirurgico si mescola al turbamento di dover rinunciare alla corsa, che da sempre è il sottofondo della mia vita.
Entrando spaventata in sala operatoria mi rivedo bambina con mio fratello.
Ho 11 anni, lo sto accompagnando ai suoi allenamenti di atletica e per gioco mi avvicino alla pista: ho scarpe inadatte, ma mi sembra di volare.
Intorno a me, fioriscono sguardi di sorpresa incredulità. «Domenica vieni con noi alle regionali!» esultano i suoi compagni di squadra e il coach.
E io, senza alcuna preparazione, mi classifico sul podio. È iniziata la mia passione per la corsa; da una sensazione di sfida mista a pura felicità.
Quanti pomeriggi passo nel verde del Parco di Monza prima delle competizioni sportive, ma con il matrimonio e l'arrivo dei figli è una scommessa quotidiana conciliare la famiglia, il mio lavoro di insegnante di sostegno e ritagliarmi il tempo per correre. Finché, da un giorno all'altro, avverto uno strano affanno con aritmie: allarmata, mi sottopongo a dei controlli medici.
«Potrebbe essere un'infezione cardiaca» mi spiegano i dottori.
E mi ritrovo frastornata, tra visite ed esami, tanto che nel giro di due anni sono costretta ad affrontare due operazioni.
I medici mi mettono in pausa
Durante la convalescenza, smanio per riprendere gli allenamenti, ma i medici sono perentori: «Non possiamo concederti l'idoneità sportiva, Ivana».
Non mi rassegno, ricomincio da qualche passeggiata, assaporando l'aria e il ritmo quieto dei miei passi. Il filosofo francese François de La Rochefoucauld sosteneva che l'attesa attenua le passioni mediocri e aumenta quelle più grandi. Come è vero: è l'amore stesso che provo per la corsa a insegnarmi ogni giorno la pazienza di aspettare che il mio fisico sia pronto.
A distanza di diversi mesi, durante una giornata in montagna mi accorgo di essere piena di energia. Ricomincerò a correre e dedicherò i miei passi a tutte le donne che, come me, hanno dovuto affrontare una prova dura nella vita, perché non smettano di credere nei propri sogni. «Voglio realizzare un progetto con il ricavato in beneficenza» confido entusiasta a mio marito. Inizio a scrivere il business plan, ma quando cerco sponsor è una parata di porte chiuse. Non mi stanco di bussare finché entro in contatto con una fondazione che rispecchia il mio proposito a favore dei diritti delle donne, Doppia Difesa. C'è ancora un ostacolo però, che devo superare: l'idoneità fisica. Quando vado al controllo, il mio battito è troppo veloce. Ma è solo l'emozione.
«Ti monitoreremo per tutto il tragitto, puoi ripartire» mi assicura il medico sportivo. E io, di corsa, riprendo l'avventura della mia vita.
Le mie gambe per i piccoli profughi
«Stiamo lavorando a un'iniziativa per i nostri bambini: possiamo contare su di te?». È trascorso appena un anno dalla mia prima impresa benefica e ora l'Associazione Terre des Hommes mi contatta per una maratona dedicata ai minori rifugiati non accompagnati. Accetto di slancio: da Lampedusa a Milano, passando per i centri d'accoglienza.
Quante volte arranco tra la fatica e la paura che leggo in quegli occhi innocenti: è alle mie gambe che affidano la speranza di ricordare al mondo il loro dramma di aver perso tutto. Dopo tre settimane termino questa sfida umanitaria, ma lo sguardo d'amore di quei piccoli profughi continua ad accompagnarmi insieme a un'autostima nuova.
«Con i problemi cardiaci che hai avuto, sei fuori gioco ormai!» mi avevano detto.
E invece, devo ringraziare la mia tenacia se la corsa è di nuovo parte del mio quotidiano: mi alzo alle cinque per il primo allenamento, poi torno a casa per svegliare i bambini, vado al lavoro, ma in pausa pranzo o la sera trovo il modo di ripartire con le mie scarpette.
Una routine conquistata faticosamente, ma perfetta. Eppure, la prova più difficile è in agguato: non potrò mai dimenticare il 29 ottobre 2014.
Aggredita in pieno giorno
Mi sto preparando per la maratona di Torino di metà dicembre e mi fermo a una fontanella per dissetarmi. In un baleno mi ritrovo accerchiata, le mani di quattro energumeni che frugano violentemente su di me. Lotto fino a perdere i sensi, finché sento un grido disperato. È la mia voce. Apro gli occhi e vedo solo sangue: non so più dove sono, cosa mi sia successo. Vengo subito soccorsa, ma trascorro giorni in un limbo, tra la necessità di ricordare e quella di rimuovere il tentativo di stupro che ho subito. Come un automa, mi presento alla gara come d'abitudine, anche quando le mie condizioni non sono eccelse. Ma sono un corpo vuoto che nel giro di pochi chilometri si ripiega su se stesso, urlando quel bisogno di aiuto che la mia voce non è in grado di proferire.
Nel frattempo mia madre, il faro della mia vita, ricoverata d'urgenza per una commozione cerebrale, muore nel giro di qualche settimana. Il mio cuore e le mie gambe sono paralizzati. Mi sembra di sprofondare in una notte eterna, cerco aiuto in una psicologa, ma mi rendo conto che solo io posso decidere di tornare a vivere. E c'è un unico modo per uscire dal buio: correre verso la luce. Da ovest a est, lì dove risorge il sole: dal Mar Ligure a quello Adriatico, percorrerò settecento chilometri in otto giorni.
«È un'impresa estrema, Ivana» commenta Luca, il mio coach.
«Ce la farò» ribatto sicura. «Raccoglierò fondi per interventi chirurgici su bambini con gravi patologie: offriremo loro una nuova vita».
Anche per me è una rinascita. Elaboro la sofferenza, passo dopo passo. Quante volte vorrei fermarmi, ma mi concentro solo sulle donazioni. E ogni goccia del mio dolore si tramuta in un pensiero d'amore.
Alla Commissione Europea
Oggi so che è possibile far fronte agli eventi più traumatici, dirigendo le nostre energie in modo positivo e traendo così una forza nuova per ricostruirci: in psicologia è definita resilienza. Un passo dopo l'altro, ho imparato a trasformare il mio annientamento in un sentimento di incondizionato amore verso la vita. Per questo il 16 maggio 2016 parto alla volta di Bruxelles, per lanciare un messaggio sulla soglia di povertà che costringe alla malnutrizione ventisette milioni di minori nel nostro continente.
Il tragitto è incredibilmente duro: ho fame, sete, annaspo tra la polvere e la pioggia. Ma dopo tredici giorni e novecentonove chilometri arrivo al palazzo della Commissione Europea e sono determinata come non mai.
«Il problema è grave e voi che rappresentate le istituzioni più alte avete la responsabilità di intervenire» pronuncio in un fiato, incoraggiata dai volontari del Banco Alimentare che mi hanno sostenuto.
Come dico agli studenti durante i percorsi motivazionali nelle scuole, ognuno di noi, persone normali, può compiere qualcosa di eccezionale, con la forza di volontà. E con il cuore. Perché la bussola per trovare il senso della nostra esistenza è dentro di noi.
Quando riparto da Bruxelles, ho la certezza che aver orientato la mia in direzione degli altri mi abbia permesso di vincere la gara più significativa. Mai aver tagliato il traguardo è stato così importante per me.
Ivana Di Martino, 49 anni, vive a Milano ed è mamma di Cecilia, Filippo e Caterina. Allenatrice e ultrarunner non professionista, attraverso la corsa raccoglie fondi per iniziative benefiche.



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