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Corriere dei Ciechi

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Numero 9 del 2021

Titolo: ATTUALITÀ- Salviamo le nostre tradizioni

Autore: Cristina Minerva


Articolo:
La caratteristica principale della costiera di molte zone della nostra penisola favoriva l'abitudine a frequentare le spiagge e i litorali durante la buona stagione per tutti i ragazzi e i piccoli in cerca di nuove avventure ludiche.

I giochi sulla spiaggia
In estate, o quando la stagione lo consentiva, i bambini della costa andavano sulla riva e, con un divertimento straordinario, aiutavano i pescatori a issare le reti con uno strumento chiamato o pernello, una cinghia appesa trasversalmente sul torace, che era unita a una corda usata a guisa di frusta per avvolgere le reti bagnate in una morsa potente che permetteva poi il facile trascinamento.
Il contatto con gli adulti, in una mansione così impegnativa, conferiva ai bambini una grande gratificazione personale. La spiaggia, con la riva del mare, offriva sempre nuovi motivi di allegra distrazione e andare alla spiaggia rappresentava un invito pieno di attraenti promesse.
Una distinzione fra i piccoli liguri era rappresentata dalla vicinanza dell'abitazione al mare. Chi non poteva raggiungere la spiaggia era considerato un "campagnolo".
La spiaggia, sassosa e sabbiosa in molti punti, era sempre adatta a divertenti svaghi. Grazie al materiale offerto dalla spiaggia sabbiosa, il più grande e spettacolare dei giochi prevedeva la costruzione di meravigliosi "castelli di sabbia". Gli ardimentosi costruttori diventavano splendidi architetti con l'uso di acqua e sabbia e tanta fantasia. Quanta energia e quanto impegno si potevano ammirare nei prodotti realizzati dai giovani edificatori, con un mirabile ingegno, a volte, e la voglia di stupire, fino a ottenere dei veri e propri piccoli capolavori!
Sembra strano, ma la tecnica utilizzata in questo semplice gioco ci fa pensare alla pregevole progettazione di un magistrale realizzatore, che sembra aver tratto la sua ispirazione dall'uso impareggiabile di sabbia e acqua. Pensiamo, infatti, alla Sagrada Familia di Barcellona e diventa difficile non accostare la grandiosa opera di Gaudì alle immaginarie realizzazioni infantili sulle spiagge di ogni tempo.
Un altro modo per passare il tempo era quello di tracciare una pista per il gioco dei tappi. Nel mese di maggio, quando si correva e si corre tuttora il Giro d'Italia, in ogni luogo, per le strade, nelle osterie e sulla spiaggia si parlava volentieri dei popolari ciclisti, commentando le grandi imprese sulle salite alpine. Questo era lo spunto principale per organizzare il gioco delle gare ciclistiche sulle piste di sabbia.
Il gioco si svolgeva anche nelle strade utilizzando un gesso o un pezzo di mattone per segnare il percorso prestabilito, mentre sulla spiaggia la sabbia rendeva possibili percorsi molto vari e apprezzabili. Si iniziava trainando per le gambe un compagno seduto. Nel solco lasciato, che prendeva la forma di una pista, più o meno contorta e, alcune volte, arricchita successivamente da ponti e da tunnel grazie alla destrezza costruttiva dei piccoli giocatori, si svolgevano gare con l'uso di tappi di bottiglia a corona, agrette (proprio dal nome della bibita prodotta a Genova), di coperchi di lucido da scarpe, di sassolini o di biglie di sughero, preparate dai bambini stessi, utilizzando vecchi tappi di fiaschi o di damigiana, levigati e lisciati con carte vetrate dalla grana sempre più fine per ottenerne una perfetta sfericità.
Si segnava, con una traccia, il punto di partenza e, usando il pollice e l'indice a sorta di buffetto, si imprimevano forti "bicellate", oppure con il medio trattenuto dal pollice si ottenevano quelle spinte definite "micellate" che avevano lo stesso esito dinamico e rappresentavano l'energia propulsiva per l'avanzamento dei propri simbolici veicoli rotolanti. I concorrenti potevano tirare uno o più colpi, secondo l'accordo iniziale; l'abilità era quella di rimanere nel tracciato perché con l'improvvida uscita si perdeva un giro e quindi si doveva rimaneva fermi a bordo pista fino al prossimo turno, proprio nel punto in cui l'incauto giocatore aveva sbagliato la traiettoria del tiro.
I tornei potevano assumere, nell'immaginario, appunto l'aspetto emulativo di un giro ciclistico, o rappresentare campioni famosi di altri sport. Molto spesso, infatti, nei tappi erano inserite le immagini dei campioni più famosi. Vinceva, ovviamente, chi arrivava primo al traguardo fissato.
Un altro piacevole divertimento era rappresentato dal gioco del bastoncino. Si costruiva una montagnola di sabbia e nel centro si posizionava un bastoncino lungo circa trenta centimetri. I giocatori, a turno, toglievano una manciata di sabbia dalla montagnola sino a scoprire la base del legnetto facendolo così cadere. Chi aveva la sfortuna di compiere l'ultimo movimento prima dell'abbattimento del perno doveva fare una penitenza. Lo scopo di questo svago era proprio la penitenza, pensata con una certa ironia. Il malcapitato doveva scegliere, senza guardare, sulle dita di un compagno a quale pena si sarebbe dovuto sottoporre fra: dire, fare, baciare, lettera o testamento.
Le bambine, invece, erano solite giocare con cinque pietruzze, a o zeugo de priette (il gioco dei sassolini) Si lanciava in aria una piccola pietra per poi raccoglierla al volo e, successivamente in sequenza, la stessa cosa si faceva con due, tre, quattro, fino ad averle tutte e cinque in mano, al massimo dell'abilità. Molte altre difficoltà erano aggiunte nei lanci successivi, appoggiando i sassolini sul dorso della mano, per poi riafferrarli di scatto nel palmo, o con altre figurazioni sempre più complesse.
Altro gioco di abilità manuale destinato principalmente alle ore trascorse sulla spiaggia era quello del ferretto. Per questo gioco era necessario un lungo chiodo di ferro provvisto di un occhiello tondo ad una delle estremità. Il ferretto doveva essere lanciato con una progressione particolare dai giocatori e doveva ricadere sulla sabbia infilzandosi e non adagiandosi al suolo. Se si sbagliava il tiro, il turno passava ad un altro giocatore. Il lancio era effettuato con il ferretto appoggiato al palmo della mano (man gianca, cioè mano bianca), sul dorso della mano (man neigra, ovvero mano nera), con cinque dita (çinque die) e poi a scalare: quattro dita, tre dita, due dita, un dito (quattro die, tre die, dui dii, un diu). I lanci assumevano altre complicazioni sempre più evolute e si concludevano invariabilmente con la penitenza dei meno abili.
Molte nonne si ricordano ancora bene quali gesti si dovevano fare e mostrano i tiri del ferretto, usando un ferro da maglia. Sono ancora molto agili e i loro lanci sono spettacolari, come se non fossero passati così tanti anni da allora. Il ricordo è sempre vivo e la ripetizione dei movimenti necessari è meccanica e la memoria non tradisce nessuna dimenticanza.
E prie e l'aegua (Le pietre e l'acqua)
I bambini della costa, nei quartieri più prossimi alle spiagge, si sentivano particolarmente uniti fra loro perché il loro raggio d'azione si allargava più verso il mare che non verso i centri abitativi urbani. Tant'è vero che si sentivano diversi dagli abitanti dell'interno.
Il gruppo di case, per lo più affacciate verso la spiaggia, era abitato da molte famiglie, i cui membri erano occupati in massima parte nel cantiere, dove maestri d'ascia, carpentieri e falegnami, tutti di grande ingegno, costruivano bellissime barche, che a ogni varo suscitavano collettivi festeggiamenti entusiastici. Marinai e pescatori, cui era affidato, al rientro dal lavoro in mare, il compito della cucitura delle reti, completavano il quadro maschile del nucleo umano.
Le donne si riunivano, accostate al muro delle case e impagliavano sedie con le foglie di canna arrotolate oppure lavoravano all'uncinetto o ricamo, annodando trine e frange, che erano dei veri capolavori.
I bimbi, appena erano in grado di reggersi sulle gambette malferme, cominciavano a sgattaiolare fuori casa, unendosi al gruppo e dividendo, da subito, il gusto per la scoperta del mondo circostante e per la vita stessa.
La gente era solidale e animata da un unico e fraterno spirito di collaborazione e di condivisione. In questi teatri naturali, ricchi di emozioni e di legami affettivi, i bambini crescevano respirando il senso dell'appartenenza. Quando andavano all'asilo o a scuola, dovevano lasciare il quartiere e passavano dai vicoli, in mezzo agli orti, in quelle che si chiamavano ciuende e, sul percorso, mangiavano, qua e là, e zizze (le giuggiole) rigogliose e abbondanti. Ogni tanto incontravano, sul loro cammino, questo o quell'ortolano, che portava nella grande cesta, appoggiata sulle spalle o in bilico sulla testa, giusto per avere le mani libere, i propri prodotti per poi venderli nei mercati cittadini. Questi venditori, molto frequenti in Liguria, erano chiamati Besagnini, per indicarne la provenienza originaria, che spesso era riferibile al Bisagno, torrente che metteva in evidenza una zona ricca di colture destinate poi alla vendita da parte dei singoli coltivatori.
Anche tutta la periferia e tutto il centro dei villaggi erano allora pieni di orti, fasce di terra ben coltivate; ogni spazio era utilizzato ordinatamente con suddivisioni precise: era un piacere attraversarli, anche per i bambini.
Nel tempo dei giochi, si effettuava sulle spiagge un'attività assai imprudente ma popolare fra i bambini: quella del palombaro. L'impresa era sconsigliata, con un certo timore, dalle madri e, per buona ventura, si poteva praticare solo d'estate.
I ragazzini si caricavano un grosso sasso tra le braccia e scendevano sott'acqua, in apnea, simulando le azioni, appunto, di un palombaro. Così zavorrati, rimanevano sul fondo fino a che l'esigenza d'ossigeno diventava imperiosa.
Convinti com'erano di aver provato a se stessi e agli altri un grande coraggio, sentivano malvolentieri le madri previdenti che, inutilmente, ricordavano i detti popolari e superstiziosi, capaci, a volte, di dirigere sulla traccia del buonsenso antico le scelte degli indecisi: "Ricordeve che San Pe u ne veu un cun lè" (Ricordatevi che San Pietro ne vuole uno con sé), oppure "Sant'Anna a ne veu unn-a pe so compagna" (Sant'Anna ne vuole una per sua compagna), ammonivano; ciò per rendere più vigili i rampolli rammentando loro gli annegamenti che si verificavano periodicamente e con grande scalpore di tutta la gente del posto.
Fortunatamente il rischioso "palombaro" ha provocato, a memoria di anziano, rari danni e poi, comunque, il tempo dei bagni finiva e l'estate successiva si era un po' più maturi e forse anche più avveduti.
Oltre queste imprese eccessivamente ardite, non esisteva bambino che non fosse abilissimo in un diversivo molto più innocuo e rassicurante: il gioco degli strapassetti.
Si trattava di lanciare sassi, ben lisci e piatti, sulla superficie delle onde, facendoli rimbalzare più volte sul filo dell'acqua. Questo gioco lo abbiamo provato tutti, più o meno, lasciandoci conquistare dalla facilità del materiale necessario per la sua realizzazione. I bambini, però, sapevano lanciare e prie in un modo speciale: erano capaci di far ripetere alle ciappette balzi più volte ripetuti, per momenti lunghissimi. A volte diventava complicato anche quantificare il numero dei salti, che poteva essere compreso nell'ordine delle decine, ma che, in sostanza, la velocità della pietra rendeva difficoltoso contare. Il lanciatore scrutava il proprio sassetto che si allontanava producendo archi sempre più corti, pur tuttavia incredibilmente in equilibrio sulla cresta dell'onda. Sembrava quasi che il mare contribuisse all'impresa, sostenendo da sotto il piccolo proiettile, per giungere ad abilità sempre più spettacolari.
Le gare di strapassetti si svolgevano in ogni punto della riva: sulla battigia, tra le barche tirate in secca o fra le reti stese ad asciugare. Vinceva, naturalmente, chi faceva il volo più lungo e chi imprimeva il maggior numero di salti alla propria pietra. Poteva accadere che, qualche volta, un adulto si avvicinasse ai bambini, tralasciando per qualche attimo le proprie faccende; questi, con occhio esperto, sceglieva una pietra fra le tante della rena e, accostandosi ai piccoli lanciatori, si protendeva con gesto sicuro verso l'acqua e imprimeva la giusta potenza al sasso, rivelando sempre sorprendente abilità. I bambini smettevano allora le loro sfide e fissavano ammirati la pietra dell'adulto slittare più veloce che mai sulla superficie del mare per andarsi poi a perdere in lontananza, simile a un piccolo desiderio sempre pronto a partire per il mondo ma, infine, destinato a immergersi profondamente tra le onde azzurre tra gli scogli.
Il gioco del lancio delle pietre sull'acqua, conosciuto come rimbalzello, era ed è praticato nei pressi di bacini lacustri o marini, ma, più che di un gioco vero e proprio, assume più espressamente la configurazione di una prova di abilità personale o, anche, di un innocente piacere senza alcuno scopo preciso.
L'origine del rimbalzello ha una radice simbolica molto più significativa di quanto il semplice svago possa far immaginare. Studiosi degli usi e costumi popolari rimandano questa pratica ludica a un antico rito cretese di offerta al mare nel quale, similmente, si dovevano lanciare sassi sull'acqua evitando che scomparissero alla vista entro un certo numero di balzi.
Molti anziani sostengono convinti che è stato particolarmente bello crescere tra sassi e sabbia davanti al mare! Il mare offriva, nella sua generosa immensità, anche materiali, che per la loro bellezza attiravano la curiosità di piccoli ardimentosi ricercatori. Questi cercavano sulla battigia piccoli pezzi di vetro colorato che le onde del mare levigava perfettamente e li rendeva simili a piccole perle iridescenti che rappresentavano un meraviglioso "bottino" dal valore inestimabile.
Altro prezioso dono era rappresentato dalle conchiglie dal colore madreperlaceo, che accostate all'orecchio riproducevano con strumenti immaginari i suoni delle onde, per replicare all'infinito le melodie del mare.
Il mare e la sua area prossima diventavano per i bambini dei tempi andati il teatro maggiormente ricco di suggestioni, tra i colori di mille sfumature blu e l'oro della sabbia. Il contorno di questo scenario era rappresentato unicamente dalla libertà dello sguardo e dal balenìo della luce, impressa sulla cresta delle onde. Le schegge di luce sfioravano così la superficie, per trasportare i raggi del sole, a ogni momento diversi secondo l'inclinazione e la posizione del sole nell'arco del cielo. Nei tempi che furono, mancava la colonizzazione di infinite corsie di ombrelloni e di sdraio a limitare gli spazi del gioco e quindi i piccoli avevano a disposizione distese più ampie a offrire interminabili territori per i propri semplici ma preziosi divertimenti.



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