Gennariello n. 10

Ottobre 2000

Sommario 

Ottobre di Roberto Piumini 

Un tappeto dorato di Marie Vèritè 

Una casa per i volpacchiotti di Fabio Tombari 

Giochi- 

Un'amica che va lontano  Piccole storie dal mondo 

Pianta mia fatti capanna di Maria Cristina Zaza 

Volete saperne di più sui generi musicali? 

Il castello della bella addormentata di Manuela Stefani 

Acqua, luna e sole di Ann Pilling 

Storie della preistoria di Alberto Moravia  Giromondo- 

Come stai? di Mario Mazzeo 

Ottobre

Ottobre grappolo/ di giorni bianchi/  di giorni neri/ di giorni stanchi/ e di pensieri./ Ottobre gira/  nel suo cappotto/ per la campagna/ per una lira/ ti dà un  sacchetto/ e una castagna.//

Roberto Piumini

(da "La  ballata dei mesi")

 

Un tappeto dorato

L'estate è  ormai finita; gli alberi cominciano a perdere le foglie e per  terra si forma un soffice tappeto giallo e scricchiolante, una  vera passione per la piccola volpe Fiamma, che si diverte a fare  capriole e mille salti per vederle svolazzare intorno e ricadere  al suolo. Le chiome dei larici sono ormai diventate rosse,  assomigliano a delle grosse volpi che si muovono nel vento.

 Gli abitanti del bosco sono indaffaratissimi, l'inverno si  avvicina ed è ora di preparare le provviste. Fiamma continua le  sue esplorazioni, stando attenta a non avvicinarsi troppo alla  donnola: non è tipo molto cordiale, quello, meglio stargli alla  larga!

Marie Vérité

(da "Racconti del bosco")

 

Una casa per i volpacchiotti

Da una coppia di  volponi erano nati sei volpacchiotti. Con la nascita dei piccoli  cuccioli arrivò anche la questione dell'alloggio: occorreva  un'abitazione ampia con tante camere e più corridoi, ma non è  facile trovarla in un bosco.

Come fare? Lì vicino abitava  un vecchio tasso amante della pulizia. I due volponi ricorsero ad  una astuzia. Di giorno, quando il tasso dormiva, andavano a  deporgli sulla porta della tana tutto ciò che di più puzzolente  riuscivano a trovare, finché il tasso fu costretto a andare via. 

Così i piccoli cuccioli ebbero la loro bella casa e quando  nevicava o pioveva forte non starnutivano più.

Fabio  Tombari

(da "Il libro degli animali")

 

Giochi-

 Cambio di vocale

Sei pronta per giocare? E allora  cominciamo subito con un doppio indovinello e, tra la prima e la  seconda parola da scoprire, l'unica differenza è una vocale (per  es. lava-leva).

Uno brilla in mezzo al cielo e illumina la  pista, l'altro dà sapore al mare e ci puoi condir la pasta. Per  risolvere l'enigma basta un cambio di vocale e vedrai, che  meraviglia, xxxx si trasforma in xyxx!

(Soluzione:  sole-sale)

Indovinello olimpionico

Ecco un altro  indovinello! Nonna Papera l'ha inventato pensando alle Olimpiadi. 

C'è chi è brava con il nastro, chi usa il cerchio o le  clavette; chi la palla fa volare, chi ha una trave per danzare, è  una disciplina olimpionica, con volteggi e capriole; può essere  "libera" o "artistica" dai indovina è la **********.

 (Soluzione: ginnastica)

Vero o falso?

Come va in  italiano? E in matematica? Per ogni affermazione, decidi se è  vera o falsa.

1) Leggiadro è sinonimo di leggero;

2) Una  tonnellata è composta da mille chili;

3) Soave è il contrario di  dolce, piacevole;

4) Trambusto è una parola composta da tre  sillabe;

5) Per fare un centimetro ci vogliono dieci millimetri; 

6) "Qual è" si scrive senza apostrofo;

7) Otto per otto fa  settantaquattro;

8) Candido vuol dire bianco, pulito e anche  ingenuo;

9) La terza persona singolare del futuro di andare e  andò;

10) L'esagono è una figura geometrica composta da sei lati; 

11) L'aradio si usa per ascoltare la musica;

12) Ragnatela è una  parola composta da quattro sillabe.

(Soluzioni: 1) vero;  2) vero; 3) falso: soave è sinonimo di dolce, piacevole; 4) vero;  5) vero; 6) vero; 7) falso: otto per otto fa sessantaquattro; 8)  vero; 9) falso; 10) vero; 11) falso: l'aradio non esiste, caso  mai "la radio"); 12) vero)

 Per ridere insieme

Il bue alla percora:

-  Non provi mai a farti un bagno?

- Già, così dopo la lana si  ritira!

 

Il colmo per una rana? Nuotare a farfalla!

 

Tra passerotti

- Perché quando sei stanco ti siedi  sempre sui fili della luce?

- Per prendere un po' di...  energia!

 

Il colmo per un gatto? Vedere i sorci verdi! 

 

Assemblee

- Com'è andata l'assemblea generale dei  topi?

- E' stata sospesa perché c'erano quattro gatti! 

 

Giochiamo in compagnia

 La corsa al rallentatore

E' un gioco di abilità che si  può fare all'aperto o in una grande stanza, in due o in... mille!  Per giocare servono alcuni piatti di plastica, che verranno  distribuiti uno per ogni concorrente. Decidete un percorso: vince  chi arriva prima tenendo in testa, come cappello, un piatto di  plastica. Non è semplice: i piatti di plastica sono molto leggeri  ed è facile che cadano, quindi bisogna correre... al  rallentatore. Se il piatto cade, bisogna tornare indietro e  ripartire dal via. Chi lo fa cascare tre volte paga pegno, chi  arriva prima decide le penitenze.

Walt Disney

(da  "L'enigmistica di Minni")

 

 

Un'amica che va  lontano

C'è una vecchia torre, ai margini del bosco. E'  molto diroccata, ma in cima le rondini hanno trovato il posto per  fare i nidi. Sono venute in primavera. La rondinella Vit-vit è  diventata amica di Ciop, il passero, hanno volato insieme.

 La rondinella vola a bocca aperta per afferrare al volo gli  insetti e mangiarseli. Ciop allora torce il becco e dice: - Che  gusti! Io preferisco dare una beccatina ai granelli e alle  briciole.

Vit-vit ha le ali e il dorso neri e il pancino  bianco, colori che al principio sembravano strani al passero. Ha  anche una buffa coda, con due punte.

- E' proprio bello avere  un'amica così diversa da me! - ha pensato Ciop. E siccome gli  amici degli amici diventano tutti amici, il passero fa conoscere  la rondinella a Codalunga, a Uga, a Spin.

Quando passa in  cielo, tutti la salutano e la invitano:

- Scendi a giocare con  noi!

- Non posso - risponde Vit-vit. - Io devo sempre posarmi  in un posto che sta in alto, per lanciarmi a volo. Se venissi a  terra, non saprei più ripartire. Venite voi a trovarmi, alla  torre.

Ora bisogna salutare la rondine, che sta per  ripartire. Solo Codalunga e Ciop riescono a salire in cima alla  torre, Uga e Spin parlano dal basso.

- Perché te ne vai?

-  Quando passi nel cielo, tu porti l'allegria!

- Devo partire  perché è autunno. Viene il freddo, e io non posso vivere con il  freddo.

- E dove vai?

- Vado in paesi lontani lontani, dove  trovo il caldo. Vado in paesi che voi non conoscete, in luoghi  meravigliosi....

- Racconta, racconta! - chiedono i quattro. 

Vit-vit racconta e Uga, Spin, Codalunga e Ciop cominciano  ad immaginare quel percorso, quei luoghi lontani e diversi.

 Alla fine, quando la rondine parte, tutti la salutano e la  ringraziano: - Grazie! Ci hai fatto fare un viaggio meraviglioso! 

(da "I quattro amici nel bosco")  

Piccole storie dal mondo

Una mini New York alle porte di Milano

 Il grattacielo più grande è alto poco più di 3 metri ma in  tutto il resto è identico al famoso "Empire State Building". Poi  ci sono gli altri giganteschi pinnacoli dell'isola di Manhattan:  si riconosce il quartiere di Wall Street sulla sua punta  meridionale, proprio lì dove c'è la più importante piazza  d'affari di tutto il mondo. E troneggiano anche i colossali  palazzi del World Trade Center e, più in là, si riconosce la  cattedrale di San Patrizio sulla Fifth Avenue, la più sfarzosa  strada di tutta la Terra.

Però, è una New York formato  mignon. Si trova a Cesano, un piccolo centro alle porte di  Milano, e il suo autore è Vincenzo Galbiati: un turista italiano  folgorato dalla bellezza della più grande e più ricca metropoli  degli Stati Uniti d'America. La sua opera, realizzata in un  laboratorio del Molinello, è una riproduzione fedele e 160 volte  più piccola rispetto a quella reale. E gli è costata due anni di  accanito e appassionato lavoro.

 

Acrobata, per amore  della mamma

Non ha ancora un nome ma ha già imparato bene  la lezione. E' il cucciolo della tigre siberiana Hattie, nato  (insieme con una sorellina) nel Marwell Zoo di Winchester, in  Inghilterra.

Seguendo le orme della madre il piccolo si  arrampica sul tronco di legno dentro la gabbia. Ma ora che è  stato vaccinato potrà anche divertirsi all'aperto. Le tigri  siberiane rischiano l'estinzione ma per fortuna ci sono dei  parchi dove possono riprodursi.

(da "Airone junior")

 

 Pianta mia fatti capanna

"Nella prima partita  mio figlio esaminò 17 vesciche, contenenti prede di qualche  specie". Con queste parole Charles Darwin cita le osservazioni  del proprio figlio Francesco nello studio della predazione di  Utricularia, una delle circa 500 specie di piante carnivore  esaminate dal grande naturalista inglese. Anche un altro grande  scienziato della natura del secolo scorso, Jean-Henri Fabre, si  fece aiutare dalle figlie nelle preziose osservazioni sul  comportamento di queste piante predatrici. Incuriosito, il Dodo  ha voluto correre il pericolo di incontrarne una.

Aiuto!  Sto per scivolare nella bocca di un mostro mangia-Dodi!

 "Ma... chi c'è? Come si permette, scusi, di dare del mostro a una  signora come me? E poi, quanto a mostri... lei si è mai visto in  uno specchio?".

Uhm, mi perdoni, ma sa, si dicono certe  cose su voi piante carnivore...". "Per esempio?".

Beh, si  racconta che nel folto delle foreste esistono specie giganti che  acchiappano e divorano cervi, tigri, uccelli di ogni sorta...  chissà cosa potrebbe succedere a un povero Dodi! Stia lontana,  per favore; non ci tengo affatto a finire nel suo stomaco.

 "Oh, povera me! Ancora con quella vecchia panzana! Guardi che lei  è proprio male informato: prima di tutto noi mangiamo solo  insetti, protozoi (cioè organismi formati da una sola cellula e  così piccoli che si possono vedere solo al microscopio), piccoli  crostacei (per quelle di noi che vivono in acqua) e al massimo  qualche anfibio. Devo dire che la sola idea di assaggiare un Dodo  mi fa star male. E poi chiariamo una cosa: la nostra è fame; come  fa, me lo dica lei, una povera pianta che vive in paludi,  acquitrini e zone umide a trovare il cibo necessario?

 Guardi, se solo lei mi procurasse un bel pranzetto a base di  azoto, le assicuro che farei a meno molto volentieri di  affannarmi tutto il giorno per acchiappare mosche e moscerini. Ma  questo è un ambiente così povero che se uno non si ingegna  proprio non riesce a campare. Sa quanti uccelli, lucertole e  insettivori vari approfittano della nostra fatica per rubarci gli  insetti appena intrappolati?".

Beh, la cosa cambia  aspetto, però almeno lei, signora "Nepenthes", che si arrampica  sugli alberi con i lunghi viticci, un po' di paura la fa  comunque.

"Pochissime di noi hanno dimensioni  considerevoli; la maggior parte, come quelle che vivono in Europa  e in particolare in Italia, sono alte pochi centimetri e  assomigliano a violette (come la "Pinguicula vulgaris"), piccole  anemoni d'acqua ("Ultricularia vulgaris") o deliziose monetine  luccicanti per le goccioline vischiose che contornano le foglie  ("Drosera rotundifolia"). Vuoi sapere come mi sono ingegnata per  intrappolare gli insetti? Le mie foglie hanno la nervatura  centrale che si prolunga oltre la lamina e forma un lungo  viticcio alla fine del quale si genera una specie di bicchierino  con un coperchio (si chiama "ascidio") che impedisce alla pioggia  di entrare per diluire il succo digestivo che c'è dentro. Sul  bordo dell'ascidio alcune gocce di liquido simile al nettare dei  fiori attirano l'insetto (soprattutto se vola), ma, una volta che  si posa sul bordo, i peli rigidi e pungenti rivolti verso il  centro del bicchiere lo fanno scendere sempre di più, senza  possibilità di risalita. Come me si comportano le "Sarracenia",  le "Darlingtonia" e molte altre, tutte dotate di ascidii. Alcune,  però, non sono così passive. "Dionaea muscipula", originaria del  Nord America, ha le foglie formate da due lobi contornati di  aculei. Quando l'insetto, attirato anche in questo caso da una  specie di nettare, si posa fiducioso, i due lobi si chiudono a  scatto e alcune ghiandole secernono un liquido digestivo. Al  riaprirsi della trappola, solo pochi resti non digeriti vengono  spazzati via dal vento. La "Pinguicula" invece ha piccole foglie  molto viscose che impediscono al malcapitato di staccarsi e  intanto le lamine si arrotolano su se stesse con molta calma  producendo gli enzimi (cioè le sostanze digestive) necessari. E  in acqua? L'erba vescica ("Utricularia vulgaris") produce una  specie di piccoli sacchetti che restano vuoti, ma che si aprono  di scatto introducendo acqua e insetto, appena un crostaceo (per  esempio) urta i peli dritti e vigili davanti all'apertura..  Senti, per fare pace, ti invito a banchettare con me, oggi.  D'accordo?".

Beh, vediamo cosa c'è: moscerini putrefatti,  farfalline semidigerite... è che non ho molta fame. Ti ringrazio,  consideriamo pace fatta comunque!

 Maria Cristina Zaza

 (da "Airone junior")

 

Volete saperne di più sui  generi musicali?

Il blues

La musica blues è nata  dai canti di lavoro degli schiavi afroamericani e da quelli di  ispirazione religiosa (che hanno dato luogo agli spirituals e ai  gospels). Si afferma a cavallo tra il 1800 e il 1900. Nei primi  tempi del blues una voce maschile duetta con la chitarra; più  tardi subentra la voce femminile che duetta con il pianoforte,  suonato in modo ritmico.

Alcuni musicisti famosi: William  Christopher Handy, Charley Patton, Big Bill Broonzy, John Lee  Hooker.

Il jazz

E' un genere musicale nato dalla  fusione di elementi africani, ereditati dai canti degli schiavi  afroamericani, con elementi della tradizione popolare  occidentale. Il jazz esalta il ritmo e l'improvvisazione.  Improvvisare significa creare la musica mentre la si suona, senza  seguire la musica scritta. La capitale della Louisiana (Stati  Uniti) New Orleans viene tradizionalmente indicata come la città  natale del jazz.

Musicisti famosi: Louis Amstrong, Count  Basie, Miles Davis, Duke Ellington, Gil Evans, Ella Fitzgerald,  Dizzy Gillespie, Benny Goodman, Billie Holiday, Harry James,  Wynton Marsalis, Charles Mingus, Thelonious Monk, Jelly Roll  Morton, Gerry Mulligan, Charlie Parker, Oscar Peterson, Max  Roach, Sonny Rollins, Sarah Vaughan, Lester Young.

Dal  rock'n roll al rap

Il rock'n roll è un genere musicale  nato negli anni Cinquanta negli Stati Uniti dall'unione di ritmi  della musica popolare bianca del West e di quella afroamericana.  Il maggior rappresentate del rock'n roll è considerato Elvis  Presley.

Negli anni Sessanta questa musica (definita più  semplicemente rock) utilizza sempre più i suoni elettronici.  Nasce così il beat inglese, grazie ai primi album dei Beatles e  dei Rolling Stones, e successivamente la musica pop,  abbreviazione di "popular music" (in inglese, musica popolare),  che indica la musica leggera in generale. Successivamente nascono  molti generi rock: alcuni recuperano forme popolari, altri  utilizzano un ritmo ossessivo o, viceversa, più melodico (country  rock, folk rock, hard rock, heavy metal, soft rock, etc.).  Recentemente il termine pop è stato invece usato per indicare una  musica di svago e di facile ascolto, che mette in risalto la  melodia e suoni soffici rispetto a quelli più duri del rock.

 Alcuni dei primi personaggi noti nel mondo pop e rock: Frank  Sinatra, Platters, Jerry L. Lewis, Buddy Holly, Bob Dylan, Joan  Baez, Grateful Dead, Jefferson Airplan, Frank Zappa, Led  Zeppelin, Deep Purple, Crosby-Stills-Nash e Young.

Negli  anni Sessanta si afferma la musica soul, che nasce dalla  reinterpretazione della musica spirituale e religiosa degli  afroamericani da parte di artisti come James Brown, Ray Charles,  Aretha Franklin e Otis Redding.

In Italia con il termine  cantautori si indicano i cantanti che sono anche autori dei testi o della  musica delle canzoni che interpretano. I primi cantautori sono  stati Lucio Battisti, Umberto Bindi, Fabrizio De Andrè, Sergio  Endrigo, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Bruno Lauzi, Gino Paoli,  Luigi Tenco. Altri cantautori, emersi negli anni Settanta:  Claudio Baglioni, Edoardo Bennato, Paolo Conte, Lucio Dalla,  Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Roberto Vecchioni,  Antonello Venditti.

Negli anni Ottanta nasce il rap, una  forma musicale estremamente ritmata, nella quale le parole non  sono cantate ma scandite. I maggiori musicisti rap sono  afroamericani nati nei ghetti delle grandi città degli Stati  Uniti e raccontano la vita difficile, e spesso violenta, delle  loro comunità.

(da "Il grande libro dei ragazzi")

 

 Il castello della bella addormentata

C'era una  volta un bianco castello, con mille torri affusolate e svettanti  verso il cielo. Un nastro d'acqua limpida lo sfiorava, mentre le  chiome degli alberi della foresta di Chinon lo cingevano in un  verde abbraccio.

E' il castello di Ussè. E nelle sue  stanze dai soffitti alti e stuccati, dai mobili preziosi, le  stoffe di broccato, i camini di marmo vive da oltre duecento anni  una leggenda: quella della bella principessa che si punse un dito  con un fuso e, per volere di una strega che non era stata  invitata al suo battesimo, dormì cent'anni fino all'arrivo di un  nobile e valoroso principe. Personaggi e interpreti di questa  fiaba, che l'autore Charles Perrault intitolò "La Bella  Addormentata nel bosco", sono ancora tutti là: statue dai volti  dipinti, avvolte in costumi dell'epoca a rappresentare nelle  stanze del castello tutta la storia. In un angolo c'è la culla  con la principessa neonata e il corteo di fate intorno; in un  altro la strega cattiva, intenta a lanciare la sua maledizione. E  poi ci sono le dame di corte addormentate e gli ufficiali e i  paggi. Tutti immersi in un sonno profondo e innaturale. Infine,  la stanza del risveglio, con la principessa, già con la corona in  testa, nell'atto di scendere dal letto.

E' la favola di  ieri, rappresentata per occhi di oggi. Certo Perrault non avrebbe  mai immaginato, visitando quelle stanze, dalle quali, si dice,  nacque l'ispirazione della favola, che quella "storiella senza  importanza", come la chiamava lui, avrebbe avuto un destino così  luminoso! Eppure andò proprio così: il castello di Ussè, con il  candore delle sue mura, i suoi tetti slanciati e sfumati di blu,  le torri, gli abbaini, i merli e i puntali lo affascinarono a tal  punto da suggerirgli di ambientare lì una romantica e fantastica  storia. E talmente suggestiva da incantare lettori e visitatori  di ogni tempo.

A dir la verità, Perrault non fu  particolarmente originale. Altri scrittori, nati in epoche e  paesi lontani da lui, scrissero storie molto simili: in India, in  Italia, in Spagna troviamo molto tempo prima che nella Francia di  Perrault fanciulle che si pungono e si addormentano. E dormono a  lungo finché un uomo, che diventa poi loro marito, non va a  risvegliarle. Le protagoniste si chiamano Surya Bai, Zellandina,  Sorella di gioia e Talia. I principi sono rajà indiani, nobili  cavalieri e addirittura un re nemmeno tanto più giovane. Ma il  successo della vicenda rimane sempre lo stesso.

Perrault,  però, molto probabilmente non conosceva queste storie: quasi  certamente si limitò a orecchiare le canzoni dei vecchi  cantastorie, le favole che i mendicanti raccontavano in cambio di  un'elemosina, le leggende che i venditori ambulanti portavano in  giro per tutto il paese assieme alla loro mercanzia.

"La  Bella Addormentata nel bosco", dunque, nacque forse prima sulle  labbra di un popolo fantasioso: e poi fu completata da un abile  scrittore. Che ambientò la storia in uno sfarzoso castello,  simile alla corte in cui egli stesso viveva - la reggia di Luigi  xiv, detto Re Sole -, dove persino le posate erano "d'oro  finissimo, tempestate di diamanti e rubini" e le stanze venivano  tappezzate con carte da parati dorate e i letti vestiti con  biancheria di broccato. Ma non è tutto: Perrault trasferì nella  regina madre della Bella Addormentata la lunga attesa di un erede  di Anna d'Austria, sposa per motivi politici e non per amore, di  Luigi xiii, che ebbe un figlio, Luigi xiv appunto, dopo ben  ventitré anni di matrimonio. E dato che Anna era austriaca e gli  austriaci in Francia non li poteva vedere nessuno, ecco il  significato della madre del principe della fiaba, che discendeva  addirittura da una famiglia di orchi!

E infine i bambini.  Anche loro, che nella favola si chiamano Aurora e Sole e sono i  figli della Bella Addormentata e del principe che l'ha  risvegliata, sono in tutto e per tutto simili ai piccoli della  nobiltà dell'epoca: giudiziosa e bella la bimba, che intercede  presso la mamma quando il fratellino ne combina una delle sue,  vivace e abile spadaccino il maschietto ("che tirava di fioretto  con una grossa scimmia: eppure non aveva che tre anni!"). Già nei  bambini, ai tempi di Perrault, si scorgevano i segni del destino:  che doveva essere attivo, avventuroso, ricco di colpi di scena  nel caso dei maschi, e che si risolveva in una tranquilla attesa  - addirittura dormendo - di un marito nel caso delle femmine!  Oltre duecento anni non sono passati invano!

Ma sapete  davvero come va a finire?

Tutti conoscono la favola della  Bella Addormentata nel bosco, risvegliata da un principe con il  quale si sposerà.

Ma finisce davvero così la fiaba? Niente  affatto: il principe e la principessa tengono nascosto il loro  matrimonio per più di due anni. Dalla loro unione nascono due  figli (Aurora e Sole), ma anche questo non viene rivelato. La  madre del principe, si dice, è un'orchessa che mangia i bambini.  Quando il padre muore, il principe diventa re e conduce la moglie  e i figli nel suo palazzo per regnare insieme. In occasione di  una sua assenza da casa, tuttavia, la regina-orchessa incarica il  capo cuoco di uccidere prima i bimbi e poi la loro giovane madre  e di serviglieli per cena. Il cuoco riesce a ingannarla e a  nascondere tutti a casa sua.

Un giorno, però, la regina  sente le loro voci e furente ordina che sia portata in cortile  una vasca piena di bisce, vipere e animali velenosi per gettarvi  dentro nuora, nipoti e cuoco. Per fortuna, prima che ciò avvenga,  il re suo figlio torna a palazzo e le chiede spiegazioni. Pazza  di rabbia si butta nella vasca e viene divorata.

Manuela  Stefani

(da "Airone junior")

 

Acqua, luna e sole

 Mito nigeriano

Molto, moltissimo tempo fa il Sole  sposò la Luna e per un certo tempo vissero insieme molto felici,  assai affaccendati a sistemare la loro casa. Ma un bel giorno  desiderarono rivedere i loro amici, e la loro migliore amica era  l'Acqua.

"Senti!" la chiamò il Sole, attraverso la Terra,  "perché non ci fai una visita? E' da molto tempo che non ti  vediamo!".

"Desidero proprio vedervi" rispose l'Acqua con la  sua bella voce cristallina, "posso portare anche i miei amici? Mi  spiace, ma ne ho tanti. Penso che la vostra nuova casa sarà  troppo piccola per tutti noi!".

"Niente affatto!" rispose il  Sole, "abbiamo costruito un intero nuovo villaggio, con dozzine  di capanne circondate da una palizzata per tenervi gli animali  selvaggi. Abbiamo preparato questo bel villaggio cintato proprio  per te. Adesso devi proprio venirci. Ci manchi molto!".

 Così l'Acqua accettò e partì per andare a trovare il Sole e la  Luna, accompagnata da tutte le creature del mare, dalle piccole  sardine alle enormi balene, dagli squali dai denti affilati come  rasoi e ai coloratissimi pesci arcobaleno, dai granchi ai  gamberi.

Sole e Luna erano tutti eccitati. Riuscirono a  udire il grande fragore dell'Acqua quando essa era ancora molto  lontana, assai prima di poterla vedere. Arrivò come un grande  nastro azzurro che passò attorno alle colline e attraversò le  foreste, per traboccare, ancora più ampio e potente, attraverso  le pianure inaridite. Giunse infine turbinando ai loro piedi,  ricoprendoli.

"E' bellissimo rivedervi, cari amici", esclamò  l'Acqua, "e che magnifico villaggio avete costruito!".

 "Infatti", rispose la Luna piuttosto agitata, poiché l'Acqua e i  suoi amici stavano invadendo ogni angolo del villaggio.

"Siete  tutti qui?" domandò il Sole piuttosto nervoso, sopraffacendo il  fragore dell'Acqua. "Mi spiace che abbiamo poco spazio da  mettervi a disposizione". Sole e Luna si erano rifugiati fuori  dalla loro capanna, in un angolo del villaggio. L'interno era  inservibile, perché tutto il mobilio stava galleggiando  all'intorno.

"Non ancora", urlò l'Acqua sopra tutto quel  baccano, e trascinò seco due balene che stavano emettendo getti  di vapore all'impazzata e un gigantesco ippopotamo che quasi  schiacciò la povera Luna contro la palizzata. "Aiuto!" gridò  questa "avete riempito tutto il villaggio. Non c'è più neppure  una stanza, proprio per nessuno. Basta, Acqua basta!". Ma l'Acqua  non poteva udirla. Era troppo indaffarata a dare il benvenuto a  tutti i suoi amici. Luna e Sole guardavano giù, angosciati per  quanto vedevano: c'era persino una ballonzolante medusa, delle  anguille che si contorcevano e superbi cavallucci marini che si  fecero vicino cavalcando.

"E' impossibile", singhiozzò la  Luna; "tutto il villaggio è sommerso! Non pensavo proprio che  l'Acqua avesse tanti amici. Noi non possiamo più restare qui. Io  me ne vado!" e così dicendo fece un gran salto, fino al cielo. Il  Sole, che l'amava, la seguì, saltando ancora più in alto, e  l'Acqua fu lasciata giù, sulla Terra, a riempire il grande  villaggio cintato, con tutti i suoi amici.

Per questa  ragione vi sono laghi e fiumi sparsi in tutto il mondo, e il Sole  e la Luna inviano i loro raggi a illuminarli, caldi e forti  quelli del Sole, pallidi e dolci quelli della Luna.

Ann  Pilling

(da "Miti e leggende da tutto il mondo")

 

Storie  della Preistoria

Non conviene amare una Cicognina

 Alcuni miliardi di anni fa, un certo Barba Gianni, vecchione  oltremodo misantropo, viveva in una grotta che si apriva a metà  di una parete rocciosa la quale, verso l'alto, pareva salire fino  al cielo e, in basso, sprofondare in un abisso senza fine. Dalla  grotta, sporgeva nel vuoto uno sperone rupestre; ogni notte,  Barba Gianni ne spiccava il volo per andare a caccia di un topo o  due da mettere in tavola il giorno dopo. Barba Gianni non aveva  mai voluto sposarsi; diceva: "Eh, mica sono scemo; forse che vado  a mettermi una estranea in casa?". Le faccende gliele sbrigava un  suo cameriere a nome Pipi Strello, bravo e affezionato, che,  però, aveva la pessima abitudine di starsene tutto il tempo con  la testa in giù, aggrappato al soffitto con le dita dei piedi.  Questa abitudine, secondo Barba Gianni, influiva, e come avrebbe  potuto essere altrimenti?, sulle idee di Pipi Strello. "Stando  con la testa in giù," osservava Barba Gianni, "alla fine non si  possono pensare che pensieri con la testa in giù".

 L'osservazione trovò ben presto conferma. Uno di quei crepuscoli,  Barba Gianni se ne stava sullo sperone roccioso preparandosi a  spiccarne il volo per andare a caccia di topi, quando, laggiù,  lontano lontano, nel limpido cielo vespertino, vide qualche cosa  come una sciarpa bianca e ondeggiante che si avvicinava ora  allungandosi e ora accorciandosi. Che roba era?

Barba  Gianni scrutò la sciarpa e alla fine capì: era uno stormo enorme  di Ci Cogne che, come sono solite ogni anno alla fine  dell'autunno, migravano per svernare nel sud.

Barba Gianni  non poteva soffrire le Ci Cogne, uccelli irrequieti che non  stanno mai fermi e ora vivono in cima ad un campanile in Germania  e ora te le ritrovi su un baobab in Africa, "forse pianto baracca  e burattini e me ne scappo al lago Ciad?". Così, anche quella  sera, Barba Gianni, come tante altre volte, si ritirò in fondo  alla sua grotta e lì rimase immobile, con gli occhi gialli  spalancati nel buio, in attesa che lo stormo fosse passato.

 Le Ci Cogne ci misero non so quanto a sfilare davanti alla  grotta. Erano centinaia e facevano un gran chiasso perché sono  uccelli chiacchieroni e, pur volando, non smettono un momento di  parlare del più e del meno.

Barba Gianni vedeva quel fiume  di penne bianche scorrere laggiù, fuori dalla grotta e, dalla  grande antipatia, sbatteva le palpebre sugli occhi fosforescenti  come se qualcuno l'avesse preso a schiaffi. Finalmente, passarono  anche le ultime Ci Cogne ritardatarie e poi, grazie a Dio, più  nulla.

Barba Gianni trasse un respiro di sollievo, aspettò  ancora un poco, quindi, appena fu sicuro che lo stormo delle Ci  Cogne era ormai lontano, uscì dalla grotta. Ma ecco, proprio nel  momento in cui stava per spiccare il volo, ecco, qualche cosa gli  cascò addosso con tanta violenza che per poco non lo travolse.  Come si fu ricomposto alla meglio, vide che il bolide era una Ci  Cogna piuttosto piccola, giovinetta, che appariva visibilmente  turbata. Disse la Ci Cogna, dopo un momento, ancora tutta  ansimante: "Dov'è, dove è andato?".

"Ma chi?".

"Il mio  stormo, lo stormo delle Ci Cogne".

"Eh, ormai è già un'ora che  è passato".

Avete mai visto una Ci Cogna piangere? Io no;  ma me l'immagino benissimo. La piccola Ci Cogna scoppiò in  lagrime e non la finiva più di singhiozzare. Tra un singhiozzo e  l'altro, venne fuori la sua storia: volando di conserva con il  babbo, la mamma e cinque tra fratelli e sorelle, Cognina (così si  chiamava la giovinetta) aveva fatto una mossa falsa e si era  storta un'ala. Così era rimasta indietro, ih ih ih, e se, in quel  momento non avesse trovato quello sperone provvidenziale, ih ih  ih, certo sarebbe cascata giù giù sulla terra, ih ih ih, per  essere poi divorata, ih ih ih, da una delle tante belve, ih ih  ih, per le quali la Ci Cogna è un cibo prelibato, ih ih ih.

 Barba Gianni, di tutto questo discorso, capì soltanto una  cosa: che Cognina non poteva proseguire nel volo e perciò doveva  restare per qualche tempo nella grotta, mettendo, così, in  pericolo la sua cara solitudine. E stava già per rispondere: "E  io che cosa posso farci? Perché non vai a chiedere ospitalità a  uno dei tanti tuoi parenti, per esempio tuo zio Mara Bu oppure  tuo cugino Tan Talo? Loro hanno nidi grandi; io, lo vedi, ci ho  soltanto questa grotticella che, per giunta, debbo condividere  con Pipi Strello"; quando, dal fondo della grotta, gli giunse la  voce, appunto, di Pipi Strello, che diceva: "Barba Gianni, non  fare sciocchezze, questa è la grande occasione della tua vita e  tu non devi lasciartela sfuggire".

"Ma quale occasione?".

 "Di liberarsi una buona volta della solitudine e della  misantropia, accogliendo nella tua grotta un essere nuovo,  giovane, una presenza bianca, luminosa, solare".

"Ma io sono  nottambulo; alla mia età non si cambiano certe abitudini".

 "Vedrai Barba Gianni, che le cambierai".

"Tu parli in questo  modo perché te ne stai con la testa in giù".

"Meglio la testa  in giù che nessuna testa, Barba Gianni".

Insomma, a farla  breve, Cognina non soltanto rimase nella grotta, in attesa di  guarire; ma, proprio come Pipi Strello aveva preveduto, Barba  Gianni cambiò le proprie abitudini. Non volava più di notte, con  le stelle e la luna; ma di giorno, nella piena luce del sole; non  andava più a caccia di sudici topi neri e pelosi ma di freschi,  argentei pesciolini. Persino la voce gli si era cambiata: da un  blaterare rauco ad un modulato bisbigliare. A cosa si doveva  questo cambiamento così radicale? Semplice: all'amore. Barba  Gianni si era innamorato di Cognina; non la lasciava mai neppure  un solo momento. Così che era ormai un fatto abituale vederli  insieme, lungo i fiumi e in riva ai laghi, luoghi preferiti da  Cognina, lei bianca e dinoccolata, elegantissima con le sue zampe  alte e sottili e il suo lungo becco; lui, invece, scuro e  tracagnotto, tondo come una palla, con il suo beccuccio ricurvo e  i suoi enormi occhiali da notaio.

Ma Barba Gianni, pur  essendo innamorato, aveva paura; nei momenti in cui Cognina non  lo sentiva, diceva al fido Pipi Strello: "Mi sa che questa  Cognina è una furba matricolata: le dai una mano, ti prende il  braccio". Pipi Strello, però, gli rispondeva: "Anche se le darai  il braccio, sarà ancora poco". Barba Gianni brontolava: "Eh, già,  tu parli così perché te ne stai con la testa in giù e vedi tutto  alla rovescia". A questo punto Pipi Strello ribatteva: "Volesse  il cielo che almeno una volta in vita tua vedessi le cose a testa  in giù".

Intanto Cognina non soltanto era guarita ma si  era fatta grande e bella. Abitava pur sempre nella grotta di  Barba Gianni; ma si assentava spesso, misteriosamente, così che  Barba Gianni, ingelosito, si mise a pedinarla e scoprì ben  presto che la sua ospite andava a far visita ad un certo Cico  Gnino, individuo ben noto per le sue prodezze di inveterato  dongiovanni. Barba Gianni arrischiò un rimprovero; non l'avesse  mai fatto, ne ebbe questa risposta: "Vedo chi mi pare e piace e  tu chiudi il becco". Barba Gianni, mortificato, si confidò con  Pipi Strello. Ma la risposta fu la solita: "Vedendo le cose come  le vedo, a testa in giù, ti dico che sei fortunato. Cognina ti  tradisce: ebbene, anche questo è meglio che nulla".

Con  quest'idea che qualsiasi cosa, perfino il tradimento, era meglio  che nulla, Barba Gianni alla fine accettò anche di costruire il  nido nel quale Cognina avrebbe allevato i figli suoi e di Cico  Gnino. Così, il povero vecchio fu visto volare avanti e indietro  portando nel becco manciate di fieno, pezzetti di carta,  lanugini, rami e rametti, steli di canne, stracci e, insomma,  ogni sorta di materiale per rendere più solido e più comodo il  nido dei figli non suoi. Ma Pipi Strello, ostinato, continuava ad  ammonire: "Non lamentarti. Così, almeno, vivi. Prima cos'eri? Un  morto".

Adesso il nido, enorme, stava sospeso in bilico  nel vuoto, in cima al solito sperone di roccia. E quando ben  cinque Ci Cognini sbucarono dalle uova e presero a fare un  baccano del diavolo, coi becchi protesi in su, fuori del nido,  esigendo con prepotenza di essere nutriti, chi fu che si fece in  quattro per portare loro ogni specie di vermi, lumache e insetti  di vario genere se non, appunto, il povero vecchione Barba  Gianni? Ma Pipi Strello non si impietosiva: "Ecco, adesso hai una  vera e propria famiglia. Cosa vuoi di più? Fortunati come te, ce  ne sono pochi".

Andò a finire che, da una fortuna  all'altra, uno di quei giorni, Barba Gianni si sentì dire in  maniera molto sbrigativa da Cognina: "Beh, carissimo Barba  Gianni, è giunto il momento di separarci. Provo non so che  prurito alle ali, non so che smania nelle gambe, non so che  fremito nel petto: tutto mi dice che i miei figli ed io stiamo  per migrare. E tu cosa vuoi fare? Vieni con noi oppure resti  qui?".

Barba Gianni trasecolò: "Come, tu vuoi andar via?". 

"Certo, si capisce, più niente mi trattiene qui".

"Neppure  un sentimento, non dico di amore, ma almeno di gratitudine?".

 "Il solo sentimento che provo è una gran voglia di volare via al  più presto".

"Cerca di dominarti".

"Impossibile. E' più  forte di me".

Barba Gianni, disperato, insistette: "Ma  dove vai? Lo sai, almeno dove vai?".

Cognina rispose  risentita: "Noialtre Ci Cogne non sappiamo mai dove andiamo.  Dobbiamo andare, ecco tutto".

"Ma quelle di voi che tornano,  te l'avranno pur detto dove erano state".

Cognina disse un  po' vagamente: "Dicono che in un luogo lontanissimo c'è un lago  grandissimo con una grandissima luce nel cielo. Nel lago ci sono  tanti, tanti uccelli che svolazzano sull'acqua, pescano pesci  grossi così, si spollinano, prendono il sole, sono felici". "E  io, secondo te, sarei felice anch'io, laggiù?". "Tu sei felice,  secondo me, soltanto al buio, di notte, quando vai a caccia di  topi e poi torni alla grotta con un grosso topo e Pipi Strello te  lo cucina e te lo mangi".

Che fare? Pipi Strello,  consultato, sentenziò: "Meglio un giorno da cicogna che cent'anni  da barbagianni"; Cognina si dava già da fare per i preparativi  della partenza; Barba Gianni allora si decise e annunziò che  sarebbe venuto anche lui. Partirono all'alba. Dallo sperone,  spiccò il volo, per prima, Cognina, poi i cinque figli, alla fine  Barba Gianni. Pipi Strello, lui rimase nella grotta, ma promise  che li avrebbe raggiunti appena avesse avuto loro notizie.  Intanto gridò a Barba Gianni, pur sempre stando con la testa in  giù: "Fai bene a partire: non si vive che una volta sola".

 Vola, vola, vola, Barba Gianni si accorse ben presto che non ce  la faceva. Cognina aveva le ali lunghe, lui, invece, le aveva  corte; aveva polmoni molto sviluppati, lui, invece, piccoli e  stretti; ci vedeva benissimo, lui, invece, era accecato dal sole.  Una mattina che sorvolavano un mare immenso che era tutto un  barbaglio di luce, Barba Gianni avvistò un'isoletta e allora  implorò Cognina: "Fermiamoci per un poco lì, su quello scoglio,  così ci riposiamo". Cognina rispose: "Fermati tu, noi  proseguiamo". "Ma io sono stanco". "Tanto peggio per te". Questa  durezza di cuore di Cognina fece precipitare la decisione di  Barba Gianni. Senza salutare nessuno, discese sull'isoletta,  stette lì qualche ora solo solo a contemplare tristemente il  mare, quindi riprese il volo ma questa volta in direzione della  sua grotta.

Trovò tutto quanto come l'aveva lasciato. Pipi  Strello, che stava tuttora con la testa in giù, gli gridò subito:  "Rimpiangerai tutta la vita di non essere andato fino al lago". 

Barba Gianni non gli rispose, perlustrò la grotta, trovò  una lunga penna bianca, probabilmente caduta dall'ala di Cognina.  La prese nel becco e uscì sullo sperone. Ecco lì, il nido,  intatto ed enorme, tutto ovattato dentro di lanugine e di fieno.  Barba Gianni aprì il becco e la penna bianca cadde nell'abisso.  Poi fu la volta del nido: alla spinta di Barba Gianni, oscillò,  stette un momento in bilico sull'orlo dello sperone, quindi cadde  giù volteggiando, e scomparve. Adesso sorgeva la luna; in quella  luce argentea si scorgeva tutta l'immensa pianura nella quale  Barba Gianni era solito andare a caccia. Barba Gianni disse:  "Beh, vado a prendere un topo, per domani". Pipi Strello gridò,  testa in giù: "Come lo faremo?". Barba Gianni rispose: "Al  forno;" e volò via.

Alberto Moravia

Giromondo-

Gorilla semina panico allo zoo

E' accaduto allo zoo  di Riyadh, capitale dell'Arabia Saudita: Gaile, un gorilla  femmina di 28 anni, è evasa dal recinto e ha seminato il panico.  Arrampicatasi su un albero, Gaile ha ferito in modo lieve il  guardiano che cercava di fermarla. Solo una siringa soporifera  lanciata a distanza ha permesso di addormentare l'animale e di  riportarlo in gabbia.

 

Nozze di massa

Un  matrimonio d'eccezione è stato celebrato a Tijuana, una città  messicana situata nella Bassa California, ai confini con gli  Stati Uniti. Accompagnate dalle note romantiche dei "mariachi", i  musicisti ambulanti tipici della tradizione messicana, 1.300  coppie hanno celebrato una cerimonia nuziale comunitaria per  sostenere i valori della famiglia e a tutela dei figli. Per  l'occasione il sindaco della città ha anche sorteggiato due case  e altri regali che sono stati consegnati ai novelli sposi.

 

 Mille chilometri in gondola

Una coppia veneziana,  Vittorio Orio e Monica Hegglin, percorrerà mille chilometri sul  fiume Reno, da Basilea ad Amsterdam, navigando su una gondola a  due remi. L'impresa dovrebbe durare circa 20 giorni, servirà a  raccogliere fondi per finanziare la ricerca sull'atrofia  muscolare spinale, avviata dall'Associazione malattie rare.

 

 Compra una statua ed è un Donatello

Un gallerista  inglese ha acquistato a un'asta una statuetta anonima per poco  più di dieci milioni di lire. L'esperienza gli aveva suggerito di  trovarsi di fronte non a una statuetta di poco valore, ma a un  pezzo del Quattrocento fiorentino. Il riscontro iconografico gli  ha confermato che si trattava di un'opera autografa di Donatello. 

 

Bocciato al mega-concorso protesta sul giornale

 Bocciato al mega-concorso del ministero della Pubblica  Istruzione, un abitante di Fano (Pesaro) ha comprato un'intera  pagina di un quotidiano locale, il Corriere Adriatico, per  protestare contro l'esclusione e segnalare i disservizi che, a  suo dire, hanno compromesso la sua prova. 

 

Come stai? 

Già da bambino avevo l'abitudine di prendere molto sul  serio le domande degli altri, al punto da impegnarmi oltre le  loro aspettative, generando quindi sorpresa, disagio e desiderio  di interrompere la comunicazione.

La domanda "come stai?"  suscitava in particolar modo il mio impegno e la mia volontà di  rispondere con estrema cura descrittiva e con profonda sincerità. 

Non mi riusciva di comprendere che si trattava di una  domanda di circostanza, formulata più che altro per iniziare la  conversazione, per offrire all'incontro il sapore  dell'avvicinamento, restando comunque nella superficialità di una  conversazione leggera, lontana dalle difficoltà di un vero e  proprio confronto interpersonale.

Forse il limite della  mia funzione visiva indirizzava la mia attenzione verso il  contenuto del messaggio e me lo faceva considerare più  astrattamente, quasi privo di figurazione mimico-espressiva.

 Bisogna dire infatti che i messaggi caratteristici di una  conversazione superficiale vengono coloriti più che altro dalla  mimica del volto e dal comportamento posturale, piuttosto che da  particolari intonazioni vocali.

In ogni caso questi miei  sforzi ingenui di rispondere con impegno naufragavano nel vuoto,  suscitando spesso derisione da parte degli altri, senza che io  comprendessi il significato della loro sgradevole condotta.

 Logicamente crescendo ho avuto la possibilità di capire  sempre meglio l'insieme di quelle circostanze ed il pasticcio di  comunicazione che in esse veniva generato da reciproci errori di  interpretazione.

Queste chiarificazioni mi hanno  certamente consentito di governare meglio la conversazione  superficiale e di assumere condotte più adeguate anche nelle  situazioni sociali che esigono disinvoltura e immediatezza.

 Questo però non significa che io abbia modificato la mia  sensibilità rispetto all'impegno da offrire alla comunicazione  con gli altri.

Continuo a credere infatti che il contenuto  di una domanda costituisca un vincolo per l'interlocutore, un  vincolo da onorare con una risposta concepita e formulata  compiutamente.

In particolar modo continuo a credere,  nella intimità delle mie convinzioni, che la domanda "come stai?"  sia per molti aspetti una domanda delicata, da rivolgere  all'altro con prudenza e con responsabilità, ma soprattutto con  autentico rispetto per la sua risposta.

Tra le cose che  oggi decadono possiamo certamente includere la capacità di  ascolto che rischia di essere sommersa dal bisogno di  immediatezza.

Cerchiamo di non considerarla una decadenza  ineluttabile e fatale. In fin dei conti si tratta soltanto di  riprendere un esercizio trascurato e quasi dimenticato.

 Mario Mazzeo

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Simona Sciaudone

Ufficio Stampa UIC

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