Gennariello n. 2
Febbraio 2000
La maschera di D. Volpe A. CatalaniL'uomo e la lepre di Elisa Koman
La vera storia del lupo di Fulco e Isabella Pratesi
Ci sono cose da fare di Gianni Rodari
Evviva la neve! di Walt Disney
Il brutto anatroccolo di Andersen
Quando i pensieri gelavano nell'aria di Alberto Moravia
La diversità del brutto anatroccolo di Mario Mazzeo
Sulla strada, vicino al bosco, sono passati dei bambini. Erano vestiti in modi buffi con tanti colori. Erano allegri, facevano chiasso. Hanno tirato tante striscioline, le stelle filanti, e tanti pezzetti di carta colorata, i coriandoli, che sono rimasti là per terra.
I quattro amici se ne sono rimasti nascosti, disturbati da tutto quel rumore, e anche un po' spaventati. Poi sono usciti dai rifugi e sono andati a vedere.
Uga, la golosona, crede che i coriandoli siano confetti, li morde e protesta: - Non hanno nessun sapore!
Spin vuole farsi una coda lunga come quella... di Codalunga, usando le stelle filanti che ha raccolto, e Ciop lo aiuta. Ci riescono, e dopo un po' il riccio si pavoneggia con una coda nuova.
Lo scoiattolo gira qua e là, curioso di tutto. La sua attenzione è attirata da una mascherina nera, che è stata perduta da un bambino. Sta lì, appesa a un rametto alla base del cespuglio. Prima, Codalunga ha un po' di paura e grida agli amici: - Correte, qui c'è una faccia!
Arrivano tutti.
- Com'è brutta! - dice Ciop, e fa per volare via. Spin è più coraggioso: scuote il rametto e la fa cadere. E' solo un pezzo di faccia, con il naso e gli occhi.
Lo scoiattolo ha il coraggio di prenderla con le piccole mani, e se la mette davanti al muso per osservarla bene. A vederlo, sembra un... mostro. Ciop scappa. Spin si tira indietro. Uga invece si mette a ridere: - Ah, ah, come sei buffo!
Allora anche gli altri ridono, si fanno avanti e fanno il gioco di stare, uno per volta, prima davanti e poi dietro la maschera. Si sentono molto coraggiosi.
D. Volpi e A. Catalani
(da "I quattro amici nel bosco")
Il regalo misterioso
Topolino vi suggerisce quale regalo c'è in uno dei due pacchi che porta a casa, e dice "se quando nasci tu ce l'hai fortuna di certo tu avrai". Ti aiuteranno le iniziali dei contrari di ogni parola qui elencate: veloce; basso; freddo; nemico; massimo; avanti; lungo; esterno; ottuso.
(Soluzione: la camicia)
Indovinello
Di chi ha paura un topo che va a sciare in montagna?
(Soluzione: del... gatto delle nevi)
Anagramma
Scopri gli oggetti usciti dalla macchina "impacchetta regali" di Archimede anagrammando le parole: 1) trachira; 2) trambo; 3) carchetta; 4) molo vatico; 5) mobilautonia; 6) panenetto; 7) sova.
(Soluzioni: 1) chitarra; 2) tromba; 3) racchetta; 4) locomotiva; 5) panettone; 6) vaso)
Risatissime
Al cinema: un signore che ha al suo fianco uno spettatore con un cane dice: - E' sorprendente come il suo cane segue lo spettacolo. E l'altro: - e vero! Soprattutto considerando che quando ha letto il libro non si era neanche divertito.
Nel vagone letto: E' notte e da uno scompartimento si sente: - Che sete che ho, che sete che ho, che sete che ho.... Passata un'ora con questa lamentela, un passeggero, spazientito, non riuscendo a dormire, prende una bottiglia d'acqua e la porta al passeggero che si lamenta. Passano pochi minuti e dallo stesso scompartimento si sente. - Ah! Che sete che avevo, che sete che avevo, che sete che avevo....
Un uomo, che andava in giro per il mondo, arrivò un bel giorno in un bosco e vide una lepre che dormiva. L'uomo cominciò a pensare così: "Prendo la lepre e la porto a casa. La lepre fa i leprotti. I leprotti crescono e si riproducono, così avrò molti leprotti. Vendo i leprotti e mi compero una gallina. La gallina mi fa le uova. Dalle uova nascono i pulcini. I pulcini crescono e diventano galline. Vendo le galline e mi compro un'oca. L'oca mi fa le ochette che crescono e si moltiplicano. Io vendo le oche e mi compro una vitella. La vacca si riproduce e fa i vitellini. Io li vendo e mi compro una casa. Eh! Diventerò proprio ricco!".
A quel punto tutto contento l'uomo battè le mani. La lepre si svegliò e scappò via!
Elisa Cadorin Koman
(da "Pacala e Tyndala")
Le hai mai sentite tutte quelle storie dove il lupo fa sempre la parte del cattivo? Probabilmente il lupo s'è reso conto che l'uomo non gli vuol bene. Gli ha sempre dato una caccia spietata uccidendolo senza ragione e accusandolo di cose che spesso non aveva fatto. Perché, vi assicuro che se incontraste un lupo in montagna il primo a fuggire a gambe levate sarebbe lui! Dovete capire che quando uccide una pecora è solo per fame. E la sua caccia segue una regola: le prede sono solo gli animali più vecchi o malati.
Gli ultimi lupi rimasti vivono soprattutto nei parchi nazionali dove si cerca di proteggerli e farli vivere in pace.
Fulco e Isabella Pratesi
(da "Nel mondo degli animali")
Ci sono cose da fare ogni giorno:/ lavarsi, studiare, giocare/ preparare la tavola/ a mezzogiorno./ Ci sono cose da fare di notte:/ chiudere gli occhi, dormire,/ avere sogni da sognare,/ orecchie per non sentire./ Ci sono cose da non fare mai,/ né di giorno né di notte,/ né per mare né per terra:/ per esempio la guerra.//
Gianni Rodari
(da "Filastrocche in cielo e in terra")
L'aglio fa benissimo al nostro organismo ma molte persone non lo mangiano per il forte sapore che rimane in bocca o perché non si digerisce bene. Volete un trucco per evitare entrambi i problemi? Dopo aver mangiato un piatto condito con aglio, masticate un po' di zucchero o un grano di caffè per togliere l'odore dell'alito; per digerirlo bene invece, basterà togliere il germoglio verde che troverete all'interno degli spicchi prima di metterlo in padella!
Il primo film di King Kong, girato nel 1933, non poteva certo permettersi tutti gli effetti speciali che ci sono oggi a disposizione per realizzare mostri e scene mozzafiato. All'epoca perciò il gigantesco King Kong non era altro che un peluche alto appena 40 centimetri che, con un particolare sistema di ripresa, si muoveva come un vero scimmione in carne ed ossa!
L'echidna è uno dei mammiferi più antichi e bizzarri che abitano il nostro pianeta. Questo animale, che vive solo in Australia, è simile a un istrice, ma al contrario degli altri mammiferi, depone le uova come gli uccelli tenendole in una tasca sotto la pancia. L'echidna non ha una buona vista, ma un odorato eccellente che le permette di scovare le formiche di cui è ghiotta anche a distanza di metri, annusando l'acido formico secreto da questi insetti.
Le corna sono escrescenze ossee che si sviluppano sul cranio di certi animali
Non è vero... o, meglio, vale solo per cervi, tori e compagnia. Ma "corna" viene usato anche in altri casi. Il corno di rinoceronte, per esempio, è solo un ammasso di peli; quello del narvalo è un dente (che si sviluppa attorcigliandosi); i cornini della lumaca sono addirittura organi di senso.
Il boomerang è un'arma esclusiva degli aborigeni australiani
Non è vero: se ne faceva uso anche nell'antico Egitto, e alcuni boomerang dell'epoca dei Faraoni, perfettamente conservati, sono esposti al Museo del Cairo accanto a quelli australiani, a dimostrare che sono assolutamente identici. Rimane misterioso il fatto che due popoli senza contatti tra loro, ai capi opposti della Terra, senza nessuna conoscenza di aerodinamica (quella scienza di sviluppò millenni dopo), abbiano inventato un attrezzo capace di volteggiare in aria e tornare al punto di partenza. Incredibile ma vero.
I granuli di polvere dispersi nell'aria sono solo causa di inquinamento
Non è vero... o meglio, non è esatto: "non tutti i mali vengono per nuocere".... Infatti cosa accadrebbe se, per ipotesi, non esistesse nell'aria neppure un briciolo di polvere? Ebbene, sarebbe un bel guaio, perché è proprio attorno ai granuli di polvere che l'umidità si condensa formando le gocce di pioggia. Senza polvere non ci sarebbe pioggia e i risultati sarebbero allucinanti. Naturalmente non bisogna esagerare: troppa polvere non fa certo bene all'atmosfera.
Una mattina Ih-Oh si sveglia e vede che è nevicato. "Noia, ancora neve!" dice brontolando. "Ancora piedi freddi e raffreddore. Brr!"
Il quel momento passano da lì Tigro e Ro.
"Ciao Ih-Oh!" salutano allegri.
- "Vieni con noi sulla slitta?"
"No, no, fa troppo freddo!" risponde Ih-Oh.
"Ma no, basta che ti copri bene!" dice Ro.
"E' vero, dai vieni!" aggiunge Tigro.
"Ci divertiremo un sacco!".
Poi Tigro si toglie la sciarpa e la avvolge intorno al collo di Ih- Oh.
"Ecco, ora starai bello caldo, amico mio!" dice: "Dai, sali sulla slitta!"
"Non credo che mi divertirò!" dice Ih-Oh salendo sulla slitta insieme a Ro.
"Tenetevi forte!" grida Tigro dando una bella spinta alla slitta....
E... Tonf! Ro cade proprio sulla schiena di Ih-Oh.
"Non è affatto divertente!" si lamenta l'asinello.
"Facciamo un altro giro?" chiede Ro ai due amici.
"Non ci penso nemmeno!" esclama Ih-Oh.
"Allora facciamo un pupazzo di neve!" propone Tigro.
Ma... Cosa succede? Per fare il pupazzo, Tigro e Ro buttano la neve addosso al povero Ih-Oh!
"Brr, che freddo!" sospira Ih-Oh tremando. "Sto gelando!" Per fortuna arriva Cangu con un vassoio di té bollente.
"Qualcuno ne vuole?" chiede gentilmente.
"Ecco di cosa ho bisogno!" sorride Ih-Oh bevendo il té in un solo sorso.
"Ora che ti sei riscaldato, giochiamo a palle di neve!" grida allegro Ro.
Ma Ih-Oh scuote la testa.
"No, no grazie!" risponde l'asinello "io me ne torno a casa al calduccio. Per oggi ho visto abbastanza neve!"
Le rime nevose
Mentre giù dalla collina/ va la slitta ballerina,/ ride forte e allegro Ro/ e ha paura invece Ih-Oh./ Ops! C'è un tronco in attesa/ proprio in fondo alla discesa/ e i due amici con un salto voleranno molto in alto!//
Walt Disney
(da "Winnie the Pooh")
Come era bella la campagna! Con l'arrivo dell'estate il grano nei campi era di un bel colore giallo dorato, i papaveri erano rossi e l'avena ancora di un bel verde brillante.
In questo luogo meraviglioso c'era una fattoria circondata da una rete di canali per l'irrigazione dei campi. Sulle rive di questi canali crescevano grandi piante e si formava una fitta vegetazione di rovi e di cespugli vari, così intricata da essere quasi inaccessibile.
Su una di queste rive un'anatra ha deposto le sue uova. Era già molto tempo che le covava ed ora attendeva la schiusa con impazienza.
Finalmente, un bel giorno iniziarono, una ad una, ad aprirsi le uova.
- Pip, pip, pip! - Pigolavano i nuovi nati.
I loro beccucci erano riusciti a rompere i gusci e ora le testoline facevano capolino dal nido verso il mondo.
- Quac, quac, quac! - Gridavano con tutta la loro forza i piccoli anatroccoli mentre, curiosi, gettavano attorno i primi sguardi.
- Ci siete tutti? - Disse mamma anatra, e subito aggiunse: - No. Ne manca uno!
L'uovo più grosso infatti era ancora intatto sebbene mamma anatra, per fornirgli più calore, lo avesse riposto nel centro della covata.
Proprio in quel momento venne a farle visita una vecchia papera.
- Come ti va, amica mia? - chiese.
- Tutto bene, grazie. - Rispose l'anatra. - E' solo quest'uovo che mi preoccupa un po' .... Non vuol saperne di schiudersi!
Poi aggiunse:
- Vedi gli altri piccoli? Sono belli e sani e sono nati tutti insieme.
L'amica, avvicinandosi al nido per vedere meglio, disse:
- Fammi un po' vedere quell'uovo che non si schiude... - E, dopo averlo ben osservato, continuò:
- Sembra di tacchino. A me è già capitato una volta e feci molta fatica a capire che non era come gli altri piccoli. Poi, quando li misi tutti in acqua, ne ebbi la certezza! Sì, sì! - Concluse. - Questo è certamente un uovo di tacchino!
L'anatra, poco convinta, decise di portare a termine la cova.
Venne finalmente il momento anche per il grosso uovo, che si schiuse.
- Pip, pip! - Salutò il nuovo nato.
Era gagliardo e fiero. L'anatra si fermò ad ammirarlo.
- "E' un papero enorme!". Pensò.
Il giorno dopo era una bellissima giornata e l'anatra, orgogliosa ed impettita, insieme alla sua prole si diresse verso l'acqua e vi si tuffò dentro.
- Quac, quac! - Gridavano entusiasti i piccoli anatroccoli seguendola. Ad ogni tuffo rimanevano interamente sommersi ma, dopo un attimo, riemergevano e iniziavano a nuotare con molta naturalezza. Tutti felici, sotto il vigile occhio della mamma, prendevano confidenza con l'acqua e imparavano a nuotare.
- Quac, quac! - Disse infine l'anatra. - La lezione di nuoto, oggi è finita!
Usciti dall'acqua e giunti in prossimità della fattoria si arrestarono per un trambusto che proveniva proprio dal recinto delle anatre. Infatti si stava svolgendo una tremenda zuffa fra due famiglie. Queste, tra starnazzi e beccate, si contendevano la testa di un'anguilla.
Mamma anatra e i suoi piccoli stettero prudentemente in disparte in attesa che la disputa terminasse.
Improvvisamente dallo steccato si lanciò nel mezzo della rissa il gatto. Fu una cosa fulminea: afferrò senza mezzi termini la testa dell'anguilla e, veloce come era apparso, con un gran balzo scavalcò la staccionata e sparì, lasciando tutti a bocca asciutta.
- Visto? - Disse l'anatra ai piccoli. - Così va il mondo!
E si diresse verso il gruppo dei più anziani della comunità.
Giunti nel mezzo del gruppo, i piccoli fecero la riverenza in modo molto educato e in coro dissero: - Quac, quac!
Subito i commenti furono indirizzati all'anatroccolo più grosso:
- Guarda com'è difettoso quello! - Dicevano alcuni a voce alta.
- E come è brutto! - Aggiungevano altri.
Infine parlò il più vecchio degli animali, che disse:
- Lei, signora, ha avuto proprio dei bei figlioli, peccato per il più grosso, è un vero insuccesso!
- Mi rendo conto, venerando. - Replicò l'anatra. - Però ha un cuore buono e io non desidero altro. Sicuramente migliorerà il suo aspetto crescendo!
Detto questo fece un inchino e, salutando tutti, se ne andò seguita dalla prole.
Sin dalla sua nascita l'anatroccolo nato brutto non aveva ricevuto che beccate, scherno e derisione. Il tempo passava ma gli attacchi al brutto anatroccolo non cessavano mai. Anche i fratelli, sebbene più piccoli di lui, non lo risparmiavano quanto ad insulti.
- Ti mangerà il gatto, brutto come sei! - Gli ripetevano di continuo.
Nemmeno sua madre poteva trovare consolazione; poiché l'anatra aveva esaurito ogni speranza di vederlo cambiare e non trovava più parole per alleviare la sua tristezza.
I gatti, che si erano accorti di come fosse malvisto, cominciarono a tendergli degli agguati, ma, per fortuna, non riuscivano mai a sorprenderlo indifeso.
Un giorno un giovane galletto, per farsi bello agli occhi delle gallinelle, lo colpì più volte con gli speroni e nessuno intervenne per difenderlo.
Il povero anatroccolo era esasperato. Una sera, dopo che anche la figlia del contadino aveva cercato di prenderlo a calci, saltò sulla siepe e scappò dalla fattoria.
Aveva gli occhi colmi di lacrime e piangendo attraversò di corsa i campi. Si infilò nel bosco che era già buio.
Camminò per tutta la notte con addosso il terrore e la disperazione. Al mattino si accorse di essere vicino alla grande palude.
Vide sulla riva diverse anatre selvatiche e, addolorato e stanco, si avvicinò a loro.
- Chi sei? - chiese una di loro.
Così, tra lacrime e singhiozzi, il brutto anatroccolo raccontò la sua triste storia.
Le anatre si riunirono in consiglio per prendere una decisione. Poco dopo la più anziana disse:
- Abbiamo deciso di tenerti con noi, se ti fa piacere, quindi puoi restare.
Detto questo, il brutto anatroccolo fu accettato come uno della famiglia. Alcuni giorni dopo vennero allo stagno due giovani maschi forestieri che amavano bighellonare nei dintorni.
Appresero la storia dell'anatroccolo e lo avvicinarono.
- Ehi, compagno, sei così brutto che ti troviamo persino simpatico!
Abbiamo deciso di mostrarti il mondo e, se verrai con noi, ti porteremo in altri stagni dove potrai trovare la compagnia di molti animali.
Si levarono in volo sollecitando l'anatroccolo a seguirli quando: "Pum!" ... "Pum!". Si udirono due spari secchi e i giovani maschi caddero morti nello stagno. L'acqua si tinse di sangue.
Immediatamente tutte le anatre presero il volo per sfuggire ai cacciatori. Echeggiarono altri spari ed altre anatre caddero colpite a morte. La maggior parte però riuscì a fuggire e svanì all'orizzonte.
Poco dopo i cacciatori liberarono i cani perché riportassero le prede. Il brutto anatroccolo, rimasto paralizzato dal terrore, aveva nascosto la testa sotto l'ala e se ne stava, tremante di paura, in attesa della morte. Udì l'ansimare di un cane farsi sempre più vicino e, sollevando l'ala per guardare, se lo trovò di fronte.
Era un enorme mastino, sudato e sporco di fango. Ringhiando, il cane si avvicinò ancora e il brutto anatroccolo pensò: "E' la fine".
In quella si udirono altri spari ed un richiamo per cani.
Il mastino, dopo aver dato un'ultima annusata, se ne andò di corsa.
"Ma guarda, - pensò l'anatroccolo - Sono così brutto che nemmeno il cane ha avuto il coraggio di mordermi".
Venne la sera. La grande paura passata lo indusse ad abbandonare quella palude e così si mise a correre senza una vera e propria meta. Corse tra boschi e radure, attraversò ruscelli e passò molte colline, così per giorni e giorni finché, una notte, giunse in prossimità di una catapecchia. Trovò una piccola apertura vicino alla porta e vi si infilò.
In quella casa viveva una vecchia con un gatto ed una gallina.
Al mattino la vecchia si accorse dell'anatroccolo e disse: - E tu, da dove salti fuori?
Credendo che fosse un'anatra e pensando che avrebbe deposto le uova, decise di tenerlo con sé. Gli concesse un periodo di prova di tre settimane, ma anche lì il povero anatroccolo era perseguitato.
La gallina non smetteva di insultarlo perché non faceva le uova ed il gatto lo infastidiva con fare prepotente.
Una sera, preso da una grande nostalgia per l'acqua, se ne andò da quella casa.
Camminò per giorni attraversando valli e boschi, solitario e triste.
Arrivò infine l'autunno. I prati ingiallirono e caddero tutte le foglie dagli alberi. Il vento freddo e le notti sempre più lunghe indebolivano il brutto anatroccolo che, verso la fine della stagione, giunse in prossimità di uno stagno.
Vide levarsi in volo dei magnifici uccelli dalle grandi ali e dal lungo collo elegante.
Erano cigni.
Restò per un attimo estasiato ad ammirare tanta bellezza. Li seguì con lo sguardo mentre si allontanavano maestosi in cerca di terre più calde. Passò altro tempo e venne l'inverno. Il brutto anatroccolo era costretto a nuotare in continuazione per evitare di intirizzirsi.
Durante la notte lo stagno nel quale viveva si stringeva sempre più in una morsa di ghiaccio ed era costretto a muovere le zampe per non rimanere imprigionato.
Una notte, vinto dal sonno e dalla fatica, il brutto anatroccolo smise di muoversi e al mattino si accorse di essere circondato dal ghiaccio. Così intrappolato sarebbe sicuramente morto.
Per fortuna si trovò a passare di lì un contadino che, impietosito, lo liberò e lo portò nella sua casa. Là, vicino ad un caldo camino, il moribondo si riprese, ma i figli del contadino cominciarono a fargli dei dispetti.
Spaventato, l'anatroccolo rovesciò una brocca di latte sopra un sacco di farina. La moglie del contadino, infuriata, si mise ad inseguirlo brandendo delle tenaglie e così fuggì terrorizzato anche da quella casa.
Raggiunse un laghetto pieno di canneti e là attese la primavera. Con l'arrivo della buona stagione ed il ritorno del sole caldo, l'anatroccolo si sentì in gran forma e, dalla gioia, iniziò a sbattere le ali.
Facendo quei movimenti scoprì che le sue ali lo sostenevano in aria ed allora continuò e compì il primo volo.
Volteggiò sullo stagno più volte, sorpreso e felice. Decise di fare un lungo viaggio per scoprire altri luoghi.
Giunto in vista di uno stagno dove nuotavano molti cigni, decise di scendere e di riposarsi vicino a loro.
Vedendolo planare sulla riva, i candidi uccelli gli corsero incontro.
"Ecco - pensò - Ora verranno a scacciarmi perché sono brutto". Nel piegare la testa, vide la sua immagine riflessa nell'acqua. Era sul punto di svenire dalla sorpresa.
Non aveva più la testa sgraziata e di colore nero, il suo aspetto non lasciava dubbi: era un cigno!
Gli altri cigni, festosi, lo accarezzavano col becco e giocavano con lui.
Il brutto anatroccolo, divenuto un bellissimo ed elegante cigno bianco, si sentì felice per la prima volta da quando era venuto al mondo.
Andersen
L'invasione della Cina
Come tutte le notti, un soldato dell'esercito imperiale era di guardia sulla Grande Muraglia cinese.
All'improvviso, un grosso falco volò sulla sua testa facendogli cadere l'elmo. Era il falco di Shan-Yu, il feroce capo degli Unni, venuto a invadere il paese. Un attimo dopo, centinaia di funi vennero lanciate sulle mura: i nemici stavano attaccando!
La guardia afferrò una torcia, per accendere il braciere su una delle torri della fortificazione. Questo segnale, infatti, avrebbe avvisato i cinesi che gli Unni avevano superato il confine e che il paese era in serio pericolo. Il soldato aveva appena raggiunto il braciere quando Shan-Yu in persona balzò sulla torre.
"Ora tutta la Cina sa che siete qui!" esclamò la guardia subito dopo aver acceso il fuoco.
"Perfetto!" ribattè il capo degli Unni con un ghigno cattivo. Non aveva paura di affrontare i suoi nemici.
Il Generale Li corse a portare la notizia dell'invasione all'Imperatore. "Maestà," gli disse preoccupato, "gli Unni hanno attraversato il confine Nord".
"Manda le tue truppe a difendere il mio popolo", gli ordinò allora l'anziano sovrano. Poi rivolgendosi a Chi Fu, il suo antipatico consigliere, aggiunse: "Trasmetti avvisi di arruolamento in tutte le province. Arruola le riserve e il maggior numero possibile di soldati". La guerra contro Shan-Yu stava per cominciare.
Un esame importante
Lontano dalla corte, la giovane Mulan si stava preparando ad affrontare l'esame della sensale di matrimoni. Se fosse riuscita a dimostrare che era pronta a sposarsi, avrebbe portato onore alla sua famiglia. Ma le regole da ricordare erano troppe e Mulan temeva di dimenticarne qualcuna. Così, prese pennello e inchiostro e le scrisse sul suo braccio. Intanto, nel tempio di famiglia, suo padre Fa Zhou pregava gli Antenati: "Vi prego di aiutare Mulan a fare colpo sulla sensale oggi!".
Al villaggio nonna Fa e mamma Fa Li aspettavano Mulan già da un pezzo. "Proprio oggi è in ritardo," sospirò Fa Li. "Dovevo chiedere agli Antenati un po' di fortuna". A questo, però, aveva già pensato la nonna. Chiuso in una minuscola gabbietta, teneva il piccolo grillo portafortuna Cri- Cri. Era un regalo per Mulan, così sarebbe stato più facile per lei superare l'esame! Ed ecco che, finalmente, si udì un gran rumore di zoccoli: Mulan stava arrivando al galoppo in groppa al suo magnifico cavallo nero, Khan.
"Sono qui!" esclamò la ragazza sorridendo, e scese con un agile balzo dalla sella. Fa Li osservò i rametti che si erano impigliati nei capelli della figlia durante la lunga galoppata. Ancora arrabbiata per il suo ritardo, le rivolse uno sguardo di rimprovero. "Ma, mamma," cercò di giustificarsi Mulan, "ho dovuto...".
"Non voglio sentire scuse," la interruppe subito Fa Li, "andiamo a darti una bella ripulita".
La mamma sapeva bene che i preparativi per la grande prova di Mulan sarebbero stati molto lunghi. Prima di tutto ci voleva un bel bagno: non ci si poteva certo presentare davanti alla sensale in quelle condizioni!
"E' gelida! brontolò Mulan con un brivido di freddo, appena entrata nella tinozza. Per tutta risposta, la donna addetta al bagno le versò un'intera brocca d'acqua sui capelli e iniziò a insaponarla per bene.
Dopo il bagno, Mulan corse dalla parrucchiera, quindi fu la volta della truccatrice e della sarta....
"Ecco, sei pronta," mormorò finalmente Fa Li mettendole fra i capelli un bellissimo pettine a forma di fiore. Nonna Fa non era dello stesso parere. "Non ancora", disse infatti. Infilò una mela in bocca a Mulan e le allacciò una collana di giada intorno al collo, spiegando: "Una mela per la serenità e una collana per l'equilibrio". Naturalmente, la nonna non dimenticò di legare al vestito della nipote la gabbietta con Cri-Cri!
Mulan era bellissima! Ma nonostante la presenza del suo portafortuna Cri-Cri (anzi, forse anche un po' per colpa sua) dalla sensale le cose non andarono proprio per il verso giusto.
Vedendo Mulan, la donna brontolò subito: "Uhm... troppo magra". Poi si avvicinò alla ragazza per esaminarla meglio, e la afferrò proprio per il braccio su cui Mulan aveva scritto le risposte che non doveva dimenticare. Così si sporcò tutta la mano di inchiostro. Quando si sedettero per prendere il tè, la sensale si passò la mano sporca sul mento e, senza accorgersene, si disegnò due grossi baffi neri intorno alla bocca.
Mulan era preoccupatissima. Invece di guardare la tazza in cui doveva versare il tè, fissava la faccia della sensale, pensando a quel che poteva succedere. E naturalmente rovesciò tutto il tè sul tavolino!
Il peggio doveva ancora venire. Quando a Cri-Cri venne la bella idea di saltare fuori dalla sua gabbietta, la sensale si spaventò e finì sulla stufa accesa incendiandosi il vestito. Mulan provò allora a spegnere il fuoco con il tè, ma lo rovesciò tutto in faccia alla donna. L'esame non sarebbe potuto andare peggio. "Sei una disgrazia! Non porterai mai onore alla tua famiglia", gridò la sensale, inseguendo Mulan che era corsa a rifugiarsi tra le braccia della mamma e di nonna Fa.
(Continua)
Walt Disney
Quando i pensieri gelavano nell'aria
Dovete sapere che un milione di anni fa al polo faceva molto più freddo di oggi. Come niente la temperatura scendeva a un miliardo di gradi sottozero. Con un freddo simile, tutto ghiacciava, persino, non ci crederete eppure è così, persino il pensiero. Appena uno pensava, per esempio: "Ma che freddo boia!" subito, ecco, sulla sua testa, si formava come una nuvoletta di vapore e dentro la nuvoletta, a lettere di ghiaccio aguzze e gocciolanti come stalattiti, si poteva leggere: "Che freddo boia!".
Questo fatto dei pensieri ghiacciati e dunque visibili aveva finito per portare al logico risultato che nessuno al polo aveva il coraggio di pensare quel che sia. Tutti avevano paura che gli altri gli leggessero nel pensiero. Così alla fine orsi, pinguini, foche, cani, esquimesi, nessuno pensava a niente. Era insomma un mondo di tonti. Ma erano tonti non perché fossero in assoluto incapaci di pensare; ma per gentilezza, per delicatezza d'animo.
Uno di quei secoli (allora un secolo voleva dire un giorno), un certo Tri Checo se ne stava su un lastrone di ghiaccio a godersi il freddo, immobile, con gli occhi socchiusi, senz'altro pensiero in mente che questa paroletta: "Bah". Intanto, sulla sua testa a lettere di ghiaccio, si leggeva appunto: "Bah". Che cosa poi volesse dire con questo: "Bah", non è stato possibile saperlo.
Ecco, ad un tratto, fuori dal mare emerse tale An Guilla, tutta spiritosa e scodinzolante che gridò a Tri Checo: "Ehi Tri Checo, sta' un po' a sentire".
Tri Checo bofonchiò: "Dimmi An Guilla".
"Sta' a sentire quello che mi è successo durante il mio ultimo viaggio. Figurati che sono stata in un paese che si chiama Tro Pico dove fa un caldo, ma un caldo! E figurati: a Tro Pico i pensieri non gelano".
"Non mi dire!".
"Proprio così. Per esempio, uno ti guarda e pensa: "Che sederone ha Tri Checo!" e tu ignori questo pensiero perché laggiù, con quel caldo terribile, i pensieri non gelano e dunque restano invisibili".
"Chi dice che ho un sederone?" brontolò Tri Checo impermalito.
"L'ho detto per darti un esempio. Ascolta: perché non ce ne andiamo via dal polo, dove non si può pensare nulla che tutti subito lo sappiano? Perché non andiamo al paese del Tro Pico? Se tu sapessi che piacere pensare senza timore, in piena libertà! A Tro Pico ho fatto proprio una scorpacciata di pensieri".
"Che cosa pensavi?".
"Eh, tante, tantissime cose".
"Per esempio?"
"Mah, non so. Per esempio: il sole è verde. Oppure: due e due fanno cinque".
"Ma il sole non è verde! E due e due fanno quattro".
"Si capisce, giusto. Ma questo è il bello: puoi pensare tutto quello che vuoi e nessuno lo sa".
Insomma An Guilla tanto disse e fece che Tri Checo si lasciò convincere ad andare con lei nel paese di Tro Pico. Forse non si sarebbe deciso così presto se proprio in quel momento, da una barca che si era accostata al lastrone di ghiaccio, non fossero discesi tre uomini impellicciati e armati di bastone. Ora, al polo, tutti stanno sempre con gli occhi verso il cielo, per vedere se qualche pensiero ghiacciato si profili nello spazio. Tri Checo che guardava al di sopra delle teste dei tre uomini armati di bastone, lesse con orrore: "Adesso ammazziamo un centinaio di queste stupide bestie, a bastonate sul muso, e ci facciamo tante borsette e tante scarpe". Vedere queste parole che vibravano, gocciolavano in aria e scivolare giù dal lastrone per Tri Checo fu tutta una sola cosa. An Guilla prese a nuotare davanti a lui e Tri Checo la seguì a ruota o meglio, a pinna. Nuota e nuota, la temperatura passò da un miliardo di gradi sottozero a un miliardo di gradi sopra zero. Mamma mia, che caldo! Il mare bolliva proprio come l'acqua in una pentola; soltanto che in questo caso il fuoco non era sotto la pentola ma sopra. Tri Checo non pensava ancora a nulla; dopo milioni di anni passati senza pensare, la sua testa era ancora paralizzata; ma ogni tanto, pur nuotando, interrogava An Guilla: "An Guilla, carissima An Guilla, stai già pensando?"
"E come!".
"E cosa pensi?".
"Penso tante cose di te".
"Per esempio?"
"Ah, non te lo dico: potresti offenderti".
Tri Checo ci rimase male. Al polo, come abbiamo detto, nessuno pensava nulla di nessuno. E ora, invece, ecco An Guilla, che, approfittando del fatto che a Tro Pico i pensieri restano invisibili, pensava di lui chissà quali cose antipatiche. Pettegola, sciocca, ipocrita creatura! Tutt'ad un tratto Tri Checo si accorse di pensare molto male di An Guilla; e fu sicuro che An Guilla, dal canto suo, pensava molto male di lui. Lo stesso, del resto, succedeva con tutti coloro nei quali via via si imbatteva al paese di Tro Pico. Tutti facevano i più grandi complimenti a Tri Checo: "Bene arrivato, come sei bello, che muso intelligente, che occhi espressivi, che bei baffi ecc. ecc."; ma Tri Checo era sicuro, arcisicuro che se fossero stati al polo lui avrebbe letto per aria, a lettere di ghiaccio: "Ci voleva anche lui adesso, che bruttone, che muso, che occhietti di porco, che baffoni cadenti eccetera eccetera". Questa certezza che nel paese di Tro Pico tutti pensassero il contrario giusto di quello che dicevano, avvelenava il soggiorno di Tri Checo.
Uno di quei giorni, nel mezzo del golfo di Guinea, sotto un sole da un miliardo e mezzo di gradi sopra zero, un certo individuo dalla pelle scura a nome A Fricano se ne stava in barca con la moglie e i figli e cantava una canzoncina ad An Guilla che stava ad ascoltarlo rapita, a bocca aperta: Anguilla, anguilla,/ come sei bella/ così grassottella,/ e tuttavia snella./ Anguilla, anguilla,/ come sei bella!//
An Guilla, attirata da queste parole gentili, dimenticando evidentemente che nel paese di Tro Pico si dice una cosa e se ne pensa un'altra, si avvicinò alla barca. Allora A Fricano, lesto, gettò la rete e in men che lo dico, la povera An Guilla fu presa, fatta a pezzi, panata, fritta e divorata. Tri Checo aveva assistito inorridito a questo scempio. Si allontanò pensando: "Che orrore! Ah, viva la faccia di noialtri del polo, che non pensiamo mai nulla e se pensiamo, tutti possono vedere quello che pensiamo".
Tuttavia, un po' per la novità dei luoghi e dei costumi, un po' per pigrizia Tri Checo non ripartì per il polo. Oltretutto, perché non ammetterlo? Questo fatto di poter pensare senza che gli altri leggessero nel pensiero e soprattutto di pensare il contrario di quello che poi diceva e faceva, lo affascinava. Così Tri Checo restò nel paese di Tro Pico e ne adottò le abitudini. Certo non era un mondo così leale e trasparente come quello del polo; in compenso, però, il fatto di pensare per conto proprio, senza controlli esterni, portava a degli sviluppi impensati. Per esempio, pensa che ti ripensa, Tri Checo arrivò a pensare cose molto elevate, addirittura filosofiche; cose di questo genere: Chi siamo? Da dove veniamo? Qual è il nostro destino? Perché ci siamo? Dove andremo?
Erano, insomma, le domande che ci si pone se, tanto tanto, non si vive per mangiare ma si mangia per vivere. Le risposte erano: siamo tutti trichechi; veniamo dal polo; il nostro destino è di mangiare pesci; ci siamo perché ci ha creati un essere supremo che, manco a dirlo, ha la forma di un gigantesco tricheco; alla fine lasceremo il paese di Tro Pico così falso e bugiardo e torneremo al paese della lealtà e della verità, cioè al polo.
E questa fu infatti la conclusione del viaggio di Tri Checo al paese di Tro Pico. Un bel giorno, stufo di pensare una cosa e di dirne un'altra, Tri Checo ripartì per il polo. "Sì," pensava, "non pensar più, che riposo! Star lì immobili, vuoti, senza pensieri, per almeno un milione di anni!".
Ahimè, illusioni. Una volta al polo, sul suo vecchio lastrone di ghiaccio, Tri Checo si accorse che ormai aveva preso il vizio e, per quanto si sforzasse di non farlo, non poteva fare a meno di pensare. Naturalmente tutti i suoi pensieri apparivano immediatamente al di sopra della sua testa, scritti in scintillanti e diafane parole di ghiaccio. Orsi, pinguini, foche, pesci e pesciolini vedevano questi pensieri ghiacciati e facevano a gara a scappare lontano da lui. Già, perché al polo, allora, pensare era considerato se non altro, una grave sconvenienza; come da noi passeggiare nudi per le strade.
Il povero Tri Checo dal canto suo, vedendo i suoi amici di un tempo evitarlo e sfuggirlo, non poteva fare a meno di pensarne tutto il male possibile. Questo male subito si esprimeva in nuvolette piene di ingiurie e invettive raggelate e così il fossato tra Tri Checo e la gente del polo si approfondiva, diventava invalicabile. In breve Tri Checo rimase solo sul suo lastrone, per sempre solo.
Da allora a oggi, la temperatura è molto salita al polo in modo che i pensieri non gelano più, sono diventati invisibili. Ciò nonostante, Tri Checo ha ormai preso l'abitudine della solitudine e non se la fa più con nessuno. Solo sul suo lastrone, pensa. Che pensa? Pensa con nostalgia ai tempi in cui non si pensava perché i pensieri erano visibili. Bei tempi spensierati benché freddi!
Alberto Moravia
(da "Storie della preistoria")
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Vino, resina e mirra contro la calvizie
"Vino novello, resina e mirra: questo il miracoloso impasto che farà ricrescere i vostri capelli". Parola degli antichi egizi. Durante alcuni scavi a sud del Cairo è stata ritrovata una pergamena, risalente al 300 dopo Cristo, che insegnava a curare la calvizie con un unguento ottenuto mescolando i tre prodotti e da spalmare sul cranio.
Lattine-spia nei bidoni
L'Inghilterra ha dichiarato guerra ai "pirati della spazzatura". Decine di minuscole telecamere sono state collocate all'interno dei bidoni con l'obiettivo di identificare chi non rispetta le regole della raccolta differenziata. Le immagini saranno poi diffuse anche sulla tivù pubblica.
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Non si finisce mai di scoprire le proprietà terapeutiche della mela. Mangiarne una al giorno, come recita l'antico proverbio, non solo toglie il medico di torno, ma provoca un netto aumento delle capacità polmonari. E' quanto emerge da una ricerca condotta in Inghilterra su oltre 2.000 pazienti tra i 45 e i 59 anni.
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Un pesce fossile di 400 milioni di anni, scoperto a Camberra (Australia) da alcuni ricercatori del Museo di Sydney, potrebbe essere uno dei più antichi progenitori dell'uomo. Secondo gli studiosi il fossile sarebbe parte di una linea di discendenza che non solo ha portato agli attinotterigi, la principale classe dei pesci ossei, ma anche ai vertebrati terrestri e all'uomo.
Arriva la pelle artificiale in bombole spray
In Inghilterra sarà presto in vendita la pelle artificiale in formato spray: la nuova sostanza, messa a punto da una ocmpagnia biotecnoligca, si spruzzerà sulle ferite e permetterà di ottenere una guarigione in tempi brevi perché evita la formazione di cicatrici. Gli esperti consigliano comunque prudenza e aspettano il risultato dei test sperimentali.
In casa per un anno solo con il computer
Un giovane americano si è chiuso nella sua casa a Dallas, nel Texas, soltanto con un computer portatile e con il proposito di rimanerci un anno intero. Il ragazzo farà la spesa e ogni altro acquisto via Internet, sperimentando una vita completamente on- line.
La diversità del brutto anatroccolo
Sentirsi brutti non è mai stato un piacere per nessuno.
Questa sensazione nasce in noi generalmente da come gli altri ci guardano, o meglio da come gli altri spostano rapidamente lo sguardo da noi dopo averci osservato soltanto per un attimo.
Infatti, l'attenzione viene concessa ai brutti, quasi esclusivamente da coloro che intendono sottolineare le disarmonie del loro aspetto e magari accentuarne la comicità.
La derisione beffarda del difetto fisico scaturisce dall'esigenza di compensare quel sentimento profondo di pena che insorge in noi quando osserviamo qualcosa che turba il nostro desiderio di pienezza, di bellezza e di totalità.
In altre parole noi viviamo nel brutto la mancanza di qualcosa di buono e, talvolta, addirittura la presenza di qualcosa di cattivo, di pericoloso.
Per questa ragione nella nostra fantasia il brutto può meritare un castigo, oppure, semplicemente un destino non favorevole.
L'immagine dell'altro quando non corrisponde alle nostre aspettative, procurandoci un dispiacere, merita comunque una risposta di equilibrazione, che il più delle volte è di natura vendicativa.
In casi estremi la bruttezza viene vissuta come vera e propria alienità, suscitando in coloro che la percepiscono il terrore dell'ignoto.
In simili casi la presenza del brutto è così perturbante da divenire insostenibile e alimentare il desiderio di fuga, di esclusione o addirittura di eliminazione.
Fortunatamente ci sono anche persone più tolleranti che vivono con maggiore serenità la presenza dei brutti.
Costoro sanno divenire accoglienti e disponibili, esercitando l'intelligenza e la buona volontà.
Le persone più tolleranti nel confronto con il difetto fisico, offrono un po' di respiro e distensione al soggetto che ne vive la penosità, ma certamente non modificano la sostanza della sua condizione.
Per cambiare davvero tale condizione dovrà essere percepita in altro modo, in altra prospettiva, attraverso differenti riferimenti estetici.
Finché la persona soffre la sua bruttezza di fronte a uno specchio implacabile che mette in evidenza la costellazione dei suoi difetti, non c'è via di scampo.
Viceversa si profila una via di liberazione quando cominciamo a identificare nel brutto uno stato nascente di nuova possibile bellezza.
Inizialmente si tratta di un presagio, di un segnale confuso e intermittente che ci attrae, muovendo positivamente la nostra fantasia e la nostra curiosità.
Gradualmente questo segnale cresce, diviene più nitido e intenso, indica più chiaramente il senso della sua evoluzione.
Le persone capaci di osservare e riconoscere il bello nascente, che vive e respira nella disarmonica fisionomia della bruttezza, costituiscono per i brutti la necessaria opportunità, lo specchio intelligente e capace di indicare una prospettiva di rinnovamento alla loro spiacevole condizione. Naturalmente per incontrare simili e improbabili persone, occorre viaggiare, estendere i confini dell'esperienza quotidiana, oltrepassare l'orizzonte della propria dimensione estetica e culturale.
Al di qua del nostro perimetro familiare difficilmente potremo esperire tali opportunità e quasi, certamente, resteremo convinti e conclusi nell'immagine della nostra bruttezza.
Il coraggio di viaggiare con il corpo e con la mente spesso ci viene proprio dalla disperazione, dal dolore di sentirci esclusi, vittime dell'insulto e dell'incomprensione.
Le persone tolleranti saranno preziose lungo il nostro viaggio, poiché ci consentiranno di andare avanti, di prendere fiato e di rinnovare le nostre energie. E' verosimile che prima o poi riusciremo a incontrare qualche persona capace di percepire, di intuire il bello nascente che vive nella nostra realtà personale. Tali persone saranno lo specchio del nostro futuro e sapranno modificare il nostro stesso modo di osservare e di conoscere noi stessi, gli altri e il mondo intero. Verrà così il giorno in cui ci specchieremo nel lago dei cigni e scorgeremo la nostra bellezza in un contesto della realtà completamente rinnovato.
Questa è la storia del brutto anatroccolo, una favola semplice e profonda che dà forza alla nostra immaginazione, illuminando di speranza il sentimento della diversità.
Mario Mazzeo