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Corriere dei Ciechi

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Numero 3 del 2013

Titolo: L'INTERVISTA- Giancarlo De Cataldo si racconta

Autore: Emiliano Angelelli


Articolo:
L'intervista di Emiliano Angelelli

Da "Romanzo Criminale" a "Io sono il Libanese". Giancarlo De Cataldo si racconta.
Ha raggiunto la notorietà nel 2002 con "Romanzo Criminale", il libro da cui è stato tratto il film di Michele Placido e la nota serie televisiva, ma in realtà Giancarlo De Cataldo è uno scrittore (ma anche drammaturgo, traduttore, autore di serie televisive e magistrato) attivo ormai dagli anni '90. Uno scrittore piuttosto prolifico, che negli ultimi anni ha pubblicato diversi romanzi per Einaudi (ma non solo), l'ultimo dei quali si intitola "Io sono il Libanese", uscito nel 2012. Lo abbiamo intervistato per conoscere diversi aspetti della sua vita di giudice-scrittore, dalla scrittura, al rapporto con i suoi personaggi passando per i temi sociali e la disabilità.

D: Perché un giudice di Corte d'Assise diventa scrittore?
R: Nel mio caso, sono praticamente "nato" scrittore, visto che ho iniziato a scrivere a otto anni racconti di pirati, e poi durante l'adolescenza sono passato alla fantascienza, e poi ho avuto il periodo sperimentale, e finalmente ho scoperto (tardi) il noir, che mi ha fornito la chiave per rendere "commestibili" le storie che avrei voluto raccontare e che in effetti ho raccontato. Quindi, quando sono diventato giudice, avevo già in mente di scrivere, e quel che mi mancava era una sponda editoriale. L'ho trovata tardi, a oltre trent'anni, ma, come si dice, meglio tardi che mai. In ogni caso, non sono diventato scrittore perché stanco del lavoro, frustrato dalla riuscita negativa d'inchieste (non sono mai stato un investigatore, sono sempre stato giudicante), ma unicamente per passione. Una benedetta, invincibile, insopprimibile passione.
D: Come concili la tua attività di scrittore a quella di magistrato? Trai spunto dalle vicende che ti capitano quotidianamente per scrivere i tuoi romanzi?
R: Per me non è mai stato un problema. Lo è stato, semmai, per tanti che mi chiedevano, e che ancora continuano a chiedermi (anche se sono un po' di meno, per la verità) "ma com'è che un giudice scrive?". Da quando la realtà del giudice-scrittore è stata accettata, io mi sento molto meglio, e soprattutto guadagno un mucchio di tempo potendo fare a meno di rispondere alla domanda-ritornello: ma com'è che un giudice scrive? Non so da dove derivi tutta questa curiosità: forse dalla cattiva immagine della quale siamo vittime noi giudici, di un pregiudizio che vorrebbe gli scrittori iscritti a una sorta di sindacato... non so, a questo punto, ripeto, mi accetto come sono e sono contento di quanti mi accettano. Per gli altri, pazienza, se ne facciano una ragione: i giudici pensano, amano, soffrono, vivono come chiunque altro e qualcuno, addirittura, scrive! Per quanto riguarda invece le fonti, se è vero che indubbiamente frequentare il tribunale ti mette a disposizione una serie di storie che raccontano il lato oscuro del cuore umano, è altrettanto vero che io non mi sono mai fermato ai soli criminali (e anche quando li racconto, non mi limito a mettere in prosa vicende vere, ma per lo più ne creo di originali). Ho scritto almeno due romanzi del tutto fuori dalle aule, "I traditori" e "Il Padre e lo Straniero", a dimostrazione del fatto che uno scrittore non tollera steccati, né limiti.

D: Dopo il grande successo di "Romanzo Criminale" hai iniziato a scrivere anche per la televisione. Qual è la differenza tra queste due tipologie di scrittura e quale quella che trovi più stimolante?
R: Beh, la letteratura è più difficile, il teatro poi non ne parliamo... fra l'altro, scrivere sceneggiature significa fare gioco di squadra, mentre la scrittura letteraria è attività solitaria, e solo dopo, quando arrivano i primi lettori qualificati (la mia severissima moglie, il mio editor), diventa patrimonio comune. Non c'è dubbio: i libri son più difficili da scrivere!

D: Parliamo del tuo ultimo romanzo, "Io sono il Libanese", dove torni a parlare della Roma criminale. La storia si dipana intorno alla relazione tra Pietro Proietti detto "Il Libanese", un delinquente di strada, e Giada, figlia della borghesia romana, annoiata e ribelle. Raccontaci com'è nata l'idea di questo libro.
R: A metà estate del 2011 il Festival delle Letterature mi chiese un racconto inedito. Scrissi qualche cartella sul Libanese, immaginando una specie di dialogo fra il personaggio letterario e il suo autore. Misi in scena il tutto con la complicità di Francesco Montanari, il Libanese della serie tv. Bellissima esperienza. Il pubblico era stregato. C'era fame di Libanese. Capii che la partita non era ancora chiusa, e ho cercato di chiuderla a modo mio. Pescando in antiche memorie degli anni Settanta, di quando ero giovane e le Giade si innamoravano dei banditi (succedeva anche questo a Roma!). E divertendomi a sfidare il lettore in un gioco: chi è veramente il Libanese? Quello di oggi, quello di dieci anni fa, quello del romanzo, quello della serie tv, quello del film... o forse, come dice il titolo, va a finire che il Libanese sono io?

D: I tuoi personaggi sono spesso dei dannati, destinati a rimanere invischiati senza speranza in uno stile di vita criminale di cui non si possono liberare. Per "Il Libanese" è diverso o anche il suo destino è ineluttabile?
R: È ineluttabile, ma non perché qualcuno lo imponga. Per sua libera scelta!

D: A volte ti hanno criticato per una certa mitizzazione che fai della criminalità. Cosa puoi rispondere?
R: Nell'ultimo racconto che ho scritto, che si chiama "Ballo in Polvere", ed è inserito nella raccolta Cocaina (con Carofiglio e Carlotto), appena uscita per Einaudi Stile Libero, il protagonista è un buono a tutto tondo. E così sarà nel prossimo romanzo, che sto ultimando insieme a Carlo Bonini, l'autore di "Acab" nonché bravissimo giornalista di Repubblica. Bene. Ma non rinnego il passato, tutt'altro. Quello di fare dei cattivi gli eroi di turno è un rischio necessario, se stai raccontando la storia dal loro punto di vista. E il pubblico è abbastanza adulto e vaccinato per capire che i cattivi di cartapesta o di celluloide sono infinitamente meno pericolosi di quelli in carne e ossa. Specie se sono travestiti da buoni, o, peggio, da moralisti.

D: Nel 2008 in Italia è nato una sorta di genere che accomuna molti dei noiristi italiani più bravi (tu, Lucarelli, Wu Ming, Saviano) che si chiama New Italian Epic. Uno stile che prevede l'utilizzo del romanzo storico per raccontare la realtà. Cosa ne pensi del ruolo della narrativa in ambito sociale? Ti poni questioni etiche di questo genere nell'affrontare la scrittura dei tuoi romanzi?
R: Etiche no, ma sono istintivamente tendente alla narrazione realistica e sono attento alla Storia. Il NIE, o come diavolo vogliamo chiamarlo (invidio Wu Ming per la capacità di trovare formule di sintesi, io non ne sarei affatto capace) è un modo sofisticato e utile per declinare una formula narrativa ottocentesca, alla quale non ho mai fatto mistero di richiamarmi: un carattere è calato nel proprio tempo, ne vive le contraddizioni quasi ne fosse un simbolo vivente, o una metafora ambulante, ma noi lo seguiamo non perché ci sta portando per mano in un trattato storico, ma perché ci appassiona il suo destino personale. Con l'occasione, scopriamo anche come andavano le cose in un certo tempo, e quale profondo legame ci sia fra la nostra apparente libertà di scelta e la storia. È Balzac, e prima di lui Stendhal, è Flaubert, è Dickens, sono i grandi russi... compreso il mistero, compreso il delitto, che nelle loro pagine abbondano.

D: Hai mai avuto occasione attraverso il tuo lavoro di venire a contatto con i disabili visivi o hai mai pensato di inserire dei personaggi ciechi nei tuoi lavori? Se sì ce lo puoi raccontare?
R: Ho avuto una figlioletta gravemente disabile, con la quale, prima che mi lasciasse, ho convissuto per 14 anni. È dedicato a lei "Il Padre e lo straniero". Una volta, durante una conferenza in un'università tedesca, ho conosciuto una studentessa non vedente. Siamo diventati corrispondenti, e io le ho spedito per anni regolarmente i PDF dei romanzi in uscita, che lei, con una tecnica che non ho capito, li "leggeva" al PC. Poi ci siamo persi, purtroppo. Maneggio la disabilità con cura, più che altro, direi, con partecipazione. Come uno che c'è stato dentro, per lunghi anni. Lunghi e difficili. Quando leggo le battute semplici e superficiali che talora si fanno, mi indigno. È più forte di me.

D: Negli ultimi anni la tecnologia degli ebook è venuta molto incontro alle esigenze dei ciechi che grazie alla tecnologia sono in grado di avere accesso a un numero sempre maggiore di libri. Che rapporto hai in questo senso con la tecnologia? Cosa ne pensi degli ebook?
R: Non sono, per principio, mai ostile alla novità. Anche se appartengo in modo troppo convinto alla generazione della carta stampata! Ma qualunque strumento incrementi la lettura, ben venga!



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