SCIENZE

LA CECITÀ E LA SUA RAPPRESENTAZIONE NEL MONDO ANTICO

di Roberta Bini e Carmelo G. Malacrino

 

La Musa lo amò molto,

ma un bene e un male gli diede:

degli occhi lo fece privo e gli donò il dolce canto.

(Odissea VIII, 63-65)

Così Omero racconta l’origine della cecità di Demodoco, cantore alla corte di Alcinoo, re dei Feaci, sottolineando la stretta correlazione tra cecità e doti superiori.

Da sempre la vista è stata considerata uno dei beni più preziosi; Quinto Sereno Sammonico, un autore del II-III sec. d.C., nel suo Liber medicinalis, ricordava l’interesse attribuito agli occhi da madre natura, che, per custodirli e proteggerli, li pose nella parte alta del corpo umano, coprendoli con il velo sopracciliare. Plinio il Vecchio, d’altra parte, già nel I sec. d.C. aveva sottolineato l’importanza della vista, affermando "al di sotto della fronte si trovano gli occhi, la parte del corpo più preziosa e quella che, con l’uso della luce, segna la differenza tra la vita e la morte"( N.H.XI, 52).

La constatazione che i ciechi potessero a volte avere una memoria prodigiosa e svolgere utili servigi alla collettività sembra ricorrente nelle culture arcaiche, trovando le proprie origini in Egitto e nell’antico Oriente, dove la figura del cantore cieco era già ampiamente diffusa. In Grecia, nel IV sec. a.C., Aristotele sottolineava lo sviluppo delle capacità mnemoniche consequenzialmente alla cecità, mentre una sentenza dell’oracolo di Delfi aveva già definito la memoria come la "vista del cieco".

La cecità, che, come vedremo, diventa in alcuni casi una sorta di punizione, poteva portare quindi al perfezionamento degli altri sensi. Per alcuni autori antichi questo stato costituiva addirittura una condizione necessaria per il possesso di doti soprannaturali, in particolare dell’arte della profezia. Basti ricordare il personaggio di Fineo, leggendario re indovino della Tracia che, secondo la tradizione, rinunciò volontariamente all’uso della vista per ottenere il dono della preveggenza.

Il dono profetico e la cecità furono da sempre interpretati come una sorta di compensazione; gli indovini, ad esempio, diventavano a volte ciechi proprio per la loro conoscenza superiore o per aver raccontato agli uomini ciò che sapevano. Un esempio dei più noti è dato dal personaggio di Tiresia, descritto da Omero nell’Iliade come un veggente cieco al quale l’arte profetica era stata concessa a confronto della cecità inflittagli dopo aver visto Atena nuda. Nell’iconografia antica l’immagine di Tiresia veniva rappresentata come un vecchio dal capo velato; fra le raffigurazioni più note si ricordano quella di un dipinto parietale conservato nella Tomba dell’Orco a Tarquinia, risalente alla seconda metà el IV sec. a.C., e quelle di due vasi apuli dello stesso periodo, dove Tiresia, coerentemente alla descrizione presente nell’Antigone di Sofocle (V sec. a.C.), viene guidato da un fanciullo.

Se l’accecamento di Tiresa derivò da una punizione divina, a volte anche la cecità provocata da un altro uomo poteva essere compensata dall’intervento divino. Euripide, ad esempio, ricorda il dono delle facoltà divinatorie concesso a Polimestore a seguito del suo accecamento da parte di Ecuba, che vendicava la morte del figlio Polidoro.

La poesia, in quest’ottica, poteva essere interpretata al pari dell’arte profetica come dono degli dei; così i poeti, in un certo senso veggenti e profeti, acquistavano una forza spirituale interiore direttamente correlata alla loro cecità. Plinio, ad esempio, scriveva "Così una profonda meditazione rende ciechi, poiché la capacità visiva si ritira all’interno" (N.H.XI, 54).

Emblematico, in questo senso, è lo stesso Omero, il cui nome sembra derivare etimologicamente da "colui che si accompagna a qualcuno", generalmente il cieco. In una testa conservata nel Museo Barracco a Roma il poeta viene rappresentato come un uomo vecchio ma pieno di dignità; i segni del decadimento fisico dovuti all’età si accompagnano alla capigliatura ben ordinata ed alla barba piuttosto curata, testimoni di una nobile bellezza. La sua cecità perde il significato di semplice tratto biografico, divenendo, in simbiosi alla fronte corrugata, simbolo di saggezza e di una memoria sconfinata.

In molti altri casi, alla cecità come punizione divina non seguì il dono dell’arte profetica o della poesia.

Ancora Omerao, nel II libro dell’Iliade, narra la storia del trace Tamiri, inventore dell’armonia dorica, il quale riteneva di poter vincere con la sua musica anche il canto della Muse; queste ultime per vendetta, decisero di accecarlo, togliendogli il dono del canto. Nel II sec. d.C. Pausania, commentando questo passo proporrà un interessante confronto fra Omero ed il suo personaggio: se il primo continuò a scrivere poesie per tutta la vita senza soccombere alla sua condizione, per Tamiri la cecità corrispose alla fine della sua attività di cantore.

Una sorte simile toccò ad Anchise, padre di Enea, che venne accecato da Zeus dopo essersi vantato, in preda all’ebbrezza, di aver ricevuto i favori di Afrodite.

Abbiamo già visto come l’accecamento veniva spesso causato dall’uomo; ad esso non sempre però seguiva un intervento di compensazione divina.

Edipo, ad esempio, personaggio mitologico accecato dai servi di Laio e protagonista dell’omonima tragedia di Sofocle, appare più volte rappresentato nel repertorio iconografico antico. Se ad esempio un’urna funeraria proveniente da Volterra della fine del II sec. a.C. lo raffigura in ginocchio mentre viene accecato con un punteruolo da alcuni uomini, un rilievo proveniente da Taranto ci mostra invece Edipo, ormai cieco e vecchio, guidato dalla figlia Antigone durante l’arrivo a Colono. È interessante anche ricordare il rinvenimento in una tomba a Lipari di una maschera teatrale di terracotta, sulla quale si potrebbe riconoscere ancora l’immagine di Edipo per il trattamento degli occhi, completamente dipinti di bianco e perciò privi della vista.

Vogliamo concludere ricordando il valore dell’accecamento del nemico come strumento di salvezza. L’esempio più noto è certamente l’episodio di Ulisse e Polifemo nel quale il protagonista, consapevole della difficoltà di uccidere il gigante, decide di accecarlo, facendolo sprofondare in uno stato di dolore e, ancora più importante, di profondo panico. Questa scena è stata oggetto di molte rappresentazioni sia scultoree che pittoriche, fra le quali vale le pena ricordare il grande complesso marmoreo cd. Gruppo di Polifemo, rinvenuto nella grotta di Tiberio a Sperlonga. La scena, ricomposta da molti frammenti, mostra Ulisse, riconoscibile dal copricapo, mentre acceca Polifemo aiutato da due compagni. Fra le più antiche rappresentazioni vascolari dello stesso episodio ricordiamo il cratere di Aristonothos (680-670 a.C.), conservato ai Musei Capitolini a Roma; qui, nel pannello centrale, cinque uomini sostengono il palo che acceca il gigante, rappresentato seduto mentre con un braccio cerca di contrastarne la spinta.

di Roberta Bini e

Carmelo G. Malacrino

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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