Numero 17-17sup del 2013
Titolo: L’Italia bocciata
Autore: Giuseppe Cordasco
Articolo:
La Corte di Giustizia europea richiama l’Italia per il mancato inserimento professionale dei disabili
Degradante, umiliante, mortificante. Sono queste le espressioni con cui tanti operatori del mondo della disabilità hanno accolto in prima battuta la sentenza con cui la Corte di Giustizia europea lo scorso 4 luglio ha condannato l’Italia in materia di occupazione e condizioni di lavoro per le persone con handicap. L’oggetto della decisione ha riguardato in particolare il mancato recepimento nell’ordinamento italiano della norma sulle cosiddette «soluzioni ragionevoli» per i disabili previste all’art. 5 della Direttiva europea 78 del 2000.
I giudici di Lussemburgo, nella loro decisione, hanno infatti considerato non adeguato, proprio sotto il profilo del ragionevole adattamento, il sistema di tutele a favore delle persone con disabilità contenuto nella nostra Legislazione. Il riferimento è in particolare alla legge 68 del 1999, nella quale in definitiva non esisterebbe alcuna disposizione che recepisca in maniera puntuale l’obbligo previsto dall’art. 5 della 78 del 2000 sopra citata. In particolare, secondo i giudici supremi comunitari, le garanzie e le agevolazioni, che pure sono previste dalle nostre norme, alla prova dei fatti non concernono tutti i disabili, non gravano su tutti i datori di lavoro e non riguardano neppure tutti i diversi aspetti del rapporto di lavoro. «E' una sentenza - dice Nina Daita, responsabile nazionale dell’ufficio politiche per le disabilità della Cgil - che ci dispiace molto, perché in realtà il nostro Paese è stato sempre leader nei programmi di inserimento professionale delle persone disabili. In Francia ad esempio esistono zone protette in cui lavorano persone portatrici di handicap, mentre da noi ci siamo sempre battuti per una vera integrazione. In questo senso dunque il richiamo dei giudici di Lussemburgo è davvero umiliante». Una posizione di profondo rammarico confermata anche da Tommaso Daniele, presidente dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti. «E' mortificante dover constatare che sia dovuto intervenire un organismo europeo per affermare nel nostro Paese il diritto al lavoro per i disabili» attacca il presidente Daniele. «Tra l’altro questa sentenza è la dimostrazione di come in Italia la classe politica non abbia compreso quale importanza fondamentale rivesta proprio il lavoro per un portatore di handicap: il lavoro è luce che ritorna, è la strada maestra per l’integrazione sociale. Un cieco che non svolge un’attività professionale, se poi non può godere neanche di una forma di accompagnamento adeguata nella vita, è destinato all’emarginazione e alla solitudine». Un rischio che corrono tanti disabili in Italia, se non altro se si guardano i numeri di quanti portatori di handicap siano effettivamente impiegati in un’attività lavorativa. Nel nostro Paese infatti, secondo quanto riportato dalla Fish, la Federazione italiana per il superamento dell’handicap, solo il 16% delle persone con disabilità fra i 15 e i 74 anni, ovvero circa 300 mila soggetti, lavora regolarmente, contro il 49,9% del totale della popolazione. Inoltre, le persone con limitazioni funzionali che sono inattive rappresentano una quota quasi doppia rispetto a quella osservata nell’intera popolazione (l’81,2% contro il 45,4%). A tutto ciò si aggiunge poi il dato secondo cui sono circa 250 mila le persone, per la quasi totalità donne, che non sono mai entrate nel mercato del lavoro e non cercano di entrarvi, e tra esse il 18,5% è costituito da soggetti con limitazioni funzionali gravi e l’8,8%, ossia la metà, da persone con handicap meno gravi. «Per ovviare a questo stato di cose - dice ancora il presidente Daniele - bisogna fare cultura tra i datori di lavoro per creare sempre più le condizioni ideali affinché un disabile possa essere impiegato. Finora si sapeva che in generale, per un disabile, bisognava adattare un minimo le condizioni di lavoro per farlo operare. Ora bisognerà andare oltre, applicando nello specifico la direttiva 78 del 2000 che impone quello che è detto accomodamento ragionevole, ossia la determinazione di condizioni di lavoro che, non mettendo a rischio ovviamente la continuità produttiva dell’azienda, siano il più possibile rispondenti alle esigenze di un disabile». Anche perché c’è il rischio che con la crisi attuale le percentuali occupazionali dei portatori di handicap, già deludenti, si aggravino ulteriormente. E' già un dato accertato infatti che dal 2000, primo anno di applicazione della legge 68 del 1999, sono più che dimezzati i nuovi avviamenti al lavoro delle persone disabili iscritte agli uffici di collocamento. Nell’ultima rilevazione elaborata dall’Isfol, l’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, si parla di 750 mila iscritti con solo 22 mila avviamenti al lavoro. «Ora la nostra azione - ribadisce Nina Daita - dovrà diventare nettamente più incisiva. Finora, nonostante gli spazi che pure la legge 68 del 1999 concedeva, non siamo riusciti ad imporre all’imprenditore regole più specifiche a favore di disabili lavoratori. Ad esempio poco si poteva fare sul fronte dell’orario di presenza. Ora dalla nostra avremo non solo la direttiva europea 78 del 2000 richiamata dai giudici di Lussemburgo, ma la loro stessa sentenza che bisognerà in tutti i modi cercare di applicare».
E in questo senso qualcosa ha subito iniziato a muoversi. In un recente incontro pubblico, Cecilia Guerra, attuale viceministro del Lavoro, ha annunciato che studierà i documenti giunti dall’Europa e deciderà una strategia governativa da mettere in campo in materia di accesso al lavoro per i disabili. In parole povere bisognerà applicare le richieste giunte dai giudici della Corte di Giustizia, perché altrimenti l’Italia potrebbe essere chiamata a pagare multe anche salatissime. «Tra l’altro - fa notare Nina Daita - qualche tempo fa noi avevamo già posto in Parlamento, attraverso lo strumento dell’interpellanza, la questione riguardante l’insufficiente applicazione delle norme a favore dei disabili lavoratori». Un percorso di revisione e di riordino legislativo quindi già in parte iniziato e che ora non potrà che proseguire. Tra l’altro in programma ci saranno anche importanti appuntamenti di confronto tra le parti sociali, durante i quali la questione potrà essere non solo risollevata, ma anche opportunamente affrontata. «Per settembre - sottolinea infatti la Daita - è stato già convocato un tavolo tecnico con il governo, più volte rinviato in passato per ragioni legate alle elezioni prima e all’insediamento del nuovo Parlamento poi, dedicato proprio al tema delle politiche per le persone con disabilità. In quella sede ovviamente noi presenteremo tutte le nostre proposte, tra le quali quelle che potrebbero portare al superamento delle inefficienze normative che hanno condotto alla sentenza della Corte di Giustizia europea. Di certo bisognerà trovare una soluzione di carattere legislativo, ad esempio un disegno di legge, che vada a inglobare tutte le questioni sul tappeto e renda finalmente più semplice ai disabili poter accedere ad un posto di lavoro». Anche perché, come più sopra accennato, ad aggravare una situazione già di per sé non facile, negli ultimi tempi ci si è messa anche la crisi economica che sta devastando il nostro tessuto produttivo. E a rimetterci, ancora una volta, sono le categorie più deboli, tra le quali non possono mancare purtroppo i disabili. «Ricordo a tutti infatti - sottolinea polemicamente la Daita - che quando un’azienda chiede lo stato di crisi, cosa che accade molto spesso in questo periodo, può ottenere la sospensione della legge 68 del 1999, con tutto ciò che ne consegue in termini di soppressione di impieghi per lavoratori disabili. Stiamo ricevendo migliaia di lettere di protesta, che spesso sfociano nella disperazione, da parte di disabili che perdono il posto di lavoro per questa ragione. Molti di loro temono per la propria stessa sopravvivenza, visto che spesso devono fare conto su un assegno di disabilità decisamente irrisorio». Anche questo dunque sarà un tema certamente all’ordine del giorno al tavolo di confronto che speriamo a settembre possa finalmente vedere la luce. Nel frattempo al mondo della disabilità non rimane che la possibilità di gridare con forza la propria indignazione e cercare, ove possibile, di minacciare iniziative di carattere clamoroso. «Le istituzioni - afferma il presidente dell’Unione Tommaso Daniele - prima si sono completamente dimenticate di noi, rendendo effettiva l’applicazione della legge 68 del 1999 solo al 30%. In questo senso dunque non si può che denunciare il fatto che sul tema del lavoro ai disabili lo Stato non ha fatto il proprio dovere, gettando spesso i portatori di handicap in una condizione di prostrazione e di frustrazione». L’accusa, che d’altronde è stata ora certificata dalla sentenza dei giudici di Lussemburgo, è quella di omesso controllo. Nessuno cioè si è preoccupato, a livello istituzionale, di andare a verificare che effettivamente la legge 68 del 1999, e la successiva direttiva europea 78 del 2000, venissero effettivamente applicate. In realtà si è dovuto prendere atto con tristezza che spesso le norme in questione sono del tutto sconosciute all’interno del mondo imprenditoriale, o quantomeno così si è lasciato intendere. Di qui l’impegno dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti a rilanciare una sorta di programma di divulgazione delle leggi in questione che, come accennato dal presidente Daniele, serva a fare cultura tra le imprese. Ma ovviamente lo sforzo per ottenere quello che rappresenta il semplice soddisfacimento di un diritto acquisito, non può esaurirsi solo sul fronte del rapporto con le aziende. «Chiederemo anche allo Stato di fare la propria parte - annuncia Daniele - e dove non otterremmo giustizia siamo pronti fin d’ora anche a presentare dei ricorsi». L’Unione non si è mai tirata indietro quando c’è stato da combattere una battaglia a favore dei disabili, figuriamoci ora che avrà dalla propria parte un’arma potentissima come una sentenza della Corte di Giustizia europea. E speriamo che questo possa essere il giusto viatico per vedere un domani sempre più disabili al lavoro e meglio integrati.
Giuseppe Cordasco