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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ETS - APS

 

Corriere dei Ciechi

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Numero 11-12 del 2013

Titolo: SPORT- Il judo: stile di vita

Autore: Carmen Morrone


Articolo:
A tu per tu con Pino Maddaloni

Il nuovo allenatore delle squadre maschili di judo che preparerà gli azzurri per i Giochi Olimpici di Rio de Janeiro 2016, è stato allenatore della nazionale paralimpica di judo. È Pino Maddaloni, una leggenda del judo italiano, che a "Il Corriere dei Ciechi" racconta la sua esperienza. "Ho imparato tanto dai non vedenti. Aver lavorato con loro è stato meraviglioso", dice Maddaloni, oggi 37enne e judoka dall'età di tre anni sotto la guida del padre Giovanni. Una carriera ricca di successi, fra cui la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Sidney nel 2000. "Il mandato come allenatore degli atleti paralimpici non è stato rinnovato" spiega. "Alla nuova dirigenza del settore dico che, compatibilmente con i nuovi impegni, sono a disposizione. Il judo paralimpico è un movimento giovane, con grandi potenzialità ed è un peccato non farlo sviluppare. Nel corso degli ultimi due anni mi sono appassionato al judo praticato da non vedenti" racconta Maddaloni. "Per me è stato un momento molto formativo. Sotto diversi punti di vista. Parlando con i miei allievi ho potuto conoscere storie di coraggio e di voglia di vivere che quando le ascolti ti fanno bene all'anima, sono un nutrimento che ti arricchisce". Non solo. "Con i non vedenti ho dovuto rivedere i miei metodi d'insegnamento. Per far capire un movimento dovevo eseguirlo in modo che lo potessero seguire anche con il tatto e non solo con le parole. Poi prendevo la posizione che dovevano avere loro che sempre con il tatto veniva studiata e poi replicata su se stessi. In questo caso ho notato quanta precisione c'era e quanta conoscenza del corpo. Due caratteristiche fondamentali nel judo". Una nuova didattica, che adesso Maddaloni usa anche con i normodotati. "Il mio modo d'insegnare è diventato meno parlato. Dimostro molto di più con il corpo e noto che migliora l'apprendimento". Maddaloni ricopre un altro incarico, ma continua a seguire alcuni atleti non vedenti. "Nella palestra di Scampia, che da anni è gestita dalla mia famiglia, ci sono alcuni judoki non vedenti e spesso mi vengono a salutare i miei ex allievi della nazionale paralimpica". Il judo paralimpico è l'unica arte marziale presente alle Paralimpiadi ed è praticato solo da persone con disabilità visive. Il judo è un combattimento, corpo a corpo, in cui si studiano i punti di squilibrio dell'avversario per farlo cadere al suolo. Il judo non va confuso con il karate che consiste in un combattimento con pugni e calci. Le regole del judo paralimpico sono le stesse del judo olimpico salvo che i non vedenti partono dalla presa: le mani dei due atleti afferrano i baveri del kimono e da qui comincia la gara. Inoltre il tatami ha dei segnali tattili per far capire la posizione sul materassino. In Italia non è uno sport molto diffuso, a differenza della Francia ad esempio, dove si pratica in tutte le scuole perché fa parte del programma di educazione fisica. Non è molto praticato nemmeno da parte dei non vedenti. Maddaloni era riuscito a mettere insieme una nazionale composta da una decina di atleti. Ma i praticanti a livello agonistico non sono molti di più. I non vedenti infatti si avvicinano a questo sport con diffidenza. Maddaloni spazza via ogni dubbio. In quattro mosse. La prima: "Hanno paura di cadere, di farsi male" dice. "Il judo però insegna a non cadere e, se proprio non se ne può fare a meno, a cadere bene, ad appoggiare il corpo nella maniera meno dannosa". La seconda: "Il judo è reazione ad azione. Il judoka quindi è uno che reagisce a uno stimolo esterno. Quante volte i non vendenti devono reagire a stimoli esterni imprevedibili?". La terza mossa: "Il judo non è uno sport per forzuti". Poter praticare una disciplina sportiva in maniera seria significa anche apprendere tante cose in fatto di alimentazione. I judoki sono uomini e donne che hanno una buona proporzione fra peso e altezza. Hanno un corpo sano, forte, senza essere iper muscolosi". E l'ippon magistrale (ovvero il colpo da maestro): "I non vedenti sono atleti come gli altri, non possono vedere, ma possono fare tutto il resto". Anche per Maddaloni, il judo è stato maestro di vita. "Il judo non mi ha mai fatto sentire avvilito. Il judo insegna a non aspettare che qualcosa accada, ma ad azione c'è la nostra reazione. Chi pratica per anni questa disciplina, assorbe questi principi e con naturalezza li applica nella vita. Il judo a me ha insegnato la lealtà, il rispetto delle regole, il senso del sacrificio". Su questo ultimo punto, Maddaloni è severo. "Lo sport, soprattutto a livello agonistico, richiede sacrifici. Purtroppo solo il rispetto di un determinato regime di vita porta a risultati. Non sempre noto questo spirito. Ma quando c'è va assecondato da parte anche dei genitori e degli amici. Questo vale per tutti, ma soprattutto per chi ha una disabilità". Maddaloni spiega: "Una persona con disabilità in Italia purtroppo non riesce a prendere autobus e metrò in autonomia, deve farsi accompagnare. Se per andare al lavoro, si trova la disponibilità di qualcuno, per andare in palestra gli accompagnatori scarseggiano. Purtroppo capita che qualche mio allievo non vedente mi telefoni per annunciare l'assenza all'allenamento perché non c'è nessuno che lo accompagna. In questi casi mi arrabbio con chi non l'ha aiutato. Capisco che lo sport non sia considerato dalle famiglie come una priorità. Ma lo sport è importante per tante cose, non finirò mai di dirlo. Conosco le difficoltà delle famiglie. Sono di Scampia, quartiere popolare di Napoli. Ho conosciuto famiglie di tutti i tipi. E ancora le vedo oggi. Con mio padre abbiamo aperto una palestra proprio a Scampia che rappresenta un'alternativa alla strada per bambini e ragazzi. Facciamo judo, non facciamo calcio, e visto il numero di quanti la frequentano siamo soddisfatti. Poter diffondere la pratica del judo e i suoi valori, per me è come avere vinto una medaglia che però non si esaurisce con l'emozione sul podio", continua. "Dico sempre ai bambini: il primo in classifica ha vinto una medaglia, è arrivato primo. Il campione è un uomo sportivo, che vive quotidianamente i valori dello sport e li riesce a trasferire agli altri. Fare sport, soprattutto in maniera agonistica, è uno stile di vita: conosci la fisiologia, capisci cosa puoi mangiare per avere un corpo sano senza grassi, un fisico forte. Lo sport insegna anche a dare il massimo. Chiedetelo a chi ha fatto una gara, anche solo per divertimento, ma che a un certo punto si è posto un certo obiettivo, arrivare prima di un altro, arrivare primo. Chiedetegli quanto sforzo c'è dietro questo scopo. Si dà il massimo. E saremo pronti a fare lo stesso anche nella vita di tutti i giorni. Se dovessi fare uno spot pubblicitario per promuovere il judo lo slogan sarebbe: "provare per credere", siamo costantemente condizionati da ciò che ci fanno vedere. Ma la realtà, la vita è tanto altro. Judo compreso". Maddaloni è stata una presenza molto importante per il judo paralimpico. "Quando eravamo ai mondiali di Turchia tutte le nazionali fermavano Maddaloni per fare una foto con lui, per aver un suo autografo. Alcuni chiedevano anche consigli. C'erano alcune nazionali che avevano chiesto di venire in Italia a fare degli stage, pur di potersi allenare con Maddaloni". A raccontarlo è Ubaldo Cecilioni, 35 anni, l'attuale campione italiano di judo categoria 100 kg e nuovo vicepresidente del Comitato Italiano Paralimpico dell'Umbria. "Sono felice di questa nomina, spero di dare un buon contributo. Certamente porterò la mia esperienza come judoka e quanto ho potuto imparare da Maddaloni sia dal punto di vista tecnico che umano". Cecilioni è campione italiano in tre discipline: tiro con l'arco, lancio del peso e del disco e judo. In quest'ultima disciplina si sta preparando per i Giochi di Rio 2016. "Voglio affacciarmi su di un panorama internazionale, la prima occasione potrebbe essere il torneo che mette in palio il titolo europeo, che potrebbe svolgersi entro la fine dell'anno. L'importante è fare gare - continua Cecilioni - perché solo così acquisisci la mentalità di gara che va dalla preparazione alla analisi del combattimento per capire i tuoi punti di forza e di debolezza per calibrare gli allenamenti. In Italia, però, ci sono poche occasioni di confronto". Cecilioni lavora alla comunità montana del territorio di Gubbio. "Faccio il centralinista anche se sono laureato in scienza dell'educazione. La mia passione è lo sport, è qui che voglio avere delle belle soddisfazioni" confida. "Faccio sei allenamenti alla settimana. Ho la fortuna di avere degli autisti. Primo fra tutti mio padre. Mi accompagnano, in automobile, in giro per palestre perché vado a Terni, a Città di Castello dal mio maestro di riferimento che è Augusto Mariotti e a Napoli da Pino Maddaloni una volta al mese". Cecilioni ha scoperto il judo per caso. "A un certo punto della mia vita ero 124 kg di massa lipidica. Avevo iniziato la palestra ma è un esercizio fine a se stesso che mi annoia, lo devo associare a qualche disciplina. Sono stato convinto da un amico a provare judo e così mi allenavo in palestra con pesi e bilancieri con l'obiettivo del judo. Ho incontrato Augusto Mariotti che mi ha dato la possibilità di fare le selezioni per la nazionale ed eccomi qui: voglio continuare a fare judo e a vestire il kimono con i colori della bandiera italiana". Per Cecilioni il judo ha avuto ricadute positive anche nella vita. "Ti aiuta a non andare in panico nei luoghi affollati e dove la gente è agitata, ti urta, ti spinge. Il judo ti abitua a essere spinto, urtato, quindi in certe situazioni non hai paura, sai come puoi reagire per non soccombere, per difendere il tuo campo vitale. Questo può capitare allo stadio, in discoteca, a una festa in piazza. Il judo mi ha aiutato a conoscere il corpo, a spostare la soglia del dolore, a essere più fluido nei movimenti, visto che io sono cieco dall'età di 19 anni a causa di un incidente stradale e non ho la naturalezza di chi nasce non vedente. È anche uno sfogo mentale. Il judo è infatti una disciplina completa, come insegnano i maestri, è l'unione di mente e fisicità. Judo significa "via della cedevolezza", che vuol dire trovare in modo rapido i punti deboli dell'avversario e sfruttarli a nostro favore. Il judo è anche reazione ad azione. Quanti imprevisti dobbiamo affrontare in una giornata? Dall'auto parcheggiata sul marciapiede alla persona che va di fretta e ti urta? Il judo ti aiuta a non avere paura, ti dà un corpo forte che non ti fa cadere". Cecilioni ha una grande passione per il judo, sport che, come si diceva, non riesce a coinvolgere altri non vedenti. "Prima di tutto è una disciplina non conosciuta, in tv fanno vedere solo calcio. D'altronde la maggioranza delle persone si informa attraverso la tv. Io invito le persone non vedenti ad andare in una palestra di judo, a provare. Capisco i problemi di mobilità, come dicevo, io sono fortunato perché ho chi mi accompagna. Però ho conosciuto tanti non vedenti pigri e non disposti a seguire in maniera costante gli allenamenti".



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