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Corriere dei Ciechi

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Numero 11-12 del 2013

Titolo: RUBRICHE- Sibemolle

Autore: a cura di Flavio Vezzosi


Articolo:
I Nirvana contro X Factor (di Nicola Mirenzi)

Il 26 settembre è ricominciata la settima edizione di X-Factor, il talent show che è la gioia di grandi e piccini, dalle cui fila però non si sono ancora visti uscire talenti memorabili (gli One Direction sono usciti da quello britannico, e non sono esattamente come Michael Jackson, sebbene ne abbiano tutta la popolarità). Per caso, la ripresa del programma è quasi coincisa con la ripubblicazione di In Utero dei Nirvana, l'ultimo disco della band di Kurt Cobain e compagni, uscito in un'edizione speciale. E non c'è bisogno di moltissime parole per spiegare che X-Factor e i Nirvana sono come il diavolo e l'acqua santa. X-Factor è un programma che vuole portare delle persone al successo. Invece i Nirvana erano delle persone che il successo lo odiavano (nel vero senso della parola). In Utero è un disco straordinario oltre che per le canzoni che ci sono incise sopra (le più belle che abbiano mai fatto secondo me) anche per l'esigenza che i Nirvana sentivano prima di entrare in sala di registrazione: liberarsi dalla morsa della popolarità, che consideravano la prigione del loro talento. Kurt Cobain e compagni avevano scalato le classifiche con Nevermind, uno degli album più noti della storia del rock 'n roll. E quello che per qualsiasi concorrente di X-Factor sarebbe stato l'apice, il primo posto in classifica, per loro era l'abisso. Abbiamo scritto: per loro. Ma sarebbe più corretto dire che per Kurt Cobain il successo era una specie di sciagura, una maledizione. Lo detestava. E insieme a esso odiava se stesso e tutti quelli che adoravano la sua faccia, i suoi capelli biondi, lunghi. Si uccise, per questo. E anche per altre misteriose ragioni. Ma qui non c'importa dire di lui. Ci interessa che In Utero è un disco in cui i Nirvana tentano proprio di uscire dall'immagine che avevano assunto con il successo mondiale e metterci dentro delle verità. È un album sporco, registrato in presa diretta, diretto, che non voleva incidere melodie laccate, infiocchettate in favore del mercato che li osannava. Rape me, dice una canzone: "Stuprami". E provate a trasmetterla in prima serata, a farla cantare a un concorrente di X-Factor con il sorriso sulle labbra, l'intonazione della voce precisa, la minore, e alla fine farsi dare i voti dalla giuria. Quando i Nirvana andarono a Top of The Pops, il palcoscenico della musica commerciale globale, chiesero ai produttori di poter cantare dal vivo (pochissimi lo facevano). Salirono sul palco e cantarono la loro hit Smells like teen spirit a una velocità due volte inferiore dell'originale, con la voce un mezzo tono sotto quella degli strumenti, dunque stonata. I giudici di qualsiasi talent show li avrebbero bocciati per un'esecuzione pessima, una presenza scenica terribile, un modo di vestire vomitevole. Invece è un'esibizione che è rimasta nella storia. Dicono: è il pop, bellezza, cioè arrivare alle persone. Ma dopo sette edizioni di X-Factor, e senza per forza fare la parte di chi si oppone a ciò che è popolare, si potrà pure guardare in faccia la realtà e vedere che dal quel programma non è uscito niente che sia rimasto veramente nella cultura di massa. Invece i Nirvana, che il pop lo odiavano, non solo sono riusciti ad arrivare a milioni di persone ma sono riusciti anche a rimanere nell'immaginario collettivo. Per questo: meglio loro, che X-Factor. fonte: http://www.huffingtonpost.it



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