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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ETS - APS

 

Corriere dei Ciechi

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Numero 1 del 2014

Titolo: RUBRICHE- Segnalibro

Autore: a cura di Renato Terrosi


Articolo:
Giallo d'Avola Un mistero siciliano Paolo Di Stefano
Il Premio Viareggio ha premiato Paolo Di Stefano per la Narrativa (Repaci 2013). Un ottima scelta. Questa la motivazione della Giuria: "Una storia vera che sembra concepita dalla migliore fantasia pirandelliana, fatta di odi implacabili e vite spezzate tra l'indifferenza". Il bello e avvincente libro di Paolo Di Stefano ha un andamento da cronaca nera giornalistica. I personaggi in scena sono tanti e si muovono fra città vere. Si arriva, perfino, a Santo Stefano dove c'è il famoso carcere. L'azione prende il via il mese di ottobre del lontano 1954. Tempi diversi. Una Sicilia diversa. Liti in masseria, violenza, indagini serrate ma il cadavere non si trova da nessuna parte.

Mi racconto una favola Mario Pinzauti Lettera aperta

Mettere giù la solita recensione del libro di Pinzauti, scrittore e giornalista di rango, amico da una vita e amico dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, mi sembrava strano. Riduttivo. Ho preferito inviargli una lettera aperta, confidenziale. Comunque, auguro a Mario Pinzauti e alla sua favola mirabile e appassionata le migliori fortune. "Carissimo Mario, ti ho telefonato subito dopo aver letto "Mi racconto una favola" perché l'emozione mi ha spinto a esternare un sentimento raramente così forte e bello. Si, è vero, la pacatezza si addice ai "vecchi saggi", ma la reattività è giudice di un cuore giovane. Certo, ora, mi ripeto un po', però lo faccio col piacere sottile di sbandierare un certo tipo di gioventù. Alla malora gli stracci rosi dal vento dei decenni appilati! Leggere un libro ed esclamare "Peccato, è finito!", vuol dire, senza farla lunga, che la storia (scusa, la favola) funziona. Vuol dire che l'originalità del tema, l'incastro delle situazioni e la scrittura, polita e pulita, vanno al massimo e che la favola, accortamente narrata con buona favella, dice molto a chi ha buon udito e anche a chi ha orecchio duro ma accoglie ancora significative riverberazioni. Ottime le pagine finali, quando il respiro della macchina costruita per comunicare (una Ferrari Testarossa, di sicuro) si fa largo, ampio, potente come l'amore, che vince, spazza via veli di mestizia, non cede alle trappole del ricalco. L'ultima pagina di "Mi racconto una favola". L'ultimo sogno è per una città, la più bella del mondo, la mia città: Firenze. Quando la lasciai, a vent'anni, le promisi, e mi promisi, che sarei tornato per concludere da lei, con lei, la mia esistenza. Non l'ho fatto. Le correnti della vita mi hanno tenuto lontano e continuano a farlo. E tuttavia è avvenuto senza che mai, neppure un giorno, Firenze non sia stata nel mio cuore. E senza che io non mi sia sentito un fiorentino anche se mi trovavo a Roma, Milano, Venezia, Londra, Berlino, Monaco di Baviera, Parigi, Lisbona, Amsterdam, Copenhagen, Stoccolma, Praga, Budapest, San Pietroburgo, New York, San Francisco, New Orleans, Montreal, Buenos Aires, San Josè di Costarica, Samarcanda, Luxor, Nuova Delhi, Pechino, Tokio, Latina o in una delle cento altre città in cui, per periodi più o meno lunghi , mi sono fermato. Ora davvero basta, davvero via verso l'uscita; dove, sulla soglia, mi aspetto che qualcuno, l'ipotetico nuovo narratore, mi chieda se io non mi renda conto che in questa storia troppe volte , in una veste o in un'altra, raccontando, recitando una parte che da solo mi sono assegnato, perfino sognando, io sono andato oltre l'impossibile e ho probabilmente raggiunto l'impossibile estremo, l'impossibile impossibile. Per l'eventualità che questo accada ho già pronta una risposta. È la seguente: non dimenticare, caro amico, che questa è stata, è ed eventualmente sarà, solo una favola. Purtroppo".



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