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Corriere dei Ciechi

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Numero 7-8 del 2014

Titolo: SPORT- Stefano Gori, tre ori ai campionati italiani paralimpici

Autore: Michele Novaga


Articolo:
Stefano Gori ha 54 anni. Sportivo fin dalla nascita, negli anni '70 comincia a dar calci al pallone come attaccante in alcune squadre locali della provincia di Lucca. Col tempo si trasforma in difensore e per le sue qualità entra nell'orbita di società che militano nella serie B italiana (Arezzo, Perugia e Empoli). Ma a Stefano la vista comincia a dar dei problemi che gli impediscono il "salto di qualità". A 19 anni durante le partite in notturna manifesta problemi visivi: a causarli forse i riflettori ma la diagnosi impietosa giunge poco dopo. È la retinite pigmentosa la causa del suo abbassamento della vista. Che Stefano perde totalmente prima dei trent'anni.
Lasciato dalla moglie, costretto a cambiare lavoro, per lui comincia un'altra vita, fatta di soddisfazioni personali e sportive. Oggi con 110 medaglie conquistate è l'atleta paralimpico più titolato in attività. E sembra non volersi fermare più...
D: Come è cambiata la tua vita dopo la perdita della vista?
R: È cambiata moltissimo. Sono andato in crisi, mi sono abbattuto. Ero teso, gli amici non mi invitavano più ad uscire per l'attitudine che avevo. Nel frattempo mi capitò pure di separarmi. Un momento da dimenticare, senza moglie e con pochi amici proprio mentre stavo facendo l'esame da centralinista. Poi, nel '96 scopro l'atletica leggera, conosco la mia attuale moglie Pierangela (un angelo che mi permette di assentarmi da casa spesso per le mie gare) e mi metto sotto con gli allenamenti. In pochi mesi il mio aspetto fisico cambia: dai 90 kg passo ad un peso forma di 70. Comincio a fare le prime gare: a Firenze nei campionati indoor arrivo secondo nei 400 metri e quarto nei 60 metri. Da lì nasce un cammino sportivo fatto di 54 titoli italiani paralimpici.

D: Tu pratichi uno sport individuale che però svolgi con un'altra persona: la tua guida. Cosa vuol dire allenarsi e vivere lo sport in simbiosi con un altro/a?
R: Noi due dobbiamo essere compatti, io mi fido di lui e dei suoi occhi. Devo essere estremamente concentrato pur sapendo che a fianco c'è qualcuno che ti guida. Persone fantastiche come Patrizio Andreoli e Francesco Niccoli, le mie guide attuali. Ma anche come Matteo Branchetti, Marco Guidotti, Marco Del Medico con cui ho gareggiato in passato.

D: I tuoi valori li esporti anche al di fuori della pista andando a parlare nelle scuole.
R: Io giro per l'Italia andando ad incontrare giovani delle scuole elementari, medie e anche superiori per far conoscere sport e disabilità, volontariato e barriere architettoniche. Diversamente abili a volte si nasce ma spesso si diventa: ecco perché spiego ai giovani che la vita va saputa amministrare, che ad essere incoscienti nello sport facendo fuoripista o tuffandosi si può far male a se stessi. Ma anche far male agli altri. Cerco di spiegare loro di tenere la testa sulle spalle.

D: E vai anche nelle carceri: è più quello che ricevi da queste persone o quello che dai?
R: Si equivale. Durante la giornata vedo persone e ragazzi attenti che mi ascoltano e lo riscontro dalle domande che mi fanno. E nelle carceri dico che la mia malattia mi ha tolto qualcosa che non mi ridà più nessuno. Come anche a voi. Ma non vi dovete ritenere sconfitti un domani che uscirete, anche se avrete perso anni di vita. Vi sentirete forse isolati ma non dovrete sentirvi soli. Avete commesso qualcosa di grave: si può sbagliare ma si può recuperare nella vita. Dovete ritrovare voi stessi dimostrando il vostro valore.

D: Consideri le tue vittorie sportive come una sorta di rivincita sulla vita e sul destino?
R: Certo, perché dimostri quello che non hai potuto dare, tutto quello che ti eri prefissato da vedente. Ogni ragazzino che gioca a calcio da piccolo sogna di diventare un campione. Ma quando ti trovi a partecipare a gare in altre categorie e poi vinci, trovi in te stesso il valore che hai. E vincere ti dà morale, voglia di continuare, forza per sconfiggere la malattia. Insomma la forza di esistere. Dimostri agli altri di esserci, di valere e che se vuoi una cosa la puoi fare. E sai di essere un esempio: se un altro non vedente sa che Stefano Gori pratica sport e vince, gli porti un messaggio e magari diventa un nuovo atleta.

D: La vittoria a cui sei più affezionato?
R: Ogni vittoria ha un suo significato. Dire qual è la più bella di tutte, è difficile. Però se devo sceglierne una dico la medaglia d'oro agli assoluti italiani conquistata ad Empoli nel 1998. Correvo da otto mesi con una nuova guida che, presentandosi la prima volta, mi disse: "Stefano, di te voglio fare un campione, hai le possibilità". Si chiamava Paolo Lazzeri e insieme conquistammo tre bronzi ai campionati Indoor di Ancona. La vigilia di Pasqua mi chiamò e mi disse che ci saremmo visti di lì a qualche giorno per l'allenamento. Ma non lo vidi più: subito dopo si tolse la vita per amore. Nonostante la depressione per la perdita del mio compagno-guida, due mesi dopo vinsi il titolo italiano nei 400: una medaglia d'oro che gli dedicai.
Ma ricordo anche con piacere una vittoria a Cagliari nel 2000 alle convocazioni delle Paralimpiadi di Sidney: vinsi il mio quarto titolo nei 400 dopo un intervento al menisco a seguito di un incidente. Una medaglia inaspettata.

D: Nonostante le tue innumerevoli vittorie non hai (ancora) mai partecipato ad una Paralimpiade. Un sogno che si è trasformato in tabù?
R: È vero: a Sidney avrei potuto partecipare come riserva ma alla fine non mi convocarono. Quattro anni dopo in occasione delle qualificazioni per i giochi di Atene nel salto in lungo a Biella raggiunsi con una prova il punteggio minimo per poter partecipare. Ero già sotto la doccia euforico quando mi comunicarono che il salto mi fu annullato. Una delusione totale che si ripeté anche a Milano due anni dopo per le qualificazioni ai campionati del mondo nei 100 metri: non risultava che avessi partecipato a quella gara. Si era staccato un filo e il mio tempo non poté essere registrato. Alla partenza risultavo presente, ma non c'era il tempo all'arrivo, come non fossi mai arrivato. Una beffa!

D: Spesso si parla di superamento dei propri limiti, di alzare l'asticella oltre. Tu ti classifichi tra questi o piuttosto credi di fare cose normali?
R: Io faccio cose normali. È ovvio che tutti vogliamo andare oltre per dimostrare il nostro valore. Io non voglio strafare, voglio dimostrare solo la mia normalità. Dico sempre che anche se con un handicap possiamo essere utili a noi stessi e agli altri. A volte in noi un normodotato può capire che nella vita se si vuole una cosa, la si può fare. Volendo si fa tutto: io sono cieco ma taglio l'erba e pulisco anche i vetri tanto bene, secondo mia moglie, da spingerla ad affermare che come li lavo io non li lava nessuno...
Altro discorso sul doping, che nello sport a volte è un problema: dove posso arrivare arrivo senza pensare che per esempio usando un certo tipo di sostanze che ti aiutano potrei arrivare anche oltre. Conto solo sulle mie proprie forze e sul mio valore. Vincere una medaglia sapendo di aver ingannato vuol dire tradire tutti.

D: A proposito di aiuto agli altri, promuovi raccolte di vestiti, alimenti, generi di prima necessità per le popolazioni colpite da guerre o calamità.
R: Sì, è vero. Alcune volte, come in occasione della guerra nella ex Jugoslavia o dopo l'alluvione in Versilia ma anche in altre circostanze sia locali che di respiro nazionale o internazionale, mi sono fatto promotore di campagne di raccolta fondi organizzando lotterie e tombole. Con altri amici andando anche personalmente nei negozi e nei magazzini a chiedere merce e alimenti da portare in soccorso a chi ne aveva bisogno. Io sono sempre pronto ad aiutare gli altri: nella vita sono stato aiutato e quindi voglio restituire a mia volta.

D: In un'intervista hai dichiarato che se dovessi tornare a vedere potrebbe essere un trauma perché "sto vivendo al buio e di questo me ne sono fatto una ragione". Ma se riacquistassi la vista solo per qualche istante, cosa vorresti guardare?
R: Non saprei, è una domanda difficile. Vorrei rivedere tutto quello che ho vissuto da vedente, 24 anni concentrati in un micro-racconto. Come un rullo sul quale scorrono veloci le immagini che mi fanno rivedere tutto.

Sportivo per hobby, centralinista all'Agenzia delle Entrate dal 1994 (quando ancora si chiamava Ufficio del Registro) per professione, imitatore per diletto (è amico di Panariello e di Carlo Conti), soprattutto durante i suoi incontri nelle scuole con gli studenti, Stefano Gori coltiva anche la passione per la scrittura. Nel 2002, infatti, insieme alla giornalista Luisella Audero ha dato alle stampe il libro "Gli occhi della Vittoria". Un viaggio nella sua vita dall'adolescenza fino ai primi trionfi nello sport paralimpico con interventi delle persone che lo hanno conosciuto e lo hanno stimato: dagli avversari alle personalità istituzionali come il presidente del CIP Luca Pancalli. Già terminato anche un altro libro ("Oltre le barriere") scritto mettendo insieme i racconti e le esperienze raccolte durante le visite nelle scuole, che però è ancora in cerca di finanziamenti per la pubblicazione. In via di stesura invece l'ultima fatica: un libro a quatto mani con Luisella Audero realizzato intervistando personalità dello sport. "Ho già intervistato il mio amico Marcello Lippi e l'olimpionico Alessandro Lambruschini. Ma voglio intervistarne altri come per esempio Stefania Belmondo", racconta Stefano.

Oltre ad un medagliere da record composto da 110 titoli italiani suddivisi in 54 medaglie d'oro Cip Paralimpici, 24 Libertas, 31 CSI oltre a 30 medaglie d'argento e 11 di bronzo paralimpiche e vari record italiani indoor, Stefano Gori ha ricevuto importanti onorificenze da enti, istituzioni, associazioni sparse su tutto il territorio nazionale. Nel dicembre del 2005 ha ricevuto la nomina di Cavaliere della Repubblica dal presidente Carlo Azeglio Ciampi e il 2 giugno del 2011 è stato nominato Commendatore della Repubblica dal Presidente Giorgio Napolitano.



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