Numero 7-8 del 2014
Titolo: RUBRICHE- Segnalibro
Autore: a cura di Renato Terrosi
Articolo:
Applausi fasulli
L'applauso, un modo di manifestare l'approvazione, nato nella notte dei tempi. Sostanzialmente consiste nel battere tra loro le palme delle mani. Nell'antica Roma l'applauso era già in uso al circo, al teatro, per strada nei pressi degli archi di trionfo. Era un modo per esprimere la positività e spesso l'applauso veniva accompagnato da grida di giubilo imitanti il ronzio delle api, il cadere della pioggia.
L'applauso era una cosa seria, un tributo né troppo frequente, né troppo lungo, quanto bastava per esprimere in maniera immediata il sentimento di soddisfazione e di gratitudine.
Col trascorrere dei secoli anche il modo di applaudire cambia. Arrivano i tornei cavallereschi, le giostre equestri, le sfilate con cavalli bardati e le persone che assistono ci tengono ad esprimere con garbo il piacere di avere assistito ad un gioco bello, ad una tenzone singolare, coraggiosa.
Insomma con il battimani e con il contemporaneo levarsi in piedi si vuole dire qualcosa d'importante, di gioioso. Non è mai a caso.
Passano lenti gli anni nella clessidra del tempo e in determinate circostanze il dono così semplice e - potremmo dire - così naturale regge al mutare dei costumi e delle mode.
Oggi nei matrimoni si applaudono gli sposi quando escono dalla chiesa, si applaude il tenore al termine di una bella romanza, dopo uno speciale "a solo".
Si applaude anche il domatore di bestie feroci, quando ritrae sorridendo la testa dalla bocca del leone. Non si battono invece le mani in chiesa nemmeno quando bravi coristi concludono qualche bel canto gregoriano. E fino a qualche tempo fa nessuno si sarebbe sognato di fare versi sonori o battere le mani allorché il becchino getta l'ultima palata di terra sulla cassa del defunto.
Poi pian piano quasi di soppiatto e infine sguaiatamente piccole minoranze hanno preso a gridare evviva ed applaudire anche durante le cerimonie funebri.
Una sfida? Una esaltazione della vita al cospetto della morte? Una virgola gioiosa nonostante tutto? Chissà!
Anche quando la televisione ha fatto il suo baldanzoso ingresso nella quotidianità, le esternazioni più originali e prive di un preciso significato, l'andazzo del segnalare una particolare presenza (spesso la propria di semplice spettatore o viandante) era trattenuto oppure accennato.
Un vezzo, insomma.
Ma è durata poco questa abitudine, ancora garbata.
È bastata l'entrata in scena dei quiz, delle presenze tanto per riempire le sedie degli studi dove andava in onda il più pacchiano giocherello e le raccomandazioni con castelli luminosi del regista presero a sprecarsi.
Applausi a comando per dare un certo ritmo allo spettacolo pur modesto. Un fondo musicale e sopra gli applausi. Una mescolanza sonora. Una cacofonia ridicola. Fastidiosa.
L'applauso perde del tutto il suo significato originario. Non si approva niente, non si fornisce una testimonianza.
Entra in scena un qualsiasi ospite che forse nessuno conosce davvero e parte il battimano. Il nuovo entrato sbaglia lo sgabello sul quale può sedersi e via un altro applauso. Si tocca il naso? E ancora un altro. Scrosciante. Il presentatore prosegue e fa una domanda ad una signora seduta in mezzo al gruppo degli intervenuti ed altri clangori sopraggiungono.
Finalmente la sarabanda termina. Ma la signora seduta in mezzo al gruppo continua ad autoapplaudirsi. Solitaria.
Sempre così, in tutte le reti, più volte al giorno, più volte all'ora, in un minuto.
La televisione ha ammazzato il vero applauso. Furoreggia l'applauso fasullo. Vien quasi voglia di invocare l'applauso con il ronzio delle api di lontana memoria. Ai tempi dell'antica Roma.
Ho sentito dire che oltremare aumenta il numero delle inserzioni a pagamento per godersi qualche secondo di assoluto.
Meditate gente, meditate.
"Oltre confine" di Euglent Plaku
Una storia di violenza e riscatto. Terribilmente vera
Quando guardo indietro e rivedo alcune vicende della mia vita a volte mi impaurisco e mi sembra di averne passate di tutti i colori.
A cominciare dagli anni della prima gioventù. Al paese natale. Paese, si fa per dire! Quattro case coloniche, assediate dalla miseria e dai soprusi di taluni padroni, fattori e reggicoda.
Nemmeno la luce elettrica c'era e quando fecero i primi allacci e vennero le lampadine fu una festa incredibile.
I miei coetanei, a 14 anni, lavoravano nei campi come bestie da soma e, raccoglievano robuste razioni di sberle.
Figurarsi, poi, gli anni della guerra, trascorsi in Grecia e in Albania. I mortai ti venivano a scovare anche sottoterra. Se nevicava forte e quelli del vettovagliamento restavano bloccati, mangiavi pane e sputo. Come dire gallette e poco più.
Una volta tre ubriachi si infilarono nella baracchetta dove mi riposavo in attesa di andare di pattuglia. Quattro o cinque bombe a mano in dotazione le avevo messe nell'elmetto appoggiato a terra. A due passi. Le fecero esplodere. Risultato: un morto, due feriti ed io sano e salvo.
Le notti passate in luride stamberghe in compagnia di pulci e zecche fameliche nemmeno voglio ricordarle. Fermo e zitto, fuori c'era l'inferno. Di paura non si muore, ripeteva il colonnello, ma si soffre. E i pugni stretti feriscono.
Anche a Roma, negli anni Sessanta, in occasione delle prime inchieste giornalistiche, mi sono capitate pericolose avventure. Due tipacci che dovevo intervistare mi trascinarono con loro sott'acqua, nel Tevere. Dovevano sfuggire a una banda rivale. Per poco non affogai.
Di fronte, comunque, alle storie che Euglent Plaku ha raccolto in un avvincente libro di quasi 400 pagine, non ci sono paragoni che reggano. Vicende mozzafiato, violenze indicibili e gratuite, un dramma che sembra non finire mai.
La storia di Euglent, ragazzo albanese, inizia al di là del mare. Euglent vuole assolutamente lasciare la miseria e il disfacimento del proprio Paese e, sacco in spalla, attraversa le montagne e insieme a pochi altri clandestini come lui arriva in Grecia. Rimedia dai poliziotti le prime razioni di botte. Sul gommone sfida le onde dell'Adriatico e finisce sulle strade di Milano prima e di Roma poi.
"Lavora" ai semafori: mendicità forzata, violenze materiali e morali. Incubi ricorrenti, macchinazioni infernali, freddo e fame. E puzza addosso, perché gli stracci che lo ricoprono aiutano a commuovere i passanti. Aiutano a far soldi. Ma per la gioia dei padroni della gang sfruttatrice bestiale.
"Quanti soldi hai portato oggi?" gli fa lo schiavista.
"Non li ho contati, non ho idea di quanti siano!".
"Non lo sai? Te lo dico io quanti: pochi".
E si avventa con cattiveria a picchiarlo, usando il metallo della pistola, pugni e calci.
Il linguaggio serrato del libro non ha requie. Le storie vere si ammucchiano. Sembrano favole dell'orrore. Un rosario penoso. La fiammella della speranza, del dignitoso riscatto, però, non si spegne mai nel cuore dell'adolescente protagonista.
E il lettore è con lui a sperare. La generosità dei viandanti, degli automobilisti fa capolino tra le righe dure.
Anche le guardie, spesso hanno l'aria di capire e di aiutare. E significa qualcosa.
"Oltre confine" è certo un pugno duro, tiene sveglio il lettore e dona consapevolezza ma come afferma il Gazzettino è anche un libro denuncia. Una sorta di manifesto dei deboli.
Ora il giovane albanese mendicante e schiavo è diventato un uomo, vive e lavora regolarmente in Italia nella provincia di Venezia e ha ottenuto la tanto desiderata cittadinanza. Esperto di Krav Maga, tiene corsi di autodifesa.
Per far conoscere il mio personale apprezzamento per la battaglia vinta da Euglent riporto le ultime righe del volume.
"Solo ora dopo aver visto quel timbro sul passaporto posso lasciarmi alle spalle tre anni di viaggi disperati tra le montagne della Grecia e le onde dell'Adriatico, tre anni di semafori, ponti e panchine tra Milano e Roma, tre anni di soprusi e vergogne, tre anni da "invisibile".
Con la zaino sulle spalle e con la certezza di avere la possibilità di una vita migliore percorro con le gambe che questa volta non mi tremano i pochi metri che mi separano dall'uscita del check point. Sto per intraprendere il viaggio forse più lungo e misterioso con la consapevolezza di essere già un adulto a soli 17 anni".
E in chiusura agli amici lettori mi permetto ricordare che nei primi giorni di giugno la missione Mare Nostrum ha tratto in salvo da un barcone alla deriva, ben cento bambini. Cento esuli in erba.
Euglent Plaku
Oltre confine
Edizioni Bianca&Volta
Segnalazione:
Bibbia e Corano a Lampedusa
a cura di Arnoldo Mosca Mondadori