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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti - ONLUS-APS

 

Corriere dei Ciechi

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Numero 3 del 2016

Titolo: LIBRI- Abbattiamo le differenze

Autore: Stefano Iannaccone


Articolo:
L'intervista all'autore del libro "Educazione, cittadinanza e "nuova paideia"

Un lavoro premiato dalla Siped, la società di pedagogia italiana. Per la sua capacità di raccontare i paradigmi sociali necessari a un cambiamento profondo del nostro mondo. Insomma una rilettura dei metodi e dei principi educativi finora applicati. Il libro Educazione, cittadinanza e «nuova paideia», edito da Ets, del prof. Stefano Salmeri, docente dell'Università Kore di Enna, riformula l'approccio pedagogico proponendo una vera e propria rivoluzione pacifica, basata sulla cultura. E mettendo così in dubbio anche alcuni dei capisaldi della società contemporanea, come l'efficientismo e la meritocrazia. "Bisogna riscoprire alcuni valori come la lentezza e il piacere della fatica per raggiungere i risultati", racconta l'autore in questa intervista. L'obiettivo della pubblicazione è quello di individuare anche quali sono i cambiamenti culturali e quindi pratici necessari a combattere le disuguaglianze e le ingiustizie; per arrivare a un nuovo concetto di cittadinanza, capace di andare "oltre la vecchia educazione civica", sottolinea Salmeri.

D. Prof. Salmeri, il suo è un lavoro imponente nel campo della pedagogia, come si evince dal titolo. Per noi lettori è quindi necessario capire da quale idea nasce l'ultimo libro.
R. Il libro nasce da un percorso di ricerca che sto seguendo da una quindicina di anni nell'ambito della pedagogia, concentrandomi sul tema della cittadinanza. Mi sono impegnato in passato a studiare questo tema su un piano dell'ermeneutica, poi mi sono concentrato sull'attualità. Perciò mi sono dedicato alla pedagogia della pace e al rapporto tra democrazia e populismo. Ho trattato inoltre il paradigma dell'educazione nel mondo ebraico. L'obiettivo è quello di arrivare all'individuazione di un nuovo modello pedagogico, la "nuova paideia" a cui faccio riferimento anche nel titolo del libro. Si tratta di un qualcosa che vada oltre la paideia classica, l'humanitas cristiana e la formazione tedesca. Un qualcosa che possa interpretare i mutamenti planetari in atto e soprattutto sia aperta ai soggetti più deboli. Penso agli stranieri, ai disabili e agli emarginati in generale. Insomma, tutti quelli che sono a rischio di essere espulsi dalla società.

D. La sua analisi è appunto nel complesso della società. Nello specifico cosa dice sui non vedenti?
R. Quando parlo di differenza, parlo anche da non vedente. Il problema della differenza lo vivo in prima persona sin dalla nascita. I miei studi sono partiti dalla pedagogia speciale, dopo ho vinto il concorso di pedagogia generale, che si coniuga maggiormente con la filosofia. E da qui ho analizzato il concetto di differenza. Si tratta di qualcosa che potrebbe riguardare tutti, eppure si fa finta che non ci sia. Nella nostra società i soggetti più deboli sono costantemente a rischio. Faccio un esempio: in questo libro polemizzo con il principio di meritocrazia, che molto spesso coincide con il merito alla nascita, con la prestanza fisica, con la forza economica. In questo quadro i soggetti più deboli sono destinati a soccombere. Credo che non sia più sufficiente il vecchio concetto formale di uguaglianza, derivato dall'illuminismo. Bisogna pensare alle pari opportunità: dare il quid in più a chi ne ha bisogno. Può essere un non vedente, come un disabile in generale, ma anche una persona che vive in difficoltà economiche.

D. Quali pratiche suggerisce per rendere operativa la sua analisi?
R. La pratica è il riscatto culturale. Se noi riusciamo a dare cultura anche ai soggetti più deboli, possiamo renderli davvero uguali agli altri. Anche un non vedente può diventare competitivo - ma non nel senso di gara e di efficientismo - dando il suo contributo alla società. Questo richiede uno sforzo: dobbiamo recuperare il valore dell'impegno e della fatica, perché la volontà è lo strumento principale che può equiparare il disabile al normodotato. Quando il soggetto più debole si mette in gioco con gli altri comincia una lotta, anche dura. Ecco che per raggiungere il risultato bisogna essere consapevoli della fatica da fare. Per me l'impegno è la pratica più concreta. Lo dico anche per esperienza personale. Poi certamente serve una cultura del rispetto da insegnare a scuola e nelle università, evitando la liturgia della visibilità con cui tutto è immediatamente visibile e reperibile.

D. Un cambio di paradigma totale, quindi, con una revisione della società.
R. Certo. Un altro concetto che racconto nel libro è relativo al recupero della lentezza. Io cito un proverbio cinese "Tutti sanno l'utilità dell'utile", ma ci sono alcune cose in apparenza inutili - come la lentezza - che sono importantissime per la crescita e il miglioramento personale. Il principio logico che seguo è: si può cambiare, anzi si deve cambiare. Ovviamente singolarmente non possiamo modificare la società nel suo complesso. Ma se ognuno di noi si impegna a tenere accesa la scintilla sotto la cenere, possiamo immaginare che un giorno scoppi un incendio che cambi in meglio il contesto sociale. Certo sappiamo anche che i problemi esistono sempre: ci sono la guerra, la povertà, le ingiustizie. Ma non possiamo arrenderci di fronte a questa situazione, anzi devono spingerli al miglioramento.

D. Cosa possiamo fare di fronte a situazioni particolarmente difficili?
R. Bisogna essere profetici. Il cambiamento non è la proiezione del futuro: dobbiamo attuarlo nell'immediato. E dobbiamo agire come se il mondo potesse iniziare a cambiare già da ora, in questo preciso momento.

D. Lei ha parlato della fatica di un non vedente. Quale sforzo, diciamo proprio quale fatica, deve fare un normodotato per arrivare a questi cambiamenti?
R. Prima di tutto deve superare il pregiudizio. Non deve guardare il cieco, lo straniero, il disabile con un approccio egocentrico. Serve un avvicinamento all'altro, comprendendone i bisogni senza mai invaderne lo spazio vitale. Bisogna mettersi in discussione, capendo la condizione in cui vive un'altra persona. Molto spesso il normodotato si comporta come le mamme che portano il bambino in gelateria e dicono "quale gelato vuoi, alla fragola o al cioccolato?" e poi magari dice "prendiamo quello alla fragola perché fa meno male". Ma non lascia la scelta al bambino, che probabilmente lo vorrebbe al cioccolato. Traduco il discorso su me stesso: a volte, al bar, chiedono a mia moglie se voglio lo zucchero nel caffè. Eppure credo di riuscire ad avere una capacità di scelta su come voglio il caffè...

D. Quindi c'è un pregiudizio nella quotidianità?
R. Il problema della disabilità non è nella situazione eccezionale, ma nel quotidiano. Se offriamo il pranzo a una persona povera a Natale non abbiamo fatto nulla: non si mangia solo a Natale, ma tutti i giorni. La tragedia della disabilità è proprio nel banale del quotidiano. Purtroppo il pregiudizio è ancora radicato: le persone in pubblico sostengono di non averne, ma nell'atto pratico emergono tutti i pregiudizi. Faccio un esempio: quando mi accompagnano, addirittura i miei colleghi all'Università non ci riescono bene.

D. Nel suo libro ha toccato vari ambiti. E inevitabilmente si parla anche di Istituzioni e di politica. Cosa possono fare per favorire il processo di cambiamento sociale che individua?
R. Io mi riferisco al principio di educazione alla cittadinanza, che va oltre l'educazione civica introdotta a scuola in Italia nel 1959 dall'allora ministro Aldo Moro. Io parlo degli insegnamenti da fornire a un cittadino anche da un punto di vista etico. Ed è evidente che la politica possa avere un ruolo, perché la cultura a cui mi riferivo prima è politica sia nella dimensione istituzionale che in quella quotidiana. Sostengo da sempre che la pedagogia non può essere neutrale, ma va vista come una forma di lotta. E deve sapersi battere contro le ingiustizie di qualsiasi tipo: per forza di cose si pone al fianco del soggetto che vive esperienze di emarginazione. Ho scritto dei volumi sul rapporto tra politica e pedagogia, perché attengono entrambe ai bisogni delle persone. Il soggetto educando fa delle domande: noi siamo chiamati a dare delle risposte, invece spesso ci limitiamo a fornire delle valutazioni. Si preferisce il giudizio e l'etichetta invece di comprendere cosa vogliono le persone.



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