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Corriere dei Ciechi

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Numero 10 del 2016

Titolo: SPORT- Paralimpiadi tutte d'oro

Autore: Carmen Morrone


Articolo:
Si è chiusa nel migliore dei modi la XV edizione delle Paralimpiadi per la delegazione italiana, ben 39 medaglie: 10 ori, 14 argenti e 15 bronzi. Undici medaglie in più rispetto ai Giochi di Londra 2012 e rispetto al medagliere dei colleghi Olimpici dello scorso agosto. L'Italia Paralimpica si è piazzata fra le prime dieci nazioni della classifica finale al cui vertice c'è la Cina con 107 medaglie d'oro, seguita da Gran Bretagna e Ucraina. Quarti gli Stati Uniti, vincitori del medagliere alle Olimpiadi, mentre Australia e Germania si sono confermate nel gotha di entrambe le rassegne. L'Italia ha dimostrato di essere al top in alcune discipline come il ciclismo, il nuoto, il getto del peso, il salto in lungo, la scherma, il triathlon, il tennis tavolo e il tiro con l'arco. Queste Paralimpiadi hanno tanti volti. Quello di Alex Zanardi, che non ha bisogno di presentazioni, che ha vinto ben tre medaglie. "Alla soglia dei 50 anni - ha spiegato - riuscire a portare a casa due ori e un argento è tanta roba e, dunque, sono assai contento. Sì, alla vigilia ci contavo, ma le gare sono imprevedibili. In particolare in una Paralimpiade, dove sai che gli avversari sono comunque forti e avranno cercato di prepararsi al meglio per sorprenderti, così come ti sei preparato a farlo tu".
Bebe Vio, 19 anni, è l'altro volto delle Paralimpiadi, non solo italiane. Il suo ritratto fatto dalla fotografa Anne Geddes per la campagna a favore delle vaccinazioni sta facendo il giro del mondo. Bebe Vio, all'età di 11 anni, fu colpita da una meningite batterica che le causò una estesa infezione che costrinse i medici ad amputarle parte delle gambe e delle braccia. Una vita stravolta che Bebe e la sua famiglia hanno ripreso in mano e ricostruito. A partire proprio dallo sport, dalla scherma che Bebe praticava prima della malattia. Bebe Vio ai Giochi brasiliani ha vinto una medaglia d'argento nella prova individuale di fioretto e una medaglia d'oro nella prova a squadre insieme a Andreea Mogos e Loredana Trigilia. Bebe Vio è stata scelta dai vertici del Comitato Italiano Paralimpico come portabandiera della cerimonia conclusiva di Rio 2016. La portabandiera che, invece, ha aperto la Paralimpiade italiana è stata Martina Caironi, altra bella immagine di Rio2016. Martina, 27 anni, porta una protesi alla gamba sinistra a causa della caduta dal motorino a seguito dell'urto da parte di una vettura guidata da un pirata della strada. A Rio è stata proclamata la regina dei 100m T42 e vice campionessa nel salto in lungo. Fra i volti anche quello di Francesca Porcellato, sprinter, sciatrice e da qualche anno handbiker che così sintetizza l'esperienza di Rio2016: "Decima Paralimpiade, terza disciplina in cui ho vinto due bronzi che per me valgono oro". La squadra del nuoto è stata quella che ha portato più medaglie all'Italia. La prima medaglia è stata proprio del nuotatore Francesco Bettella, argento nei 100 dorso - disabilità motorie, che ha rotto il ghiaccio e il medagliere ha cominciato ad arricchirsi. Federico Morlacchi, poi, di medaglie ne ha conquistate ben quattro (categoria disabilità motorie): oro nei 200 m misti, argento nei 400 stile libero, argento nei 100 m dorso, argento nei 100 farfalla. Esordio del triathlon come disciplina paralimpica e l'Italia va subito a podio: secondo posto per Michele Ferrarin, terzo posto per Giovanni Achenza. Ben 39 medaglie in una competizione che ha mostrato un livello agonistico molto alto, fortemente competitivo per uno sport paralimpico ormai pari a quello olimpico. Anzi, in qualche caso c'è stato il sorpasso. Proprio dagli atleti con disabilità visiva sono arrivati i risultati più sorprendenti. I tempi della gara dei 1500 m T13 (atleti con bassa visione) hanno fatto il giro del mondo. Il vincitore Abdellatif Baka, ma anche l'argento Tamiru Demisse e pure il terzo e il quarto. Tutti più veloci di Matthew Centrowitz, che sulla stessa distanza, i 1500 metri, alle Olimpiadi aveva conquistato l'oro. Abdellatif Baka ha chiuso in 3'48"29, ha impiegato venti centesimi di secondo in più l'etiope Demisse, mentre il keniano Kirwa ha tagliato il traguardo in 3'49"59 e un altro algerino, Fouad Baka, fratello del vincitore, in 3'49"84. L'americano Matthew Centrowitz è il campione olimpico in carica con il tempo di 3'50"00. Le prime medaglie dell'italian team di Rio2016 arrivano proprio dagli atleti con disabilità visiva.
Il primo oro in assoluto della squadra azzurra di Rio 2106 è arrivato da Assunta Legnante, nel getto del peso. Che ha dato il buon esempio non solo come capitana della squadra di atletica, ma come bandiera dello sport paralimpico italiano. Assunta Legnante, che ricordiamo ha perso la vista a causa di un glaucoma congenito, a quattro anni dalle Paralimpiadi di Londra ha fato bis. A Londra 2012 aveva conquistato il primo gradino del podio al debutto della sua carriera paralimpica, a Rio 2016 ha vinto di nuovo l'oro nel getto del peso, sua specialità anche da normodotata. Il lancio con la misura di 15,74 è stato accompagnato da un urlo liberatorio. "C'erano due anni di dolore dentro di me" ha detto Assunta. "Questo oro lo dovevo a casa, alla mia allenatrice Nadia Checchini e ai miei due bimbi Michael e Nicole, figli del mio compagno, che da febbraio vivono con me. Quando sono partita, mi hanno detto: "compraci la medaglia", ma io non l'ho comprata, l'ho vinta. Questa gara è stata la più dura degli ultimi quattro anni".
Il secondo argento per gli azzurri è opera di Oney Tapia nel lancio del disco. Oney Tapia, 40 anni, cubano di origini, nel 2011 ha perso la vista a causa di un incidente sul lavoro potando un albero. Atleta professionista di baseball, il grave infortunio non lo ha allontanato dallo sport che fa parte del suo DNA. Tanto che al suo esordio ai Giochi Paralimpici riesce a conquistare una prestigiosa medaglia d'argento. "È stata un'emozione enorme perché sono i miei primi Giochi, è un argento meritato per tutto il lavoro che c'è stato dietro. Potevo avvicinarmi all'oro ma ho pagato l'inesperienza, l'emozione e tutto il tifo là fuori. Dedico questa medaglia ai miei colleghi che sono rimasti a casa e che non sono riusciti a venire qui, alle mie tre figlie che mi hanno disegnato la mascherina da gara, al mio allenatore Guido Sgherzi e alla mia guida, il tecnico Andrea Meneghin".
Argento per la nuotatrice Cecilia Camellini nei 400 stile, la settima medaglia paralimpica in una carriera agonistica cominciata a 16 anni. Un argento che ha il sapore dell'oro: la Camellini arriva seconda nel crono con 5'16?36 a poco più di un secondo dalla vincitrice, l'olandese Liesette Bruinsma (5'15?08) ed ampiamente davanti alla cinese Xie Qing (5'25?14). "Voglio dedicare la medaglia a tutte le persone che mi stanno seguendo e al mio allenatore Matteo Poli che mi ha preparata e mi ha permesso di fare un tempo che credevo fosse impossibile". Non è arrivata la medaglia della velocità. Il nuoto ha diverse distanze che ben si conciliano con la crescita, anche d'età, degli atleti. Come appunto sono i 400 m, gara di distanza, tattica, esperienza. Cecilia dopo Londra si è presa una pausa dalle gare. Ha conseguito la laurea triennale in psicologia e ora annuncia di nuovo un'altra pausa per completare la laurea magistrale. Pausa o ritiro? "Mi piace fare un passo alla volta", ha detto. Ai giochi paralimpici di Tokyo, Cecilia avrà 28 anni, un'età ancora giovane per la disciplina del nuoto.
Paralimpiade un po' sfortunata quella di Arjola Dedaj, alla fine sesta nella finale del salto in lungo T11. Accompagnata in pedana dalla guida Elisa Bettini, l'atleta delle Fiamme Azzurre centra alla sesta prova i 4,51 metri che non solo la collocano tra le prime otto al mondo ma le regalano anche il nuovo record italiano superando i 4,40 di Lorella Bernardo risalenti al lontano 1991. Inizio di gara stentato, al secondo tentativo la Dedaj atterra a 4,24, mentre al terzo riesce già ad eguagliare il primato tricolore. Nell'ultimo salto riesce a far esplodere tutta la sua carica: "Non ho iniziato bene, con il tifo del pubblico non riuscivo a comunicare con Elisa. Sapevo che potevo fare meglio e alla fine ho solo pregato di riuscirci. Non potevo mollare e ho tirato fuori tutta la mia grinta. Questo risultato è una dedica speciale a Emanuele Di Marino (suo compagno nella vita), lo dovevo fare anche per lui".
Il canottaggio italiano torna dalle Paralimpiadi di Rio de Janeiro ottenendo, in assoluto, un ottavo posto nel singolo AS Maschile di Fabrizio Caselli (SC Firenze), un nono posto nel singolo AS femminile di Eleonora De Paolis (CC Napoli) e una decima posizione nel quattro con composto da Florinda Trombetta (SC Milano) e Valentina Grassi (CC Roma), entrambe con disabilità visiva, Luca Lunghi (CUS Ferrara), Tommaso Schettino (CC Aniene) e Giuseppe "Peppiniello" Di Capua (CN Stabia) al timone. Le tre barche azzurre hanno sempre lottato contro equipaggi agguerriti i quali da anni gareggiano più o meno con la stessa formazione o sono sempre, nei singoli, con gli stessi atleti. La Nazionale Para-Rowing torna a casa con la consapevolezza di essere il vertice di un movimento italiano che, negli ultimi anni, è sicuramente cresciuto anche se molto dovrà ancora fare per reclutare le persone da immettere nel circuito dello sport agonistico. Buonissima la prestazione di Martina Rabbolini, 18 anni, sei specialità. Nel suo esordio ai Giochi paralimpici, Martina nei 100 m stile libero ha fatto registrare il suo personal best con il tempo di 1'18"50, e in assoluto la tredicesima posizione. Nella Finale dei 100 m Rana, Martina è arrivata settima. Emanuele Bersini, in tandem con la guida Riccardo Panizza, non è andato oltre il nono posto nei 99 chilometri della prova in linea categoria B del ciclismo alle Paralimpiadi di Rio 2016.
"Le medaglie sono importanti, ma voglio pensare a tutti quei ragazzi disabili a cui manca la possibilità di praticare sport e manca l'offerta sportiva" ha detto Luca Pancalli, presidente del CIP, in occasione della cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi. "Bisogna partire dalle strutture, dai tecnici, dalla formazione, dalla consapevolezza che investire sullo sport significa investire sul capitale umano del Paese. Il Paese non cresce solo con il Pil ma con la cultura di uomini e donne di questo Paese. Tutta la nostra famiglia paralimpica è legata insieme da un fil rouge, perché tutti noi siamo passati da momenti drammatici, come un incidente o un trauma sportivo o una patologia - ha concluso Pancalli - e questo ci fa capire che quando si scende in vasca o si va in pedana si sta vincendo per se stessi ma si capisce anche che quella vittoria serve anche a qualcun altro".



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